È giallo sull’attribuzione dell’opera del ’700
Possibile ma non certa l’attribuzione ad Antonio Bernard, insegnante alla Scuola reggiana di Belle arti
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REGGIO EMILIA. Sono un giallo le origini della statua settecentesca di Marco Emilio Lepido ed è difficile la sua attribuzione. Dalla ricostruzione che Elisabetta Farioli, direttore dei Musei Civici, ha svolto in occasione della mostra, si deduce una possibile, non certa, attribuzione dell'opera ad Antonio Bernard, insegnante di plastica e scultura alla Scuola di Belle arti di Reggio Emilia negli ultimi anni del Settecento: gli elementi che caratterizzano la statua, spiega Farioli, «possono fare avvicinare l'opera alle esperienze della scultura francese degli ultimi decenni del XVIII Secolo, sul solco di Jean-Baptiste Pigalle ma con un progressivo avvicinamento alla poetica neoclassica. In particolare per Bertrand, della cui vita e poetica così poco conosciamo, un avvicinamento può essere proposto all'entourage degli scultori particolarmente impegnati nella costruzione dell'immaginario legato alle istanze rivoluzionarie del periodo, con riferimento per esempio al nome di Joseph Chinard. Ripetutamente e occasionalmente nei secoli, Reggio Emilia si è occupata del suo fondatore. Memorabile, ricorda Farioli, la citazione di Giosuè Carducci nel celebre discorso del 1897 in occasione del primo centenario del Tricolore: “Reggio animosa e leggiadra, questa figlia del console Marco Emilio Lepido e madre a Ludovico Ariosto”.
Particolare attenzione fu riservata al console nel Rinascimento. Una per tutte la vicenda che nel ’500 coinvolse Prospero Sogari detto il Clemente e il suo illuminato committente, Gaspare Scaruffi, consulente economico del duca Alfonso II d'Este. Per omaggiare il sovrano in visita a Reggio, lo Scaruffi commissionò al Clemente due statue destinate alla facciata del Palazzo comunale: una di Ercole e una di Marco Emilio Lepido. Le sculture furono ricavate da un enorme blocco di marmo di Carrara, che raggiunse Reggio per via d'acqua: imbarcato nel Tirreno, circumnavigò l'Italia, fu traghettato lungo il Po sino a Ferrara e da qui a Reggio. Della collocazione sulla facciata del Comune non si fece nulla e le sculture furono sistemate nel cortile del palazzo Scaruffi, sull'attuale via Crispi. Nel ’600 si tentò di venderle al duca Francesco I d'Este per la Reggia di Sassuolo ma l'affare non andò in porto. Nel 1724 l'Ercole e il Marco Emilio Lepido rinascimentali furono lasciati in eredità da Claudia Prati Scaruffi al duca Rinaldo d'Este e furono collocate all'ingresso del Palazzo Ducale di Modena, dove sono ancora oggi.
Particolare attenzione fu riservata al console nel Rinascimento. Una per tutte la vicenda che nel ’500 coinvolse Prospero Sogari detto il Clemente e il suo illuminato committente, Gaspare Scaruffi, consulente economico del duca Alfonso II d'Este. Per omaggiare il sovrano in visita a Reggio, lo Scaruffi commissionò al Clemente due statue destinate alla facciata del Palazzo comunale: una di Ercole e una di Marco Emilio Lepido. Le sculture furono ricavate da un enorme blocco di marmo di Carrara, che raggiunse Reggio per via d'acqua: imbarcato nel Tirreno, circumnavigò l'Italia, fu traghettato lungo il Po sino a Ferrara e da qui a Reggio. Della collocazione sulla facciata del Comune non si fece nulla e le sculture furono sistemate nel cortile del palazzo Scaruffi, sull'attuale via Crispi. Nel ’600 si tentò di venderle al duca Francesco I d'Este per la Reggia di Sassuolo ma l'affare non andò in porto. Nel 1724 l'Ercole e il Marco Emilio Lepido rinascimentali furono lasciati in eredità da Claudia Prati Scaruffi al duca Rinaldo d'Este e furono collocate all'ingresso del Palazzo Ducale di Modena, dove sono ancora oggi.
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