Fare il “compagno”? Lavoro a tempo pieno
di ANDREA MASTRANGELO
Quando il quartier generale era Palazzo Masdoni, il più bell’edificio di Reggio La Gazzetta ripercorre il portone di destra, centro e sinistra. Chi li ricorda?
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Una questione ideologica, ma non solo. Il comunismo per la maggioranza dei reggiani era qualcosa che iniziava alla mattina e finiva alla sera. Lo si sarebbe potuto definire un lavoro a tempo pieno, o forse anche un ventre materno, una cappa protettiva, l’istituzione per eccellenza che, potevi starne certo, non ti avrebbe tradito. Se Marx era l’ideologo del conflitto sociale, della lotta di classe, a ben guardare il comunismo alla reggiana non era quell’entità che dissolveva il distacco di ceto, era piuttosto il mezzo che permetteva la coesistenza fra classi completamente diverse, per provenienza e prospettive. Usando un’immagine che potrebbe sembrare semplicistica, possiamo azzardare che questa coesistenza fra classi fosse rispecchiata nella facciata della sede storica del Partito comunista di Reggio Emilia: Palazzo Masdoni.
Stiamo parlando di uno dei palazzi più belli della città, forse il più bello in assoluto. Se i suoi primi elementi risalgono già al Medioevo, il palazzo fino alla fine del 700 fu di proprietà dei Masdoni (che lo legarono per sempre al proprio nome), poi passò alle famiglie Toschi e Rocca Saporiti. Dagli anni 50 divenne la sede della Federazione provinciale del Pci.
Nel palazzo più bello di Reggio Emilia trovavi la più grande e importante realtà sociale del territorio, in quell’epoca superiore per pervasività ed influenza alla Chiesa stessa. Il luogo in cui si trovava Palazzo Masdoni, via Toschi, finì per individuare il Pci reggiano nella sua globalità. Si diceva “Via Toschi” per indicare i comunisti di Reggio, come si usava l’espressione “le Botteghe Oscure” come sinonimo del Partito comunista nazionale.
Tre i portoni sulla imponente facciata, tre porte per un transito molto diversificato. Tre porte che permettevano l’accesso alla fonte del comunismo a ogni possibile classe sociale reggiana: intellettuali, funzionari, uomini d’ordine, operai, braccianti, sindacalisti, studenti in attesa di occupazione, studenti che se ne stavano ben alla larga da qualsiasi occupazione, figure istituzionali, autorità. Addirittura qualche prete. Per quelle tre porte passava tutta Reggio.
La porta centrale, imponente, bellissima, era “la federazione”. Varcare quella soglia significava entrare nei luoghi decisionali dell’apparato comunista. Scalone d’onore, sculture, grandi rifiniture, cortile interno. Il prestigio e l’autorevolezza hanno bisogno anche di simboli e di manifestazioni esteriori: Palazzo Masdoni era tutto questo.
Quei saloni hanno visto l’evolversi del rapporto fra il comunismo reggiano e la società italiana in continuo mutamento, con Reggio Emilia dimostrazione vivente di come un partito e un’ideologia all’opposizione a Roma potessero pienamente tradursi in una capacità di governo locale con poche possibilità di paragone in Italia. Senza voler confondere gli uffici comunali di Piazza Prampolini con quelli di partito di via Toschi, si può ben dire che il comunismo (inteso anche come macchina organizzativa) abbia accompagnato il viaggio di una provincia nel percorso di approdo a un’economia di eccellenza, non dimenticando il ruolo fondamentale giocato nel collocare Reggio su un gradino superiore nel campo della cultura.
Passando attraverso il portone centrale si accedeva alle stanze in cui sono state prese alcune fra le decisioni fondamentali del dopoguerra reggiano. Giuste e sbagliate.
Il portone di destra, più piccolo ma comunque raffinato, portava ad ambienti non enormi e dall’aspetto modernista. Quello non era posto per militanti, era luogo per funzionari. Quando uno andava lì, diceva “vado dai parlamentari”. Dietro il portone di destra c’erano infatti gli uffici di rappresentanza locale dei senatori e dei deputati reggiani eletti a Roma. Fisicamente in Parlamento per almeno cinque giorni alla settimana (e si sa quanto fossero stakanovisti gli eletti del Pci, anche oggi uno dei recordman del Parlamento è Maino Marchi, iniziato alla politica dalla sezione della Fgci di Mandrio), tutti mantenevano comunque un contatto, anche fisicamente ben individuabile, con il territorio.
