Delrio, il jolly del Pd tra Renzi e Minniti
La batosta siciliana riaccende la fronda interna al segretario dem. E il ministro reggiano diventa possibile ago della bilancia
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REGGIO EMILIA . E Delrio? La batosta del Pd in terra siciliana rimette sul banco degli imputati Renzi e il renzismo. E mentre il segretario nazionale Pd si appresta ad una nuova ripartenza con il treno sul quale sta attraversando l’Italia – annunciando tappe anche in Emilia – la “moral suasion” portata avanti dal padre nobile, Romano Prodi, per una ricomposizione con Mdp, spariglia ulteriormente le carte di un partito perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. La leadership negata a Renzi da parte del candidato premier M5s, Luigi Di Maio, d’altronde, sembra tagliata su misura per un ribaltone interno in casa Pd, dove con sempre maggiore insistenza circolano nomi alternativi a quello dell’attuale segretario nazionale in funzione della futura candidatura a presidente del Consiglio per la prossima legislatura. Non solo il nome dell’attuale premier, Paolo Gentiloni, gradito dal Guardasigilli, Andrea Orlando, sfidante proprio di Renzi all’ultimo congresso. Ma anche – e soprattutto – quello del ministro dell’Interno, Marco Minniti, principale antagonista del ministro reggiano, con il quale da mesi si trova in posizioni distanti se non opposte, come emerso in estate sulla gestione migranti e sul caso Ong, segnando l’incidente più grave dell’esecutivo, risolto a suo tempo solo con l’intervento del capo dello Stato, Sergio Mattarella. È all’interno di questo scacchiere che Delrio dovrà scegliere quale ruolo giocare nella delicata partita che da qui ai prossimi mesi porterà gli italiani alle urne, sullo sfondo di una legge elettorale sulla quale pesa l’incognita dei collegi da disegnare e delle alleanze da definire. Alfiere del renzismo e renziano della prima ora (ma non senza strappi e successive ricuciture), l’attuale ministro ai Trasporti potrebbe essere il jolly da calare sul tavolo in funzione anti-Minniti, dal quale è distante sin dalla formazione politica. Da un lato, la scuola Pci del numero uno del Viminale, ex delfino di Massimo D’Alema; dall’altro, la scuola targata Margherita all’ombra della quale è cresciuto l’ex sindaco di Reggio, che proprio grazie a questa sua origine potrebbe essere il nome giusto per togliere il Pd dal pantano, con il supporto di una genealogia politica che attraverso l’ex parlamentare, Pierluigi Castagnetti, potrebbe mirare ad ottenere un tacito consenso anche del capo dello Stato, Sergio Mattarella. (e.spa.)
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