Quando i limiti al traffico si chiamavano “austerity”
di ANDREA MASTRANGELO
Nel 1973 la crisi petrolifera obbligò il governo a imporre il blocco ogni domenica Gli italiani reagirono occupando serenamente le strade a piedi o con le biciclette
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Una grande occasione persa. Le limitazioni al traffico imposte in questi giorni per combattere l’inquinamento potremmo anche definirle così: una grande occasione persa. Tutti hanno un valido motivo per protestare e tutti hanno, più o meno, un pezzetto di ragione. Chi è impazzito per trovare un’auto più moderna e riuscire lo stesso a portare i bambini a scuola; chi per arrivare al lavoro ha dovuto percorrere dieci chilometri quando l’ufficio o la fabbrica ne dista solo cinque; chi giudica queste contromisure troppo blande se non inutili; chi ritiene che i vigili urbani dovrebbero essere ben più severi.
Perché occasione persa? Perché la limitazione del traffico sarebbe potuta diventare il pretesto per tentare un approccio diverso al vivere quotidiano. Non è accaduto, forse anche perché oggi dare una sterzata alle nostre vite è sempre più difficile. C’è stato però un tempo in cui la benzina – ancora una volta la benzina – ci aveva permesso di provare esperienze che, con il senno di poi, possiamo definire positive, addirittura rivoluzionarie.
C’è stato un tempo in cui le limitazioni al traffico avevano un nome diverso: si chiamavano austerity. Parola inglese, facilmente traducibile, che imponeva agli italiani tutti, a prescindere dalla qualità dell’aria che respiravano, di riportare le proprie vite nel binario di una maggiore sobrietà. Di austerità, appunto. Era la fine del 1973 quando il mondo subì lo “choc petrolifero”; i paesi produttori strinsero i rubinetti del greggio all’Europa e agli Stati Uniti, riducendo drasticamente le scorte di carburanti, non solo quelli per la circolazione delle auto ma anche quelli per il riscaldamento delle abitazioni. Poiché si era nella stagione fredda ed era impensabile bloccare le stufe, si bloccarono le auto. Non tutta la settimana, solo la domenica.
Il governo allora presieduto da Mariano Rumor varò un piano drastico di riduzione dei consumi di prodotti petroliferi. Innanzitutto, vietato andare in giro in macchina la domenica. Divieto valido per chiunque, a qualsiasi livello, a cominciare dal Presidente della Repubblica che se avesse avuto motivi istituzionali per andare da qualche parte di domenica avrebbe dovuto farlo usando un mezzo con targa militare. In pratica potevano circolare solo le auto della polizia e dei carabinieri, i camion dei vigili del fuoco e dell’esercito, le ambulanze. Basta, tutti gli altri a piedi. Rarissime le eccezioni. Fra i beneficiati, qualche giornalista e i preti. In un raptus di risparmio energetico, qualcuno arrivò addirittura a proporre il blocco delle corse di Formula 1 ma fu zittito a furor di popolo.
La vita degli italiani attraversò un terremoto. Poiché tenere la luce accesa significa consumare petrolio, le famiglie furono obbligate ad andare a letto presto. Il Telegiornale, icona della serata italiana, cambiò orario: non più alle 20.30 ma alle 20. Modifica che piacque, tanto che ancora oggi il Tg1 della sera è alle 20. Di conseguenza il film cominciava e soprattutto finiva mezz’ora prima, entro e non oltre le 22.45. In buona parte del nord Italia, si ricevevano benissimo le trasmissioni della televisione svizzera italiana, e gli svizzeri se ne fregavano altamente degli orari italiani. Così qualche nottambulo, irrispettoso delle prescrizioni, a tapparelle ben chiuse continuava a guardare la tv oltre i limiti. Le autorità italiane se ne accorsero quasi subito e alle 22.45 partiva implacabile un disturbo radio che rendeva impossibile la visione dei programmi ticinesi. I giornali non parlavano d’altro. Un cantante all’epoca emergente, Tony Santagata, presentò una canzone che si chiamava appunto “Austerity”. Un grande dello spettacolo come Aldo Fabrizi entrò in scena a Canzonissima (che quell’anno andava in onda la domenica pomeriggio) a dorso di mulo, dicendo di non avere trovato un taxi.
Fuori di casa non andava meglio. Bar e ristoranti chiusi a mezzanotte, cinema alle 22 (addio, classico ultimo spettacolo), insegne tutte spente. Insomma, la vita notturna doveva svolgersi in chiave intima, nel chiuso delle nostre stanze. Anche in assenza di dati precisi, è probabile che la mancanza di alternative all’intrattenimento serale abbia favorito l’incremento delle nascite.
