Usati come dei bancomat dai truffatori
di Ambra Prati
Una scandianese: «La prenotazione era fasulla, spariti i miei 400 euro. Ho paura di loro». La tabaccaia: «Rubati 160 euro»
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REGGIO EMILIA. «Finalmente li hanno presi, sono orgogliosa e felice di come hanno lavorato i carabinieri. La giustizia ha fatto il suo corso», afferma Monica (il nome è inventato, la signora 40enne residente a Scandiano precisa che conosce uno degli arrestati e ha timore). «Dovevano prenderli, sono arrivati ad un risultato: spero solo che i responsabili non tornino liberi dopo due giorni, visto come funziona la giustizia italiana», commenta anche Veronica Spadaro, 34 anni, barista tabaccaia. All’indomani dell’operazione dell’Arma “Deep Impact”, che ha sgominato una banda di specialisti delle truffe online di tutti i tipi (false case vacanze, false offerte di lavoro, il raggiro delle ricariche in tabaccheria, chat di incontri amorosi, fantomatici concerti per beneficenza: il sodalizio non si faceva mancare nulla), la parola passa alle vittime reggiane. Solo alcune di quel centinaio di persone truffate in tutta Italia in 4 anni di attività dell’associazione criminale, che ha compiuto circa 400 raggiri con metodi rodati. Ora che i responsabili - 6 arrestati e 12 denunciati, molti dei quali donne, insospettabili casalinghe che agivano con l’aiuto di parenti - sono finiti dietro le sbarre grazie all’indagine alquanto corposa (è stata necessaria la comparazione di una mole impressionante di dati) coordinata dal pm Valentina Salvi ed eseguita dal comando provinciale dei carabinieri, le storie delle vittime dimostrano che chiunque poteva cadere nel mirino degli specialisti della truffa. Anche chi, come Monica, ha preso delle precauzioni prima di affittare la casa al mare, come «far controllare il nominativo della proprietaria a un mio parente carabiniere: in effetti corrispondeva». L’odissea della 40enne è iniziata nei primi mesi del 2015, quando la famiglia ha deciso di passare le vacanze di agosto a Riccione e ha cercato casa online. «Su un gruppo di Facebook, uno di quei mercatini dove si vende di tutto, ho visto l’annuncio per un alloggio in via Cimarosa. Ho chiesto all’amministratore del gruppo se ci si poteva fidare: lui ha detto di sì, con le dovute cautele, che io ho cercato di mettere in pratica».
La scandianese ha contattato il venditore dichiarando di essere interessata alle due settimane di agosto. «Ora guardo perché ho altre richieste, se è disponibile la richiamo», si è sentita dire dall’altro capo del telefono. «Nel pomeriggio mi ha ritelefonato: con la signora che aveva la precedenza non si era accordato, perciò la casa era libera in quel periodo». Il venditore ha inviato fotografie dell’alloggio (dall’esterno), ha condito il tutto con un racconto (la casa era di proprietà della nonna, che ci abitava d’inverno, mentre d’estate preferiva andare in montagna e affittare) e ha concluso accordandosi sulla caparra, indispensabile per “fermare” l’abitazione: 400 euro. «Mi ha mandato i dati per pagare con vaglia postale, con tanto di nome e cognome: Damiano Leone (uno degli arrestati, ndr). Io ho versato 400 euro sugli 800 totali».
Per fortuna però la famigliola ha la bella pensata, in giugno, di recarsi a Riccione per vedere l’appartamento all’interno, dandosi appuntamento con la controparte. Quest’ultimo però, mentre i quattro (genitori e due figli minori) sono in viaggio in autostrada, si è scusato. «Ho avuto un imprevisto, non posso venire». Già in auto, la famiglia ha deciso di andare comunque.
Arrivati alla via e al civico indicato, che effettivamente esisteva, hanno visto che la casa era abitata da una signora con un figlio disabile. «Suoniamo, spieghiamo il motivo della visita e la signora mi guarda allibita: “Lei è la quarta persona che vuole entrare in casa mia, io qui ci abito e non affitto a nessuno”».
A quel punto, compreso di essere stata raggirata, Monica prima dal garage della casa chiama il falso venditore (che ha risposto: «“C’è un malinteso, non si va a casa della gente così, ora si chiarisce tutto”. Voleva pure avere ragione lui!»), poi si è fiondata in caserma a Riccione. «Anche la proprietaria ha sporto denuncia. Quando l’abbiamo riaccompagnata a casa, c’era già un’altra famiglia arrivata per lo stesso motivo. Incredibile».
La 40enne è tuttora furiosa. «Alla fine un albergatore ha avuto pietà di noi e per quell’agosto siamo riusciti ad andare in vacanza. Se farò altri acquisti online? Assolutamente no. Un tempo prenotavo solo case al mare online, in tutta Italia, e non ho mai preso fregature. Tra l’altro era la prima volta in Riviera romagnola: ci torneremo anche quest’anno, andremo a prenotare di persona. Non mi fido più».
Più semplice, ma altrettanto efficace, la truffa delle ricariche Postepay che ha visto come vittima Veronica Spadaro, 34 anni, del bar tabaccheria Martini di fronte al Campovolo. «Circa tre anni fa in primavera è entrata una signora per fare una ricarica alla Postepay di 160 euro e ha chiesto di poter pagare con il bancomat - racconta la tabaccaia - Mi ha allungato il bancomat, che però non funzionava; io avevo già dato l’ok alla cassa, il trasferimento di denaro era stato eseguito. La signora, che pareva desolata e stupita, mi ha chiesto cosa potesse fare; le ho spiegato che una volta eseguita la transazione non potevo più fermarla, poteva uscire e recarsi in banca. Lei mi ha lasciato in pegno, per così dire, il codice fiscale, dicendo che sarebbe tornata subito».
