Sul Pci pesa un peccato mortale
Ezio Mauro: risolse i conti con l’Urss un minuto dopo la caduta del Muro
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Cent’anni dopo la rivoluzione sovietica che fine ha fatto il comunismo nelle patrie del comunismo italiano, che cosa è diventato?
«Sul comunismo italiano pesa un peccato che è diventato mortale. Ha risolto i conti con l’Unione Sovietica quindi con il comunismo trasformato in una dittatura soltanto un minuto dopo la caduta del Muro di Berlino, non un momento prima. Fatalmente i calcinacci sono rimasti sulla giacca del comunismo italiano che pure era diverso dal comunismo sovietico, soprattutto in due momenti particolari: uno nella partecipazione alla liberazione del Paese dal fascismo e l’altro nella difesa delle istituzioni democratiche nella sfida del terrorismo degli anni Settanta e degli anni Ottanta. Tuttavia questo ritardo in politica si paga».
Però, a suo tempo e per tempo, Berlinguer aveva indicato una terza via rispetto al comunismo sovietico e al sistema occidentale.
«Norberto Bobbio pose una domanda fondamentale. Per anni aveva polemizzato con il Pci invitandolo a rompere i legami con l’Unione Sovietica e spiegandogli che non esiste una terza via tra comunismo e democrazia. Bisogna scegliere la democrazia, non si può rimanere in mezzo al mare, bisogna toccare la sponda della democrazia compiuta. La domanda che Bobbio pose subito dopo la caduta del Muro era “Ma di questo patrimonio di speranze che furono poi ingabbiate dal sovietismo e dal falso mito dell’Unione Sovietica durato settant’anni, ma questo patrimonio di speranze che il comunismo aveva suscitato, che cosa succederà? Chi lo terrà insieme? La domanda è ancora attuale e il patrimonio si è disperso».
In Italia non c’è leader o base, intellettuale o massa che siano riusciti a elaborare questo lutto? Se è un lutto…
«La questione sta in questi termini: non c'è stata una critica radicale alla trasformazione delle idee comuniste in regime dittatoriale, invece ci si è limitati a dire che la spinta propulsiva della rivoluzione era esaurita, come fece Berlinguer con lo strappo dell’81. Prima il Pci aveva dato un giudizio netto e non ambiguo sull’occupazione della Cecoslovacchia, ma mentre faceva questa critica doveva essere possibile raccogliere quelle speranze e quella voglia di cambiamento della società con la spinta di uguaglianza e anche alla fraternità. Bisognava riprendere delle parole storiche che socialismo e comunismo avevano lanciato tra le masse, e aggiornarle. E invece questo non è stato possibile».
Stai facendo riferimento alla questione della verità che era sotto gli occhi di tutti, anche dei comunisti italiani?
«C’è una frase di Martin Amis nel suo romanzo-saggio che si intitola “Koba il terribile” su Stalin che spiega molto bene il problema del ritardo della critica radicale. Essa vale per i comunisti e anche per i non comunisti. In sintesi: “Si pensava, tra i comunisti occidentali che la verità potesse essere posticipata”. Cioè si pretendeva di poter dire più avanti la verità sul comunismo sovietico, perché allora bisognava tenere partito e masse insieme. Invece no, la verità non può essere posticipata. Il momento della verità è sempre adesso, non è domani».
Dire chiaro e tondo, non posticipare. Questo però è un orientamento molto giornalistico.
«Sai, la politica e la sinistra di oggi ritengono che certe parole come uguaglianza, come emancipazione, siano delle parole vecchie. In realtà sono delle parole che suonano vecchie soltanto perché non vengono pronunciate in modo autentico».
Una domanda sul tuo ultimo libro con tre punti interrogativi: si tratta di una analisi storica che cade precisamente cent'anni dopo, di una celebrazione del secolo o di una revisione, di una rilettura quindi?
«Metto in chiaro che io non sono uno storico, ma un giornalista, quindi ho cercato di fare una cronaca. Infatti il sottotitolo del libro è “Cronaca di una rivoluzione”. Ho provato a fare un esperimento inedito: il cronista sul campo di avvenimenti di cento anni fa. Prima ho predisposto una traccia degli eventi leggendo tutto quello che potevo leggere durante un anno di lavoro e anche più. Ho scelto le interpretazioni che ritenevo più confacenti alla realtà e poi sono andato sul posto, sui posti, per verificare. Naturalmente là non ci sono più testimoni, ma i luoghi parlano, le modifiche che i luoghi hanno subìto anche, le tracce che le vicende hanno lasciato nei luoghi e nelle persone parlano».