Ma il vero scossone arrivava la domenica, perché il divieto di usare l’auto non era solo una minaccia, era qualcosa di reale. Concreto al punto che le multe (e i vigili c’erano davvero) andavano da un minimo di centomila lire a un massimo di un milione. Anche le sole centomila lire rappresentavano una catastrofe per la famiglia tipica italiana del 1973, in cui di norma entrava un solo stipendio.
E quindi? E quindi quella che poteva apparire una sciagura si trasformò in una specie di festa obbligatoria, un happening festivo in cui ciascuno si inventava a modo proprio una domenica diversa. In strada non si vedeva nemmeno un’auto. Raccogliendo oggi foto di quei giorni strani, si trovano solo persone che ridono: bambini in monopattino nei centri storici, famiglie in tandem, gente che fa lunghe passeggiate, addirittura c’era chi metteva i tavoli di casa in strada per fare quattro chiacchiere all’aperto approfittando del sole. Qualcuno viveva momenti di vera crisi: dimenticata il sabato sera l’auto in strada, la domenica valeva la pena correre il rischio di accenderla per fare i 300 metri che la separavano dal garage? E se qualcuno, sentendo quell’unico motore acceso in tutta la città, avesse chiamato i carabinieri facendo la spia? Non è una scena inventata, è una situazione vissuta con angoscia in casa mia e risolta con un colpo di mano, un blitz che riportò la macchina in garage in un batter di ciglia senza che nessuno se ne accorgesse.
Andare a fare la scampagnata non era vietato. Solo lo dovevi fare con i mezzi pubblici, che allora nei giorni festivi circolavano più numerosi di oggi, conservando quel sapore di servizio alla collettività che si ha il dubbio oggi di aver perso. Insomma, mentre gli economisti di mezzo mondo si arrovellavano sull’interrogativo di quale futuro avrebbe mai potuto avere il mondo occidentale senza il petrolio, buona parte degli italiani aveva trovato il modo di divertirsi lo stesso.
Con l’arrivo della primavera l’emergenza finì per scemare e in giugno le domeniche senza auto andarono in archivio. Pensare di proporre oggi quel modello sarebbe da ingenui. Nel 1973 di domenica non c’era nemmeno un negozio aperto e i cassieri dei supermercati se ne stavano a casa loro. Neanche un italiano avrebbe mai pensato di andare a fare la spesa in giorno di festa, gli outlet non erano stati inventati. Dentro casa, oggi i giovani non riescono nemmeno a immaginare che in certe ore del giorno la televisione non trasmetta alcun programma, nemmeno la pubblicità, e a far passare la voglia di una passeggiata provvede lo smartphone.
Insomma, i divieti al traffico di oggi sono un’occasione perduta. Abbiamo perso l’occasione di lasciare “serenamente” l’auto a casa (quando possibile) per scoprire che si può stare bene anche senza produrre smog.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Perché occasione persa? Perché la limitazione del traffico sarebbe potuta diventare il pretesto per tentare un approccio diverso al vivere quotidiano. Non è accaduto, forse anche perché oggi dare una sterzata alle nostre vite è sempre più difficile. C’è stato però un tempo in cui la benzina – ancora una volta la benzina – ci aveva permesso di provare esperienze che, con il senno di poi, possiamo definire positive, addirittura rivoluzionarie.
C’è stato un tempo in cui le limitazioni al traffico avevano un nome diverso: si chiamavano austerity. Parola inglese, facilmente traducibile, che imponeva agli italiani tutti, a prescindere dalla qualità dell’aria che respiravano, di riportare le proprie vite nel binario di una maggiore sobrietà. Di austerità, appunto. Era la fine del 1973 quando il mondo subì lo “choc petrolifero”; i paesi produttori strinsero i rubinetti del greggio all’Europa e agli Stati Uniti, riducendo drasticamente le scorte di carburanti, non solo quelli per la circolazione delle auto ma anche quelli per il riscaldamento delle abitazioni. Poiché si era nella stagione fredda ed era impensabile bloccare le stufe, si bloccarono le auto. Non tutta la settimana, solo la domenica.
Il governo allora presieduto da Mariano Rumor varò un piano drastico di riduzione dei consumi di prodotti petroliferi. Innanzitutto, vietato andare in giro in macchina la domenica. Divieto valido per chiunque, a qualsiasi livello, a cominciare dal Presidente della Repubblica che se avesse avuto motivi istituzionali per andare da qualche parte di domenica avrebbe dovuto farlo usando un mezzo con targa militare. In pratica potevano circolare solo le auto della polizia e dei carabinieri, i camion dei vigili del fuoco e dell’esercito, le ambulanze. Basta, tutti gli altri a piedi. Rarissime le eccezioni. Fra i beneficiati, qualche giornalista e i preti. In un raptus di risparmio energetico, qualcuno arrivò addirittura a proporre il blocco delle corse di Formula 1 ma fu zittito a furor di popolo.
