Alla disperata ricerca della palestra anonima
di LINDA PIGOZZI
Due impianti per la stessa scuola e a nessuno viene in mente di “battezzarli” Il caso di Rivalta: quattro impianti sportivi e nemmeno una intitolazione
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Il pulmino con le atlete che di lì a un’ora dovranno giocare una partita di pallavolo gira avanti e indietro nella zona dell’ex Foro Boario. Alle ragazze di un club della provincia modenese è stato detto che si gioca alla palestra del Moro. Ma, percorsa via Gutemberg e parcheggiato davanti all’impianto del liceo scientifico, così come indicato dal navigatore, la squadra scopre che c’è un’altra palestra chiamata Moro proprio lì accanto dove si svolgerà la partita. «Nessun problema, si va a piedi» pensano staff e giocatrici.
No. Perché il palestrone chiamato “Moro 2” dista sì una manciata di metri dal “Moro”, ma in mezzo c’è un cancelletto chiuso da catena e lucchetto. Quindi tutte di nuovo sul pullmino a percorrere di nuovo via Gutemberg, per poi girare avanti e indietro fino a imboccare il parcheggio dell’ex Foro Boario e cercar di capire come si entra alla famigerata palestra “Moro 2” che oltre di un nome proprio, non è dotata neppure di cartello. E ci vuole pure una discreta fantasia, per chi non lo sa, a immaginare che il fantomatico “Moro 2” sia nello stesso stabile di una nota e frequentatissima scuola di danza, fornita - lei sì - di una maxi insegna identificativa. Mentre a indicare l’ingresso del “Moro 2” c’è solo un foglio A4 plastificato appeso al cancello comune.
La scena che ha visto protagoniste le giovani pallavoliste modenesi alle 19 di un sabato sera qualunque, si replica più spesso di quanto si possa immaginare.
E non solo lì.
Niente nome, niente cartello, sembra essere la regola a Reggio. Tanti impianti sportivi cittadini, palestre soprattutto, sono completamente “anonimi”. Spesso e volentieri si identificano con il nome della scuola o del plesso scolastico di cui fanno parte, della parrocchia accanto a cui sorgono, dell’ente o dell’associazione che un tempo vi aveva sede, ma accade pure che siano chiamati col nome della strada in cui sono situati. Insomma, gli atleti reggiani di qualsiasi disciplina, età e categoria, sono soliti giocare nel “pallone dell’Iti”, agli “ex Artigianelli”, “in via Primo Maggio”, all’ “ex Gil”, “sotto al Bigi”.
E dire che sportivi defunti cui dedicare un impianto ce ne sarebbero: da Mike Mitchell sino ad Anzio Arati.
A Rivalta il caso è piuttosto eclatante: di quattro palestre nessuna ha un nome. Per cui si fa canestro alle “elementari”, si pratica ginnastica artistica alle “medie” e si schiaccia alla“ex Ciechi”. Perfino lo splendido palasport di via Pascal inaugurato in pompa magna nel dicembre 2012 alla presenza dell’allora sindaco Graziano Del Rio è ancora, semplicemente, “il palasport di Rivalta”. E questo nonostante in tanti si siano spesi negli anni nel chiederne l’intitolazione a Walter Crovegli, l’imprenditore rivaltese che contribuì alla costruzione dell’impianto per farvi giocare il team di A2 femminile che, lui sì, portava il suo nome.
Nella frazione di San Maurizio, stando agli elenchi delle palestre e ai navigatori, ci sarebbero addirittura due palestre, entrambe chiamate con il generico “San Maurizio”: la prima in via Zola, la seconda in via Pasteur. Strano caso di omonimia? Sdoppiamento di personalità, piuttosto. Visto che l’impianto è lo stesso, ma con due ingressi, due uffici e pure due numeri di telefono differenti.
Va detto che la pigrizia degli amministratori nel battezzare gli impianti fa coppia con quella dei reggiani nel chiamarli con il proprio nome, quando ne sono forniti.
Andiamo...chi ha mai gareggiato al “Camparada” o nuotato alla Melato? Noi tutti abbiamo corso al campo scuola e ci siamo tuffati alla comunale.
No. Perché il palestrone chiamato “Moro 2” dista sì una manciata di metri dal “Moro”, ma in mezzo c’è un cancelletto chiuso da catena e lucchetto. Quindi tutte di nuovo sul pullmino a percorrere di nuovo via Gutemberg, per poi girare avanti e indietro fino a imboccare il parcheggio dell’ex Foro Boario e cercar di capire come si entra alla famigerata palestra “Moro 2” che oltre di un nome proprio, non è dotata neppure di cartello. E ci vuole pure una discreta fantasia, per chi non lo sa, a immaginare che il fantomatico “Moro 2” sia nello stesso stabile di una nota e frequentatissima scuola di danza, fornita - lei sì - di una maxi insegna identificativa. Mentre a indicare l’ingresso del “Moro 2” c’è solo un foglio A4 plastificato appeso al cancello comune.
La scena che ha visto protagoniste le giovani pallavoliste modenesi alle 19 di un sabato sera qualunque, si replica più spesso di quanto si possa immaginare.
E non solo lì.
Niente nome, niente cartello, sembra essere la regola a Reggio. Tanti impianti sportivi cittadini, palestre soprattutto, sono completamente “anonimi”. Spesso e volentieri si identificano con il nome della scuola o del plesso scolastico di cui fanno parte, della parrocchia accanto a cui sorgono, dell’ente o dell’associazione che un tempo vi aveva sede, ma accade pure che siano chiamati col nome della strada in cui sono situati. Insomma, gli atleti reggiani di qualsiasi disciplina, età e categoria, sono soliti giocare nel “pallone dell’Iti”, agli “ex Artigianelli”, “in via Primo Maggio”, all’ “ex Gil”, “sotto al Bigi”.
E dire che sportivi defunti cui dedicare un impianto ce ne sarebbero: da Mike Mitchell sino ad Anzio Arati.
A Rivalta il caso è piuttosto eclatante: di quattro palestre nessuna ha un nome. Per cui si fa canestro alle “elementari”, si pratica ginnastica artistica alle “medie” e si schiaccia alla“ex Ciechi”. Perfino lo splendido palasport di via Pascal inaugurato in pompa magna nel dicembre 2012 alla presenza dell’allora sindaco Graziano Del Rio è ancora, semplicemente, “il palasport di Rivalta”. E questo nonostante in tanti si siano spesi negli anni nel chiederne l’intitolazione a Walter Crovegli, l’imprenditore rivaltese che contribuì alla costruzione dell’impianto per farvi giocare il team di A2 femminile che, lui sì, portava il suo nome.
Nella frazione di San Maurizio, stando agli elenchi delle palestre e ai navigatori, ci sarebbero addirittura due palestre, entrambe chiamate con il generico “San Maurizio”: la prima in via Zola, la seconda in via Pasteur. Strano caso di omonimia? Sdoppiamento di personalità, piuttosto. Visto che l’impianto è lo stesso, ma con due ingressi, due uffici e pure due numeri di telefono differenti.
Va detto che la pigrizia degli amministratori nel battezzare gli impianti fa coppia con quella dei reggiani nel chiamarli con il proprio nome, quando ne sono forniti.
Andiamo...chi ha mai gareggiato al “Camparada” o nuotato alla Melato? Noi tutti abbiamo corso al campo scuola e ci siamo tuffati alla comunale.
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