Ma non ci sono più i protagonisti, i documenti parlanti.
«Ci sono le testimonianze che si tramandano da una generazione all’altra, ad esempio a Pskov, la stazione di campagna dove lo zar ha abdicato all’inizio di marzo del 1917, il suo vagone ferroviario che è stato la sua ultima reggia imperiale. I capistazione ci hanno detto che i loro vecchi predessori raccontavano che il treno non era arrivato direttamente a Pskov, ma per paura delle bande di ribelli si era fermato al chilometro 0,8 e lo zar aveva mandato gli esploratori a vedere se la stazione era libera. Poi era arrivato. Sono andato al chilometro 0,8 e tutto era come allora, non c’era una casa, non c’era un’automobile, non c’era un passaggio a livello. C’erano solo gli scambi, i binari che puntavano verso l’infinito della Russia immobile nella neve e c’era una garitta di legno gigantesca. Sembrava di vedere lo stesso paesaggio che lo zar aveva visto allora».
Da quello che racconti si intuisce anche il taglio letterario del libro che diventa anche evento, lettura, recital. Come mai questo impulso di interpretare il libro in lettura, in teatro.
«Me l’hanno chiesto alcuni teatri, me l’ha chiesta la società che si era già occupata di portare nei teatri la lettura del reportage che avevo fatto sulla Tyssen. Quindi abbiamo ripreso un’esperienza che avevamo fatto, e la possibilità di avvicinare pubblici diversi e l'utilizo di registri diversi. Il libro letto in pubblico prende una allure diversa, prende una fisionomia diversa, una cifra diversa».
In sostanza il libro va in piazza, raggiunge non solo il lettore, ma un auditorium.
«Sì, e poi ci sono ci sono gli accompagnamenti musicali, ci sono degli effetti sonori e quindi c’è una trasposizione che è fatta anche per immagini, perché c’è una ricerca iconografica che ha fatto Carmen Manti. Una ricerca iconografica di 160 fotografie dell’epoca, molte delle quali non avevo mai viste. Quindi il racconto viene accompagnato da queste immagini che contestualizzano, spiegano, fanno vedere i personaggi, i luoghi, fanno sentire la musica e i ritmi dell’epoca, raccontano che cosa succedeva anche con effetto visivo e non solo attraverso la parola. Quindi lo scritto diventa parola e diventa immagine. L’insieme dà una dimensione ulteriore rispetto a quella che era nata soltanto per il giornale. All'inizio pensavo esclusivamente al giornale. Poi quell'idea è diventata libro, poi audiolibro».
Quindi eri partito con un obiettivo a puntate, per Repubblica.
«Ero partito con la sicurezza di attraversare tutto il 2017 ripercorrendo mese per mese le dodici tappe del 1917 ognuna con un personaggio e ognuna con un evento guida. Sì il progetto era pensato esclusivamente per il giornale, da cronista, tornando a Sanpietroburgo, Mosca, Carskoe Selo, e Pskov e soprattutto a Ekaterinburg, la città degli Urali dove lo zar e la famiglia furono imprigionati per l’ultima fase della loro vita e poi trucidati».
Cosa ne pensi della polemica russa sul film sullo zar e il suo amore per la ballerina Matilda Kschessinska? Cosa c’è in Russia e cosa è rimasto della memoria imperiale pre-sovietica. Guai a chi tocca Nicola II Romanov, beatificato dalla Chiesa ortodossa.
