Gazzetta di Reggio

Reggio

dopo il delitto 

«Mio marito ucciso davanti a me»

La deposizione della vedova di Ruggiero: «È morto dissanguato»

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REGGIO EMILIA. Maria Stella Camposano stava per diventare una giovane vedova. Lo ha intuito quando ha sentito degli spari in casa e lo ha realizzato nel giro di pochi minuti, quando il marito, Giuseppe Ruggiero, è morto dissanguato tra le sue braccia davanti alla porta di entrata della loro casa a Brescello, dove vivevano da 15 anni. Da quell’omicidio di mafia del 1992 emergono nuovi dettagli, verbali e testimonianze contenuti ora nell’ordinanza che vede indagate 6 persone per quell’omicidio e per quello - pochi giorni prima - di Nicola Vasapollo. «Erano le 3.30 del mattino, eravamo a letto a dormire quando ho sentito bussare e suonare il campanello - racconta Camposano ai carabinieri poco dopo - E poi ho sentito dei colpi come se volessero buttare giù la porta. Mi sono affacciata anche io alla finestra e ho visto nel cortile un’auto che sembrava dei carabinieri. Mio marito è sceso ad aprire mentre io mi sono seduta in un’altra stanza ad aspettare. Ho sentito gli spari. Sono rimasta per qualche attimo bloccata dal terrore. Poi sono corsa alla porta ma non c’era più nessuno. Mio marito era ancora vivo e gli ho chiesto chi era stato. Lui, a fatica, mi ha risposto “non lo so”». Le ultime parole dopo le quali l’uomo sanguinante è spirato, colpito da 4 proiettili calibro 7,65 Browing e da 1 proiettile calibro 38 special o 357 magnum. Due quindi le armi usate. Ruggiero è morto dissanguato, quindi sopravvisse qualche minuto. «Abitavamo da 15 anni a Brescello e mio marito era una persona tranquilla, amico con tutti e frequentato da parenti e paesani. Non mi ha mai detto di aver paura o timore di qualcuno».

Nelle cento pagine di ordinanza sono stati passati al setaccio i vecchi tabulati telefonici della Sip, le carte topografiche che riportavano un ponte non più esistente percorso dagli assassini in fuga e le multe prese dagli stessi, e sono state anche identificate le loro compagne e amanti dell'epoca. Un lavoro febbrile tutto immerso in un ormai lontano passato, quello compiuto dalla squadra Mobile della polizia di Reggio Emilia per risolvere il doppio “cold case” di ’ndrangheta che ha portato all'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il boss Nicolino Grande Aracri, 58 anni, a capo dell’omonima cosca di Cutro. Stesso provvedimento per Nicolino Sarcone, 52, esponente di spicco dei clan in Emilia, e di Angelo Greco, 51 anni, considerato al vertice della ’ndrina di San Mauro Marchesato nel Torinese. (e.l.t.)

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