Il portone di sinistra era il più piccolo e il meno pretenzioso. Si capiva che di lì sarebbe potuto passare chiunque, sempre ben accetto e senza problemi di etichetta. Anzi, per passarci non c’era nemmeno bisogno di un motivo preciso. Il portone di sinistra conteneva un sacco di cose. Percorrendo il largo corridoio, a destra si trovava una porta che immetteva in una scala vecchia e ripida. Al primo piano c’era la sezione di quel pezzo di centro storico. Insomma, c’era “la base”. Al secondo piano entravi in un mondo difficile da classificare (almeno fra anni 70 e 80), al tempo stesso anarchico e decisionista: la Federazione provinciale della Fgci. I figiciotti, i giovani del Pci. Lì dentro poteva capitare quasi di tutto, al punto che molti fra i funzionari (quelli del portone centrale, per intendersi) guardavano a quei ragazzi sempre con una certa apprensione.
Se invece dal corridoio si prendeva un’altra porta, si entrava in una specie di salone ricreativo, usato anche come sede della Polisportiva. Perché tutto quel mondo comunista metteva la propria faccia nel campo dello sport, e con buoni risultati.
Andando a memoria, il massimo risultato dev’essere quello ottenuto con la pallavolo, quando si arrivò in serie B grazie alle prestazioni di un giocatore mitico, il bulgaro “Stancio”.
Ma c’erano il calcio, ovviamente, e la ginnastica artistica. E la pallacanestro. Proprio la pallacanestro fu l’occasione di uno dei più clamorosi e divertenti equivoci nella storia dello sport planetario. La squadra della Polisportiva (siamo negli anni 60) venne invitata a un torneo internazionale, in qualche paese dell’Est ovviamente. Non si sa se per un problema di traduzione o per qualche altro inciampo, sta di fatto che una volta in campo i nostri bravi dilettanti di Reggio Emilia si trovarono di fronte la nazionale dell’Unione Sovietica. Non la nazionale dei ferrotranvieri dell’Urss, proprio la nazionale, quella vera. L’imbarazzo venne risolto con un accordo onorevole: la partita si sarebbe svolta lo stesso ma i sovietici avrebbero potuto tirare solo dalla loro metà campo. Non risultano documenti di archivio che testimonino chi abbia vinto.
Se poi dal corridoio tiravi dritto, entravi in un luogo non chiaramente collocato nel tempo: il circolo Gramsci. Davvero la porta per tutti. Tavolini per tutti, giornali per tutti (e non solo l’Unità), televisore a disposizione, sala biliardi, salone per la tombola, un bar con bariste sulla sessantina gentili ed efficienti al punto da far invidia a qualsiasi supertecnologico bar di oggi.
Alle pareti, a vegliare, i ritratti di Palmiro Togliatti, Luigi Longo ed Enrico Berlinguer. D’estate era a disposizione anche un grande cortile alberato per starsene in compagnia prendendo un po’ di fresco. “Il Gramsci” (perché così era semplicemente chiamato il circolo) era un tourbillon di iniziative.
Una delle ultime fra tutti: il torneo Gnaker. Manifestazione di pallacanestro che opponeva squadre fatte di gente che non aveva mai giocato o che aveva brillato per scarsezza tecnica, oppure fatte di glorie vecchie e vecchissime. Erano i primi anni 80, fu un successo pazzesco. Si dovette imporre il numero chiuso alle iscrizioni.
E siccome della politica all’epoca non ci si vergognava, alle squadre si davano nomi che parlavano da soli. Le prime due edizioni vennero vinte dai “Siberian”. Tanto per essere chiari. Il torneo dei Gnaker è sopravvissuto – a differenza del Pci – al crollo del muro di Berlino e ancora oggi si disputa ogni estate, raccogliendo fondi che poi vengono destinati alla sanità reggiana.