«La Russia, dopo la lunga prigionia nella corazza sovietica che è durata 70 anni, ha voglia di entrare nel mondo nuovo. Teniamo conto che i russi sono stati prima sudditi e poi bolscevichi senza mai trasfromarsi in cittadini. Stanno faticosamente cercando di diventarlo in quella che però ha le forme della democrazia ma l’anima del regime autoritario, quindi di una democratura. Il passaggio è faticoso. I russi vogliono lasciarsi alle spalle il passato. Quindi non hanno occhi e non hanno orecchie per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre che pure ha sconvolto il loro paese per 70 anni, le generazioni dei loro nonni e dei loro padri, e si proietta sulla generazione attuale. Ha sconvolto la Russia, ha sconvolto il mondo. Rimane però l’eterna anima imperiale della Russia che spesso noi occidentali immaginiamo dovuta soltanto allo stalinismo e al sovietismo, all’assolutizzazione delle repubbliche attorno alla Russia che ha formato l’Unione Sovietica. Quindi l’impero lo identifichiamo soltanto con lo stalinismo e con lo sovietismo, mentre l’anima imperiale della Russia era preesistente e, ripeto, è eterna.»
Anche con l’alternanza perpetua fra Putin e Medvedev?
«Gran parte del consenso popolare riscosso da Putin nonostante il pugno di ferro che lui usa nei confronti della stampa, nei confronti della libertà di opinione e delle opposizioni... Nonostante questo, perché Putin ha risvegliato la vocazione imperiale della Russia che si sentiva umiliata per essere trattata come una potenza regionale dopo la caduta del comunismo».
In Italia è invece calda la polemica che fa assimilare sostanzialmente il comunismo al fascismo. L’estremità dei gadget, le memorie, le apologie. Ma la divaricazione va mantenuta e perché?
«Non ho mai pensato che nella storia si potesse fare un solo peso sulla bilancia del numero dei morti,. Fascismo e comunismo sono stati due orrori provocati nel cuore dell’Europa. Va detto che la civiltà europea non ci ha protetti, la bellezza dell’arte e della letteratura e tutto ciò che è cresciuto nel cuore letterario della Russia da un lato, della Germania e dell’Italia dall’altro lato, non ci hanno protetti dal male, non ci hanno protetti dall’orrore».
Dovremmo cambiare atteggiamento?
«Dovremmo essere più consapevoli oggi che l’Europa dopo aver provocato la guerra mondiale ha saputo produrre anche gli anticorpi che hanno regalato alla nostra generazione, che oggi è una generazione di padri, un lunghissimo dopoguerra di pace, di prosperità, di benessere e democrazia, con tutte le imperfezioni della democrazia. Però abbiamo vissuto nella libertà. L’Europa è stata consapevole di questa costruzione democratica. Dovremmo trattarla con più cura».
«Sul comunismo italiano pesa un peccato che è diventato mortale. Ha risolto i conti con l’Unione Sovietica quindi con il comunismo trasformato in una dittatura soltanto un minuto dopo la caduta del Muro di Berlino, non un momento prima. Fatalmente i calcinacci sono rimasti sulla giacca del comunismo italiano che pure era diverso dal comunismo sovietico, soprattutto in due momenti particolari: uno nella partecipazione alla liberazione del Paese dal fascismo e l’altro nella difesa delle istituzioni democratiche nella sfida del terrorismo degli anni Settanta e degli anni Ottanta. Tuttavia questo ritardo in politica si paga».
Però, a suo tempo e per tempo, Berlinguer aveva indicato una terza via rispetto al comunismo sovietico e al sistema occidentale.
«Norberto Bobbio pose una domanda fondamentale. Per anni aveva polemizzato con il Pci invitandolo a rompere i legami con l’Unione Sovietica e spiegandogli che non esiste una terza via tra comunismo e democrazia. Bisogna scegliere la democrazia, non si può rimanere in mezzo al mare, bisogna toccare la sponda della democrazia compiuta. La domanda che Bobbio pose subito dopo la caduta del Muro era “Ma di questo patrimonio di speranze che furono poi ingabbiate dal sovietismo e dal falso mito dell’Unione Sovietica durato settant’anni, ma questo patrimonio di speranze che il comunismo aveva suscitato, che cosa succederà? Chi lo terrà insieme? La domanda è ancora attuale e il patrimonio si è disperso».
In Italia non c’è leader o base, intellettuale o massa che siano riusciti a elaborare questo lutto? Se è un lutto…
«La questione sta in questi termini: non c'è stata una critica radicale alla trasformazione delle idee comuniste in regime dittatoriale, invece ci si è limitati a dire che la spinta propulsiva della rivoluzione era esaurita, come fece Berlinguer con lo strappo dell’81. Prima il Pci aveva dato un giudizio netto e non ambiguo sull’occupazione della Cecoslovacchia, ma mentre faceva questa critica doveva essere possibile raccogliere quelle speranze e quella voglia di cambiamento della società con la spinta di uguaglianza e anche alla fraternità. Bisognava riprendere delle parole storiche che socialismo e comunismo avevano lanciato tra le masse, e aggiornarle. E invece questo non è stato possibile».
