Turismo a Reggio Emilia, erbazzone alla parmigiana
L'editoriale del direttore, Stefano Scansansi, sulle vocazioni turistiche del nostro territorio
Buongiorno a tutti. Una domanda: ma a Reggio Emilia hanno il concetto chiaro di turismo? Ho avuto una coppia di signori milanesi che voleva fare un giro per Reggio. Ovviamente li ho accompagnati davanti alla Ghiara. Chiusa dalle 12. Passiamo davanti al duomo: chiuso anche questo. E per San Prospero non ne parliamo. Dove viviamo? Oltre alla vergogna personale, ho provato una rabbia indescrivibile. (Rosalba Consagra, tassista di Reggio Emilia)
REGGIO EMILIA. Rabbia indescrivibile. La tassista scrive su Facebook e aggiunge ben sette faccine irritatissime. Lei con l’auto ci lavora. E da quel che s’intuisce ogni tanto trasporta dei turisti. Turisti chi? Merce rara a Reggio Emilia. Li porta solo in giro, ma non si ferma, proprio come suggerisce uno di quei vecchi proverbi ispirati al pellegrinaggio: fare il giro delle sette chiese. Ma, nel caso raccontato da Rosalba sui social, neanche una chiesa aperta, in quegli orari che secondo logica, economia, funzionalità, accoglienza, si chiamano turistici. Questa disabitudine o non predilezione di Reggio vale per i musei tutti.
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Uno specialista di beni culturali pochi giorni fa ha fornito una risposta pressoché definitiva e disarmante alla mia sorpresa permanente. Più o meno la sentenza è stata questa: qui a Reggio la cultura è gestita come se si trattasse di un servizio. Un qualsiasi altro servizio. Il tono utilizzato nella esse e nella zeta della parola servizio tradisce la contiguità con sportello, ordinaria amministrazione, impegno burocratico. Cioè: non c’è eccitazione, non c’è ardimento, non c’è invenzione.
Preavviso che non mi sto occupando delle mostre allestite o in calendario. Meno male che ci sono e saranno.Perché l’inspiegabile debolezza di Reggio non sta nelle proposte temporanee, ma nella sua natura-struttura permanente, che crede ancora oggi, quasi nel 2018, di essere debitrice o subalterna alle città intorno.
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Oppure è convinta che nella scala dei valori il piacere delle arti o la consapevolezza del patrimonio vengono dopo l’etica del lavoro, le coop, il sogno infrastrutturale, il formaggio, le reliquie resistenziali fino alla gioia del Lambrusco. Cerco al telefono la tassista arrabbiata. La trovo. Rosalba spiega che non è la prima volta che i turisti, lei e la sua auto restano delusi dal tentativo di un giro turistico a Reggio.
«E pensare – dice lei – che di potenziali turisti ne trasportiamo sempre e parecchi». E sgrana l’elenco di una folla di visitatori che nella nostra città ci sono davvero, esistono: quelli che partecipano agli eventi di Max Mara piuttosto che del Credem, quelli che approdano qui per Reggio Children, oppure i tifosi, intere famiglie di tifosi che pretenderebbero di vedere/conoscere la città oltre le gradinate del Mapei Stadium.
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«Ecco, tutta questa gente, libera dagli impegni o dalle manifestazioni, non sa poi dove andare». Il curriculum della tassista segnala che nel 1999 è stata la prima donna a guidare un autobus, ma fa emergere anche la sua candidatura alle comunali del 2014 nella Lista Magenta con Donatella Prampolini. Allora è facile facile sparare contro sistema e apparato amministrativo. Lei taglia corto e dice dentro il telefonino: «Guardi che allora presi la bellezza di dieci voti. Dieci voti. Io giudico con il mio lavoro, tutti i giorni, tutte le sere, tutte le notti».
La testimonianza della tassista appartiene al piccolo sistema reggiano. Quello grande – mi pare – guarda oltre la vocazione turistica. O meglio, non la vede. Perché la vocazione turistica non può essere fatta di visioni politico-strategiche larghe o larghissime, ma di interventi concreti, mirati, costanti, qui, in città e sul territorio. Tanto per cominciare: orari di apertura, allestimenti, itinerari tematici, strutture, pacchetti, e passione, passione, passione (buona volontà per la propria città).
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Per visione politiche-strategica larga o larghissima intendo anche quella varata nel maggio scorso tra i territori di Parma, Piacenza e Reggio. Ottantaquattro Comuni hanno aderito all’organismo “Destinazione Emilia” che realizza l’impianto indicato dalla Regione. È una scelta d’Area Vasta. Ad esempio Modena s’è sposata con l’area metropolitana di Bologna, mentre la Romagna se ne sta giustamente da sola con il suo mare. A presiedere il trittico turistico parmigiano-piacentino-reggiano l’assessore comunale Natalia Maramotti, mentre la sede di “Destinazione Emilia” è a Parma.
Un colpo al cerchio, un colpo alla botte per assestare la bilancia degli equilibri. Temo che la decisione di guardare a ponente sia stata dettata appunto da ragionamenti politici e non socio-economici: alla larga da Modena per non farsi sopraffare; in braccio a Parma per provare a decollare stando sulla scia di una città che ha fama internazionale. Cioè, in tema di sopraffazione, vale anche l’area verdiana “Questa o quella per me pari sono”. E poi la scelta a ponente è storicamente illogica perché è farnesiana, asburgica, borbonica. Mi si dirà che sono un passatista conficcato nei principati padani. Rispondo che Reggio per quello che è oggi, per patrimonio d’arte e cultura, concezione, struttura, memoria, per quel che può mostrare, è estense. Di levante. La scelta è perciò irrazionale. La confusione è garantita.
Ma che cosa si vuole pretendere? Che c’è da aspettarsi da un sistema dove – come ha sottolineato la Cgil – a decidere la riapertura delle scuole non è l’assessorato regionale all’istruzione, ma quello al turismo? Tutto dipende dal meteo settembrino, dalle previsioni per l’anno che verrà, e dalle esigenze degli albergatori romagnoli... Siamo puntualmente subalterni. Mentre la tassista porta in giro i turisti che non possono fare i turisti, già mi pare di intravedere un qualcosa che andrebbe di traverso ai reggiani: l’erbazzone alla parmigiana. Non è una forma di campanilismo, è un me ne frego di turismo.
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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