Gazzetta di Reggio

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Chiesti 2 anni per la morte dell’operaio

di Tiziano Soresina
Chiesti 2 anni per la morte dell’operaio

I pm accusano l’ex amministratore, mentre per la difesa va assolto. I figli: «Per papà la malattia da amianto fu un calvario»

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RUBIERA. Vi è o meno correlazione fra la morte – dieci anni fa – di Dorando Cottafava e il fatto che aveva lavorato, come operaio, nella fabbrica dell’Eternit a Rubiera?

Per i pm Stefania Pigozzi e Giulia Stignani il nesso causale c’è, da qui la richiesta ieri mattina in tribunale a Reggio – per omicidio colposo – di due anni di reclusione nei confronti dell’84enne Luigi Giannitrapani, ex amministratore delegato dell’azienda dal 1980 al 1983. Per l’accusa quest’ultimo è il periodo “incriminato” a cavallo del quale il dipendente aveva subìto gli effetti delle polveri d’amianto respirate, morendoa 77 anni di mesotelioma peritoneale. Di diverso avviso gli avvocati difensori Nicoletta ed Andrea Garaventa del foro di Genova che con una doppia ed articolata arringa (sostenuta da consulenze di parte di esperti) hanno chiesto l’assoluzione.

Una “battaglia” legale, durata ieri tre ore, non ancora conclusasi davanti al giudice Andrea Rat, in quanto il magistrato ha rinviato il processo al 25 ottobre per le repliche, poi emetterà la sentenza. Agli atti la perizia disposta dal giudice Rat sulle cause di morte dell’operaio, in cui il dottor Morando Soffritti ha concluso indicando come vi sia il 100% di probabilità che Cottafava sia morto di mesotelioma. L’operaio era addetto alla movimentazione dei sacchi d'amianto e ha lavorato nella ditta rubierese (denominata Icar, Nuova Icar e infine Eternit) dal 1964 al 1985.

Subito dopo la morte l'Ausl stilò un rapporto consegnato poi alla procura che ravvisò una notizia di reato. Per gli investigatori all'epoca dei fatti sarebbero state molte le mancanze da parte dell'azienda nei confronti dei lavoratori e a svantaggio della loro condizione di salute. Vengono contestati infatti la mancanza di aspirazioni sul luogo di lavoro, la mancata fornitura di dispositivi per la protezione individuale come le mascherine o indumenti idonei, così come la carenza di informazioni sui rischi e sulle protezioni da adottare l'omesso controllo sulle stesse.

Al processo non vi sono parti civili. La famiglia Cottafava, davanti al giudice del Lavoro, è già stata risarcita. Comunque i due figli dell’operaio deceduto hanno seguito il processo: «Al di là che stiamo parlando di un risarcimento irrisorio – dicono alla Gazzetta Annalisa e Luca Cottafava – ci ha ferito che gli avvocati difensori abbiano contestato ogni singola riga della cartella medica, mettendo in dubbio la malattia di nostro padre: sappiamo solo noi quanto ha sofferto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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