Stai facendo riferimento alla questione della verità che era sotto gli occhi di tutti, anche dei comunisti italiani?
«C’è una frase di Martin Amis nel suo romanzo-saggio che si intitola “Koba il terribile” su Stalin che spiega molto bene il problema del ritardo della critica radicale. Essa vale per i comunisti e anche per i non comunisti. In sintesi: “Si pensava, tra i comunisti occidentali che la verità potesse essere posticipata”. Cioè si pretendeva di poter dire più avanti la verità sul comunismo sovietico, perché allora bisognava tenere partito e masse insieme. Invece no, la verità non può essere posticipata. Il momento della verità è sempre adesso, non è domani».
Dire chiaro e tondo, non posticipare. Questo però è un orientamento molto giornalistico.
«Sai, la politica e la sinistra di oggi ritengono che certe parole come uguaglianza, come emancipazione, siano delle parole vecchie. In realtà sono delle parole che suonano vecchie soltanto perché non vengono pronunciate in modo autentico».
Una domanda sul tuo ultimo libro con tre punti interrogativi: si tratta di una analisi storica che cade precisamente cent'anni dopo, di una celebrazione del secolo o di una revisione, di una rilettura quindi?
«Metto in chiaro che io non sono uno storico, ma un giornalista, quindi ho cercato di fare una cronaca. Infatti il sottotitolo del libro è “Cronaca di una rivoluzione”. Ho provato a fare un esperimento inedito: il cronista sul campo di avvenimenti di cento anni fa. Prima ho predisposto una traccia degli eventi leggendo tutto quello che potevo leggere durante un anno di lavoro e anche più. Ho scelto le interpretazioni che ritenevo più confacenti alla realtà e poi sono andato sul posto, sui posti, per verificare. Naturalmente là non ci sono più testimoni, ma i luoghi parlano, le modifiche che i luoghi hanno subìto anche, le tracce che le vicende hanno lasciato nei luoghi e nelle persone parlano».
Ma non ci sono più i protagonisti, i documenti parlanti.
«Ci sono le testimonianze che si tramandano da una generazione all’altra, ad esempio a Pskov, la stazione di campagna dove lo zar ha abdicato all’inizio di marzo del 1917, il suo vagone ferroviario che è stato la sua ultima reggia imperiale. I capistazione ci hanno detto che i loro vecchi predessori raccontavano che il treno non era arrivato direttamente a Pskov, ma per paura delle bande di ribelli si era fermato al chilometro 0,8 e lo zar aveva mandato gli esploratori a vedere se la stazione era libera. Poi era arrivato. Sono andato al chilometro 0,8 e tutto era come allora, non c’era una casa, non c’era un’automobile, non c’era un passaggio a livello. C’erano solo gli scambi, i binari che puntavano verso l’infinito della Russia immobile nella neve e c’era una garitta di legno gigantesca. Sembrava di vedere lo stesso paesaggio che lo zar aveva visto allora».
Da quello che racconti si intuisce anche il taglio letterario del libro che diventa anche evento, lettura, recital. Come mai questo impulso di interpretare il libro in lettura, in teatro.
«Me l’hanno chiesto alcuni teatri, me l’ha chiesta la società che si era già occupata di portare nei teatri la lettura del reportage che avevo fatto sulla Tyssen. Quindi abbiamo ripreso un’esperienza che avevamo fatto, e la possibilità di avvicinare pubblici diversi e l'utilizo di registri diversi. Il libro letto in pubblico prende una allure diversa, prende una fisionomia diversa, una cifra diversa».
In sostanza il libro va in piazza, raggiunge non solo il lettore, ma un auditorium.