Palazzo Masdoni, sempre bellissimo e oggi passato in mani private che lo stanno sottoponendo a un eccezionale restauro, non è invece sopravvissuto quale simbolo del Pci. Chi passando per via Toschi trovasse il tempo di dargli un’occhiata, noterebbe un’ombra sopra l’arco che delimitava il portone di sinistra, quello adatto a tutti.
È l’ombra lasciata dal neon che a lettere luminose scriveva “Circolo Gramsci”.
Quest’ombra è forse tutto ciò che rimane del comunismo reggiano.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Stiamo parlando di uno dei palazzi più belli della città, forse il più bello in assoluto. Se i suoi primi elementi risalgono già al Medioevo, il palazzo fino alla fine del 700 fu di proprietà dei Masdoni (che lo legarono per sempre al proprio nome), poi passò alle famiglie Toschi e Rocca Saporiti. Dagli anni 50 divenne la sede della Federazione provinciale del Pci.
Nel palazzo più bello di Reggio Emilia trovavi la più grande e importante realtà sociale del territorio, in quell’epoca superiore per pervasività ed influenza alla Chiesa stessa. Il luogo in cui si trovava Palazzo Masdoni, via Toschi, finì per individuare il Pci reggiano nella sua globalità. Si diceva “Via Toschi” per indicare i comunisti di Reggio, come si usava l’espressione “le Botteghe Oscure” come sinonimo del Partito comunista nazionale.
Tre i portoni sulla imponente facciata, tre porte per un transito molto diversificato. Tre porte che permettevano l’accesso alla fonte del comunismo a ogni possibile classe sociale reggiana: intellettuali, funzionari, uomini d’ordine, operai, braccianti, sindacalisti, studenti in attesa di occupazione, studenti che se ne stavano ben alla larga da qualsiasi occupazione, figure istituzionali, autorità. Addirittura qualche prete. Per quelle tre porte passava tutta Reggio.
La porta centrale, imponente, bellissima, era “la federazione”. Varcare quella soglia significava entrare nei luoghi decisionali dell’apparato comunista. Scalone d’onore, sculture, grandi rifiniture, cortile interno. Il prestigio e l’autorevolezza hanno bisogno anche di simboli e di manifestazioni esteriori: Palazzo Masdoni era tutto questo.
Quei saloni hanno visto l’evolversi del rapporto fra il comunismo reggiano e la società italiana in continuo mutamento, con Reggio Emilia dimostrazione vivente di come un partito e un’ideologia all’opposizione a Roma potessero pienamente tradursi in una capacità di governo locale con poche possibilità di paragone in Italia. Senza voler confondere gli uffici comunali di Piazza Prampolini con quelli di partito di via Toschi, si può ben dire che il comunismo (inteso anche come macchina organizzativa) abbia accompagnato il viaggio di una provincia nel percorso di approdo a un’economia di eccellenza, non dimenticando il ruolo fondamentale giocato nel collocare Reggio su un gradino superiore nel campo della cultura.
Passando attraverso il portone centrale si accedeva alle stanze in cui sono state prese alcune fra le decisioni fondamentali del dopoguerra reggiano. Giuste e sbagliate.
Il portone di destra, più piccolo ma comunque raffinato, portava ad ambienti non enormi e dall’aspetto modernista. Quello non era posto per militanti, era luogo per funzionari. Quando uno andava lì, diceva “vado dai parlamentari”. Dietro il portone di destra c’erano infatti gli uffici di rappresentanza locale dei senatori e dei deputati reggiani eletti a Roma. Fisicamente in Parlamento per almeno cinque giorni alla settimana (e si sa quanto fossero stakanovisti gli eletti del Pci, anche oggi uno dei recordman del Parlamento è Maino Marchi, iniziato alla politica dalla sezione della Fgci di Mandrio), tutti mantenevano comunque un contatto, anche fisicamente ben individuabile, con il territorio.
