Reggio Emilia, parla il presidente della Provincia: «Emergenza e rete oncologica le priorità»
Sanità: via ai lavori per la definizione del Piano attuativo locale (Pal). Giammaria Manghi: «Ogni ospedale avrà la sua specializzazione»
REGGIO EMILIA. Un “mondo nuovo” per la sanità reggiana, che vuole passare dall’attuale assetto centralizzato su Reggio a un nuovo sistema di dialogo fra gli ospedali presenti. Giovedì pomeriggio sono iniziati i lavori per la definizione del Pal, il Piano attuativo locale della sanità provinciale, a 13 anni dalla stesura del precedente.
Questo Pal sarà il primo ad essere disegnato con un’unica azienda sanitaria presente dopo quasi trent’anni. In questo 2017, infatti, l’Ausl provinciale e l’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio si sono uniti in un’unica Ausl, dopo la “separazione” di inizio anni Novanta pensata all’epoca per facilitare la crescita dell’ospedale cittadino.
La costruzione del Pal coinvolgerà la sanità e un gruppo di lavoro coordinato dalla Provincia di Reggio, che vedrà partecipare un delegato per ogni distretto, i sindaci dei Comuni sede di ospedale (se già non sono indicati come delegati), le Rsu sindacali dei vari plessi e i comitati misti consultivi, rappresentati della cosiddetta società civile.
«È un percorso di portata storica, il primo Pal con l’azienda unica: prima c’erano due aziende e anche le strategie erano conseguenza di questa situazione», spiega il presidente della Provincia Giammaria Manghi, chiamato a coordinare questo cammino dal punto di vista istituzionale.
Come procederete?
«Creando dei gruppi di lavoro che avranno un rappresentante di ogni parte in causa, per ragionare sui vari temi».
Quali, in particolare?
«Di temi sanitari importanti ce ne sono ovviamente tanti, due argomenti rilevanti sono sicuramente l’emergenza-urgenza e la rete oncologica».
E quando si potrà vedere il risultato di questo cammino?
«Ci siamo dati come obiettivo di terminare i lavori entro il giugno 2018».
Questo percorso arriva in un momento di tensioni attorno alla sanità, soprattutto in Appennino.
«Al proposito, è previsto un elemento specifico sulla montagna. Dal Pal verranno stralciati i circa 4 milioni di euro destinata all’ospedale Sant’Anna di Castelnovo Monti».
Tradotto?
«Lo stralcio garantirà che questi fondi, confermati dalla Regione, e il loro utilizzo viaggeranno su un binario parallelo, con una sua autonomia, e questo permetterà tempi decisamente più fluidi».
Di che investimenti parliamo?
«Un milione di euro sarà legato all’assunzione di dieci infermieri e sei medici, 2,8 milioni serviranno per gli investimenti strutturali, a partire dall’area del pronto soccorso».
Una bella cifra?
«Sì, nessun’altra sede avrà fondi simili, e il milione per le assunzioni diventerà poi un’incombenza fissa per la programmazione sanitaria. Una volta assunte, queste persone rimarranno a bilancio anche negli anni futuri».
Perché questo sforzo?
«Per aumentare la qualificazione e la tenuta del polo montano. E si potrà procedere a marce forzate».
Nei giorni delle polemiche sulla chiusura del punto nascita, questo finanziamento non appare come un contentino?
«Questa progettazione è l’esatto opposto di un contentino, è la certificazione che si vuole continuare a investire non solo per la montagna, ma anche nella nuova logica di riorganizzazione dell’intera rete provinciale. Le preoccupazioni del territorio vanno ascoltate e comprese, ma questa è un’altra cosa».
Ha parlato della riorganizzazione della rete sanitaria. È questo il cuore della novità, giusto?
«Esatto, vogliamo cambiare e passare dall’attuale modello, chiamato “hub and spoke”, a uno di rete di reti».
Sembra affare complesso.
«L’attuale modello vedeva il Santa Maria di Reggio al centro, e gli altri ospedali sul territorio. Aveva pregi ma anche difetti».
Quali difetti?
«È un caso di scuola, valido non solo a Reggio. Si è verificata la tendenza degli utenti a saltare gli ospedali del territorio per rivolgersi direttamente al centro, anche per prestazioni che avrebbero potuto avere anche nelle altre strutture».
Perché? c’è più fiducia nell’ospedale “grande”?
«C’è questa tendenza e forse c’è stata poca chiarezza sul piano comunicativo e organizzativo. Non sono state create connessioni fra i vari ospedali del territori».
Il risultato?
«Quello che viene definito l’effetto buco nero, si è stabilita una prassi che ha portato verso questa direzione».
Con quali conseguenze?
«I professionisti degli ospedali del territorio si sono demotivati e un po’ impoveriti nelle competenze. Si confrontano con numeri ristretti e finiscono per risentirne in motivazione e formazione».
Questo era il passato. Il futuro?
«Vogliamo andare a un modello di relazione di reti, anche gli ospedali del territorio dovranno parlarsi fra loro, per determinate funzioni non sarà necessario sempre guardare a Reggio. Da Montecchio si potrà andare a Guastalla, e così via».
Ogni ospedale dovrà specializzarsi, in pratica. I vostri gruppi di lavoro servono a questo?
«Esatto, l’elemento qualificante sarà l’attribuzione di competenze distintive. Ogni ospedale avrà una sua identità all’interno della rete, i gruppi di lavoro dovranno stabilire quale».
Così, però, non si rischia di “impoverire” gli ospedali delle altre competenze non specifiche?
«No assolutamente. È l’opposto. Certi servizi – il pronto soccorso, per fare l’esempio più ovvio – rimarranno in ogni ospedale. Noi abbiamo un ospedale in ogni distretto, c’è una presenza forte e per continuare a garantirla dobbiamo qualificarla e specializzarla, è l’unica strada».
Non c’è altra via?
«Slogan dai dipartimenti alle “reti nella rete”. Il concetto è che non si può fare tutto dappertutto, è il motivo per cui ci sono già le équipe itinerante, ogni ospedale dovrà caratterizzarsi per qualcosa di particolare».
Qual è il quadro attuale?
«A parte Reggio, abbiamo Correggio che ha già una identità, come punto di riferimento molto largo per riabilitazione post-trauma. Qui il percorso è già orientato, a grandi linee».
E gli altri?
«Guastalla è un secondo ospedale generale, per certi versi, anche perché è in un territorio di confine, si interfaccia con la provincia di Mantova: ci sono molti ingressi dal Mantovano, e questo porta numeri più ampi».
Già, il vostro ragionamento non può fermarsi a Reggio. La situazione di Modena, Parma e Mantova non può che incidere, no?
«Sì, il ragionamento va oltre la nostra provincia. Ci sono porte di entrata e uscita e dovremo ragionare anche di questo».
Quali?
«Scandiano ha una parabola di uscita su Sassuolo e Baggiovara, e così Correggio su Carpi. Mentre ci sono flussi in entrata dalla val d’Enza verso Montecchio e dalla Bassa mantovana verso Guastalla».
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