Ovviamente la cliente non è mai ricomparsa, svanendo nel nulla. E altrettanto ovviamente, il codice fiscale era fasullo. «Purtroppo noi esercenti non abbiamo tutele contro questi metodi di raggiro - spiega Veronica - Ho anche chiamato l’operatore di banca, ma un volta eseguita la transazione non si può far nulla, non c’è un fondo di risarcimento o un modo per rimediare. Ce li rimetti di tasca tua. Quei 160 euro li ho dati per persi».
Alla tabaccaia non è rimasto altro che recarsi dai carabinieri di via Adua, con il falso codice, gli estremi della transazione e anche una descrizione della cliente, «che ricordo benissimo e che ho riconosciuto sul giornale tra i volti degli arrestati». Nei giorni seguenti, parlando con altri tabaccai, Veronica ha scoperto che non era l’unica ad essere finita nella rete. «Si è sparsa la voce e altri colleghi reggiani mi hanno confermato che era capitato anche a loro: i truffatori giravano per le tabaccherie della provincia. Ora faccio più attenzione con le carte di credito».
La scandianese ha contattato il venditore dichiarando di essere interessata alle due settimane di agosto. «Ora guardo perché ho altre richieste, se è disponibile la richiamo», si è sentita dire dall’altro capo del telefono. «Nel pomeriggio mi ha ritelefonato: con la signora che aveva la precedenza non si era accordato, perciò la casa era libera in quel periodo». Il venditore ha inviato fotografie dell’alloggio (dall’esterno), ha condito il tutto con un racconto (la casa era di proprietà della nonna, che ci abitava d’inverno, mentre d’estate preferiva andare in montagna e affittare) e ha concluso accordandosi sulla caparra, indispensabile per “fermare” l’abitazione: 400 euro. «Mi ha mandato i dati per pagare con vaglia postale, con tanto di nome e cognome: Damiano Leone (uno degli arrestati, ndr). Io ho versato 400 euro sugli 800 totali».
Per fortuna però la famigliola ha la bella pensata, in giugno, di recarsi a Riccione per vedere l’appartamento all’interno, dandosi appuntamento con la controparte. Quest’ultimo però, mentre i quattro (genitori e due figli minori) sono in viaggio in autostrada, si è scusato. «Ho avuto un imprevisto, non posso venire». Già in auto, la famiglia ha deciso di andare comunque.
Arrivati alla via e al civico indicato, che effettivamente esisteva, hanno visto che la casa era abitata da una signora con un figlio disabile. «Suoniamo, spieghiamo il motivo della visita e la signora mi guarda allibita: “Lei è la quarta persona che vuole entrare in casa mia, io qui ci abito e non affitto a nessuno”».
A quel punto, compreso di essere stata raggirata, Monica prima dal garage della casa chiama il falso venditore (che ha risposto: «“C’è un malinteso, non si va a casa della gente così, ora si chiarisce tutto”. Voleva pure avere ragione lui!»), poi si è fiondata in caserma a Riccione. «Anche la proprietaria ha sporto denuncia. Quando l’abbiamo riaccompagnata a casa, c’era già un’altra famiglia arrivata per lo stesso motivo. Incredibile».
La 40enne è tuttora furiosa. «Alla fine un albergatore ha avuto pietà di noi e per quell’agosto siamo riusciti ad andare in vacanza. Se farò altri acquisti online? Assolutamente no. Un tempo prenotavo solo case al mare online, in tutta Italia, e non ho mai preso fregature. Tra l’altro era la prima volta in Riviera romagnola: ci torneremo anche quest’anno, andremo a prenotare di persona. Non mi fido più».
Più semplice, ma altrettanto efficace, la truffa delle ricariche Postepay che ha visto come vittima Veronica Spadaro, 34 anni, del bar tabaccheria Martini di fronte al Campovolo. «Circa tre anni fa in primavera è entrata una signora per fare una ricarica alla Postepay di 160 euro e ha chiesto di poter pagare con il bancomat - racconta la tabaccaia - Mi ha allungato il bancomat, che però non funzionava; io avevo già dato l’ok alla cassa, il trasferimento di denaro era stato eseguito. La signora, che pareva desolata e stupita, mi ha chiesto cosa potesse fare; le ho spiegato che una volta eseguita la transazione non potevo più fermarla, poteva uscire e recarsi in banca. Lei mi ha lasciato in pegno, per così dire, il codice fiscale, dicendo che sarebbe tornata subito».
Ovviamente la cliente non è mai ricomparsa, svanendo nel nulla. E altrettanto ovviamente, il codice fiscale era fasullo. «Purtroppo noi esercenti non abbiamo tutele contro questi metodi di raggiro - spiega Veronica - Ho anche chiamato l’operatore di banca, ma un volta eseguita la transazione non si può far nulla, non c’è un fondo di risarcimento o un modo per rimediare. Ce li rimetti di tasca tua. Quei 160 euro li ho dati per persi».
Alla tabaccaia non è rimasto altro che recarsi dai carabinieri di via Adua, con il falso codice, gli estremi della transazione e anche una descrizione della cliente, «che ricordo benissimo e che ho riconosciuto sul giornale tra i volti degli arrestati». Nei giorni seguenti, parlando con altri tabaccai, Veronica ha scoperto che non era l’unica ad essere finita nella rete. «Si è sparsa la voce e altri colleghi reggiani mi hanno confermato che era capitato anche a loro: i truffatori giravano per le tabaccherie della provincia. Ora faccio più attenzione con le carte di credito».
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