«Sì, e poi ci sono ci sono gli accompagnamenti musicali, ci sono degli effetti sonori e quindi c’è una trasposizione che è fatta anche per immagini, perché c’è una ricerca iconografica che ha fatto Carmen Manti. Una ricerca iconografica di 160 fotografie dell’epoca, molte delle quali non avevo mai viste. Quindi il racconto viene accompagnato da queste immagini che contestualizzano, spiegano, fanno vedere i personaggi, i luoghi, fanno sentire la musica e i ritmi dell’epoca, raccontano che cosa succedeva anche con effetto visivo e non solo attraverso la parola. Quindi lo scritto diventa parola e diventa immagine. L’insieme dà una dimensione ulteriore rispetto a quella che era nata soltanto per il giornale. All'inizio pensavo esclusivamente al giornale. Poi quell'idea è diventata libro, poi audiolibro».
Quindi eri partito con un obiettivo a puntate, per Repubblica.
«Ero partito con la sicurezza di attraversare tutto il 2017 ripercorrendo mese per mese le dodici tappe del 1917 ognuna con un personaggio e ognuna con un evento guida. Sì il progetto era pensato esclusivamente per il giornale, da cronista, tornando a Sanpietroburgo, Mosca, Carskoe Selo, e Pskov e soprattutto a Ekaterinburg, la città degli Urali dove lo zar e la famiglia furono imprigionati per l’ultima fase della loro vita e poi trucidati».
Cosa ne pensi della polemica russa sul film sullo zar e il suo amore per la ballerina Matilda Kschessinska? Cosa c’è in Russia e cosa è rimasto della memoria imperiale pre-sovietica. Guai a chi tocca Nicola II Romanov, beatificato dalla Chiesa ortodossa.
«La Russia, dopo la lunga prigionia nella corazza sovietica che è durata 70 anni, ha voglia di entrare nel mondo nuovo. Teniamo conto che i russi sono stati prima sudditi e poi bolscevichi senza mai trasfromarsi in cittadini. Stanno faticosamente cercando di diventarlo in quella che però ha le forme della democrazia ma l’anima del regime autoritario, quindi di una democratura. Il passaggio è faticoso. I russi vogliono lasciarsi alle spalle il passato. Quindi non hanno occhi e non hanno orecchie per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre che pure ha sconvolto il loro paese per 70 anni, le generazioni dei loro nonni e dei loro padri, e si proietta sulla generazione attuale. Ha sconvolto la Russia, ha sconvolto il mondo. Rimane però l’eterna anima imperiale della Russia che spesso noi occidentali immaginiamo dovuta soltanto allo stalinismo e al sovietismo, all’assolutizzazione delle repubbliche attorno alla Russia che ha formato l’Unione Sovietica. Quindi l’impero lo identifichiamo soltanto con lo stalinismo e con lo sovietismo, mentre l’anima imperiale della Russia era preesistente e, ripeto, è eterna.»
Anche con l’alternanza perpetua fra Putin e Medvedev?
«Gran parte del consenso popolare riscosso da Putin nonostante il pugno di ferro che lui usa nei confronti della stampa, nei confronti della libertà di opinione e delle opposizioni... Nonostante questo, perché Putin ha risvegliato la vocazione imperiale della Russia che si sentiva umiliata per essere trattata come una potenza regionale dopo la caduta del comunismo».
In Italia è invece calda la polemica che fa assimilare sostanzialmente il comunismo al fascismo. L’estremità dei gadget, le memorie, le apologie. Ma la divaricazione va mantenuta e perché?
«Non ho mai pensato che nella storia si potesse fare un solo peso sulla bilancia del numero dei morti,. Fascismo e comunismo sono stati due orrori provocati nel cuore dell’Europa. Va detto che la civiltà europea non ci ha protetti, la bellezza dell’arte e della letteratura e tutto ciò che è cresciuto nel cuore letterario della Russia da un lato, della Germania e dell’Italia dall’altro lato, non ci hanno protetti dal male, non ci hanno protetti dall’orrore».
Dovremmo cambiare atteggiamento?
«Dovremmo essere più consapevoli oggi che l’Europa dopo aver provocato la guerra mondiale ha saputo produrre anche gli anticorpi che hanno regalato alla nostra generazione, che oggi è una generazione di padri, un lunghissimo dopoguerra di pace, di prosperità, di benessere e democrazia, con tutte le imperfezioni della democrazia. Però abbiamo vissuto nella libertà. L’Europa è stata consapevole di questa costruzione democratica. Dovremmo trattarla con più cura».
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