Il portone di sinistra era il più piccolo e il meno pretenzioso. Si capiva che di lì sarebbe potuto passare chiunque, sempre ben accetto e senza problemi di etichetta. Anzi, per passarci non c’era nemmeno bisogno di un motivo preciso. Il portone di sinistra conteneva un sacco di cose. Percorrendo il largo corridoio, a destra si trovava una porta che immetteva in una scala vecchia e ripida. Al primo piano c’era la sezione di quel pezzo di centro storico. Insomma, c’era “la base”. Al secondo piano entravi in un mondo difficile da classificare (almeno fra anni 70 e 80), al tempo stesso anarchico e decisionista: la Federazione provinciale della Fgci. I figiciotti, i giovani del Pci. Lì dentro poteva capitare quasi di tutto, al punto che molti fra i funzionari (quelli del portone centrale, per intendersi) guardavano a quei ragazzi sempre con una certa apprensione.
Se invece dal corridoio si prendeva un’altra porta, si entrava in una specie di salone ricreativo, usato anche come sede della Polisportiva. Perché tutto quel mondo comunista metteva la propria faccia nel campo dello sport, e con buoni risultati.
Andando a memoria, il massimo risultato dev’essere quello ottenuto con la pallavolo, quando si arrivò in serie B grazie alle prestazioni di un giocatore mitico, il bulgaro “Stancio”.
Ma c’erano il calcio, ovviamente, e la ginnastica artistica. E la pallacanestro. Proprio la pallacanestro fu l’occasione di uno dei più clamorosi e divertenti equivoci nella storia dello sport planetario. La squadra della Polisportiva (siamo negli anni 60) venne invitata a un torneo internazionale, in qualche paese dell’Est ovviamente. Non si sa se per un problema di traduzione o per qualche altro inciampo, sta di fatto che una volta in campo i nostri bravi dilettanti di Reggio Emilia si trovarono di fronte la nazionale dell’Unione Sovietica. Non la nazionale dei ferrotranvieri dell’Urss, proprio la nazionale, quella vera. L’imbarazzo venne risolto con un accordo onorevole: la partita si sarebbe svolta lo stesso ma i sovietici avrebbero potuto tirare solo dalla loro metà campo. Non risultano documenti di archivio che testimonino chi abbia vinto.
Se poi dal corridoio tiravi dritto, entravi in un luogo non chiaramente collocato nel tempo: il circolo Gramsci. Davvero la porta per tutti. Tavolini per tutti, giornali per tutti (e non solo l’Unità), televisore a disposizione, sala biliardi, salone per la tombola, un bar con bariste sulla sessantina gentili ed efficienti al punto da far invidia a qualsiasi supertecnologico bar di oggi.
Alle pareti, a vegliare, i ritratti di Palmiro Togliatti, Luigi Longo ed Enrico Berlinguer. D’estate era a disposizione anche un grande cortile alberato per starsene in compagnia prendendo un po’ di fresco. “Il Gramsci” (perché così era semplicemente chiamato il circolo) era un tourbillon di iniziative.
Una delle ultime fra tutti: il torneo Gnaker. Manifestazione di pallacanestro che opponeva squadre fatte di gente che non aveva mai giocato o che aveva brillato per scarsezza tecnica, oppure fatte di glorie vecchie e vecchissime. Erano i primi anni 80, fu un successo pazzesco. Si dovette imporre il numero chiuso alle iscrizioni.
E siccome della politica all’epoca non ci si vergognava, alle squadre si davano nomi che parlavano da soli. Le prime due edizioni vennero vinte dai “Siberian”. Tanto per essere chiari. Il torneo dei Gnaker è sopravvissuto – a differenza del Pci – al crollo del muro di Berlino e ancora oggi si disputa ogni estate, raccogliendo fondi che poi vengono destinati alla sanità reggiana.
Palazzo Masdoni, sempre bellissimo e oggi passato in mani private che lo stanno sottoponendo a un eccezionale restauro, non è invece sopravvissuto quale simbolo del Pci. Chi passando per via Toschi trovasse il tempo di dargli un’occhiata, noterebbe un’ombra sopra l’arco che delimitava il portone di sinistra, quello adatto a tutti.
È l’ombra lasciata dal neon che a lettere luminose scriveva “Circolo Gramsci”.
Quest’ombra è forse tutto ciò che rimane del comunismo reggiano.
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