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Decine di ragazzine si scambiano foto hot e finiscono in Rete

Decine di ragazzine si scambiano foto hot e finiscono in Rete

Scandalo a Modena. La procura dei minorenni di Bologna critica chi ha divulgato per primo i fatti: «Modalità indebita»

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REGGIO EMILIA. «Il fenomeno esiste, purtroppo temiamo sia diffuso e divenuto quasi routine nel rapporto tra giovanissimi. Si pensa siano relazioni che non finiranno mai, si eccede nella confidenza e quando tutto finisce... iniziano i guai e i rimorsi». Così, dalla polizia postale di Modena, città dove è esploso il caso, commentano la notizia secondo la quale alcune decine di ragazze modenesi e reggiane, minorenni, frequentanti istituti superiori, avrebbero inviato i propri selfie hard in una chat di whatsapp che doveva restare blindata e che per ragioni non chiare, sono finite nelle mani di qualcuno che le ha diffuse sul web. Una notizia diffusa da Roberto Mirabile, presidente dell’associazione La Caramella Buona Onlus di Reggio Emilia, poi rilanciata da quotidiani e televisioni nazionali. Ieri, però, la procura per i Minorenni di Bologna – attraverso il procuratore Silvia Marzocchi – è intervenuta per rilevare «l’indebita modalità di diffusione di notizie riguardanti i minori, la cui identificazione rischia di divenire agevole in virtù del riferimento a dati territoriali, al numero delle persone coinvolte e al tipo di scuola frequentata. La pubblicità data a queste vicende è di pregiudizio per le minori, ancor più perché avviene con dati inesatti (il sexting riguarda un numero esiguo di ragazze), e prima che l’autorità giudiziaria sia informata e possa individuare eventuali reati, e impartire le opportune direttive, anche a tutela delle persone offese».

«Allo stato attuale, sia a Modena sia a Reggio Emilia, negli uffici della polizia postale, non esistono denunce in merito a foto finite sul web dopo essere state inviate per via riservata a una sola persona. Purtroppo questo fenomeno non è una cosa nuova – aggiungono dalla polizia postale di Modena – Tant’è che nelle decine di incontri che ogni anno facciamo nelle scuole, una delle prime cose che diciamo ai ragazzi e soprattutto alle ragazze è di non inviare mai, e men che meno pubblicare sul web, foto senza veli o altro. Questo perché una volta finite sul web queste immagini difficilmente si riusciranno a cancellare del tutto. Chi sa di episodi di questo tipo o teme di essere finito vittima di cyberbullismo per foto hard è invitato a presentarsi nei nostri uffici e a denunciare».

E le ragazze cosa dicono? A sentire loro, il fenomeno non è solo diffuso ma è considerato pure normale. Normalissimo. Funziona così, raccontano loro: se un ragazzo mostra interesse per una ragazza, anche di 14 anni, è abbastanza normale che lui gli chieda di mandargli una foto nuda ed è difficile che lei dica di no, perché si sminuirebbe agli occhi di lui che poi lo racconterebbe agli altri. Allora ci si fa coraggio, e neanche tanto visto l’andazzo: ci si mette in posa, in bagno, in cameretta, in sala, su un letto. Si sceglie la posa, ci si ispira a qualche immagine hard vista in rete o alle movenze di qualche personaggio di quelli che presenziano nelle trasmissioni culturali del pomeriggio o semplicemente alla propria inclinazione naturale scoperta e catalizzata anzitempo grazie alle nuove tecnologie. Un click e la foto è fatta. Un altro click e la foto è inviata.

Al ragazzo, che la terrà custodita come una reliquia preziosa. E se il ragazzo invece deciderà di condividerla con il gruppo dei pari, che a propria volta girerà la foto o il video ad altri e ad altri ancora, fino a che il tutto diventerà virale, chi se ne importa?

È il prezzo da pagare ma di cui non si percepisce ancora l’entità. I ragazzini interpellati se la ridono alludendo a quanto scoperto dalla Caramella Buona. «La conosciamo da un bel po’ di tempo questa storia» precisa uno di loro, citando nome e cognome di alcune ragazze che sarebbero coinvolte.

Si precisa poi che un ragazzo è stato denunciato e la cartella con tutte quelle foto ora è stata rimossa: «Infatti non c'è più, non riesco a trovarla», quasi si rammarica uno di loro. L’impressione però è che quelle foto e anche i video siano stati ben salvati in molti smartphone. E l’aspetto che più deve far riflettere è che questi ragazzi e queste ragazze non si rendano conto di che cosa voglia dire tutto quel che stiamo raccontando.

Proprio mentre la società decide con i propri giudici e le proprie istituzioni che i minori devono essere accompagnati e ripresi dai genitori a scuola, i medesimi minori fuori dalla scuola affidano la propria esistenza, la propria intimità, le proprie emozioni a strumenti di cui hanno assoluta padronanza sul piano tecnico ma dei quali non comprendono la pericolosità. È certo che il papà di prima e gli altri genitori non potranno mai scoprire cosa fanno i propri figli con strumenti che a differenza di loro maneggiano fin dall’asilo.

Ed è altrettanto certo che sarà la scuola a doversi far carico di problemi che non sono propriamente scolastici e che si aggiungono alla babele di incombenze sul bullismo e sul cyberbullismo.

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