La vita degli italiani attraversò un terremoto. Poiché tenere la luce accesa significa consumare petrolio, le famiglie furono obbligate ad andare a letto presto. Il Telegiornale, icona della serata italiana, cambiò orario: non più alle 20.30 ma alle 20. Modifica che piacque, tanto che ancora oggi il Tg1 della sera è alle 20. Di conseguenza il film cominciava e soprattutto finiva mezz’ora prima, entro e non oltre le 22.45. In buona parte del nord Italia, si ricevevano benissimo le trasmissioni della televisione svizzera italiana, e gli svizzeri se ne fregavano altamente degli orari italiani. Così qualche nottambulo, irrispettoso delle prescrizioni, a tapparelle ben chiuse continuava a guardare la tv oltre i limiti. Le autorità italiane se ne accorsero quasi subito e alle 22.45 partiva implacabile un disturbo radio che rendeva impossibile la visione dei programmi ticinesi. I giornali non parlavano d’altro. Un cantante all’epoca emergente, Tony Santagata, presentò una canzone che si chiamava appunto “Austerity”. Un grande dello spettacolo come Aldo Fabrizi entrò in scena a Canzonissima (che quell’anno andava in onda la domenica pomeriggio) a dorso di mulo, dicendo di non avere trovato un taxi.
Fuori di casa non andava meglio. Bar e ristoranti chiusi a mezzanotte, cinema alle 22 (addio, classico ultimo spettacolo), insegne tutte spente. Insomma, la vita notturna doveva svolgersi in chiave intima, nel chiuso delle nostre stanze. Anche in assenza di dati precisi, è probabile che la mancanza di alternative all’intrattenimento serale abbia favorito l’incremento delle nascite.
Ma il vero scossone arrivava la domenica, perché il divieto di usare l’auto non era solo una minaccia, era qualcosa di reale. Concreto al punto che le multe (e i vigili c’erano davvero) andavano da un minimo di centomila lire a un massimo di un milione. Anche le sole centomila lire rappresentavano una catastrofe per la famiglia tipica italiana del 1973, in cui di norma entrava un solo stipendio.
E quindi? E quindi quella che poteva apparire una sciagura si trasformò in una specie di festa obbligatoria, un happening festivo in cui ciascuno si inventava a modo proprio una domenica diversa. In strada non si vedeva nemmeno un’auto. Raccogliendo oggi foto di quei giorni strani, si trovano solo persone che ridono: bambini in monopattino nei centri storici, famiglie in tandem, gente che fa lunghe passeggiate, addirittura c’era chi metteva i tavoli di casa in strada per fare quattro chiacchiere all’aperto approfittando del sole. Qualcuno viveva momenti di vera crisi: dimenticata il sabato sera l’auto in strada, la domenica valeva la pena correre il rischio di accenderla per fare i 300 metri che la separavano dal garage? E se qualcuno, sentendo quell’unico motore acceso in tutta la città, avesse chiamato i carabinieri facendo la spia? Non è una scena inventata, è una situazione vissuta con angoscia in casa mia e risolta con un colpo di mano, un blitz che riportò la macchina in garage in un batter di ciglia senza che nessuno se ne accorgesse.
Andare a fare la scampagnata non era vietato. Solo lo dovevi fare con i mezzi pubblici, che allora nei giorni festivi circolavano più numerosi di oggi, conservando quel sapore di servizio alla collettività che si ha il dubbio oggi di aver perso. Insomma, mentre gli economisti di mezzo mondo si arrovellavano sull’interrogativo di quale futuro avrebbe mai potuto avere il mondo occidentale senza il petrolio, buona parte degli italiani aveva trovato il modo di divertirsi lo stesso.
Con l’arrivo della primavera l’emergenza finì per scemare e in giugno le domeniche senza auto andarono in archivio. Pensare di proporre oggi quel modello sarebbe da ingenui. Nel 1973 di domenica non c’era nemmeno un negozio aperto e i cassieri dei supermercati se ne stavano a casa loro. Neanche un italiano avrebbe mai pensato di andare a fare la spesa in giorno di festa, gli outlet non erano stati inventati. Dentro casa, oggi i giovani non riescono nemmeno a immaginare che in certe ore del giorno la televisione non trasmetta alcun programma, nemmeno la pubblicità, e a far passare la voglia di una passeggiata provvede lo smartphone.
Insomma, i divieti al traffico di oggi sono un’occasione perduta. Abbiamo perso l’occasione di lasciare “serenamente” l’auto a casa (quando possibile) per scoprire che si può stare bene anche senza produrre smog.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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