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Reggio Emilia senza identità, dove tutto è solo “ex”

di ANDREA MASTRANGELO
Reggio Emilia senza identità, dove tutto è solo “ex”

Non si contano gli edifici e i luoghi storici che non hanno un nome Come se da decenni nulla fosse cambiato o niente fosse evoluto in meglio

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REGGIO EMILIA. Solo pochi giorni fa, un malefico allagamento provocato dalla pioggia insistente ha causato una grossa infiltrazione d’acqua che ha finito per far crollare un controsoffitto nelle aule di un massiccio edificio scolastico che i reggiani, vecchi e giovani, sono abituati a incrociare sul lungo Crostolo, fra via Verdi e via Magenta. Quell’edificio è da tutti chiamato in modo univoco: la ex Gil.

Ma cos’è questa sigla Gil? Sta per “Gioventù italiana del Littorio”, una organizzazione giovanile fascista creata nel 1937 e sciolta all’indomani della caduta di Benito Mussolini il 25 luglio 1943. Scopo della Gil era accrescere le capacità sportive e militari dei ragazzi italiani in vista delle future gloriose battaglie. Le battaglie in effetti ci furono, la gloria invece non arrivò mai.

Sono passati ottant’anni dall’edificazione di quella enorme palestra con annesse aule eppure tutto quel casermone continua a chiamarsi Gil, con davanti quelle due letterine che sembrano perseguitare da sempre i reggiani: ex. Nonostante la palestra qualche anno fa sia stata intestata all’avvocato Giorgio Guidetti. Il Duce e il fascismo sono caduti, l’organizzazione del Littorio grazie al cielo non c’è più eppure a Reggio Emilia esiste ancora un palazzone – dal quale transitano tutt’oggi migliaia di studenti e di sportivi – che si chiama Gil. Anzi, ex Gil.

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Eppure in quell’edificio c’è da anni un asilo che ha un nome ben preciso (anche se complicato): Iqbal Masih, il bambino pakistano ucciso per avere difeso i diritti dei minorenni sfruttati sul lavoro. Ma quando si tratta di individuare il luogo in cui portare il bambino all’asilo, il reggiano-tipo dice chiaramente “alla ex Gil”.

Non si tratta di un caso isolato, anzi a ben cercare nei vari angoli della città sembra che Reggio non abbia mai avuto un presente ma sempre e soltanto un passato. Basta immaginarsi un viaggio in auto sulla via Emilia, arrivando da Modena.

Quando sei a San Maurizio, sulla destra non puoi non notare la bellissima area in parte circondata da un muro che sta fra la strada e la ferrovia. Un tempo era la sede del manicomio, il San Lazzaro. E oggi che cos’è? L’ex San Lazzaro, ovviamente. Come se in quei tanti e importanti padiglioni non vi fossero gli uffici dell’Ausl, alcuni importanti presidi sanitari che funzionano tutti i giorni, un museo e, innovazione più recente, una facoltà universitaria con tanto di campus (nuovissimo) per gli studenti fuori sede. Eppure siamo ancora all’ex San Lazzaro, anche se la legge Basaglia che ha detto stop alle istituzioni manicomiali è vecchia di decenni.

Tirando avanti di un paio di chilometri, a sinistra, poco distante dallo stadio Mirabello (almeno quello non è ex) c’è un grande parcheggio scambiatore, la ex Polveriera.

Ex perché un tempo lì attorno c’erano edifici di proprietà del demanio militare che prendevano quel nome. Adesso nulla vale che gli edifici abbiano goduto di una radicale risistemazione e siano la sede di un importante progetto della cooperazione sociale: quando devi andare lì, dici sempre che vai alla ex Polveriera.

Arrivati a Porta San Pietro, volti a destra e prendi viale Monte San Michele, costeggiato sulla sinistra da un tetro edificio che ospita i poliambulatori della Ausl. Per indicare quel vetusto palazzone si usa ancora il nome degli uffici che ospitava un tempo, cioè ex Inam. Anche se l’Inam è una mutua scomparsa con l’istituzione del servizio sanitario nazionale. Era il 1977.

Il male di duecento metri e ti trovi davanti un muro tondo e giallo all’angolo con via Samarotto. È il muro di un vecchio chiostro, detto di San Domenico, che nell’Ottocento venne trasformato in deposito per cavalli a scopi militari. Siamo agli ex Stalloni. Ex perché di cavalli non c’è più l’ombra da decenni. Adesso ci sono la sede di Istoreco e dell’istituto musicale Peri senza considerare uno spazio espositivo. Ma si continua a chiamarlo ex Stalloni.

Andando verso le piazze, si arriva al più grande spazio verde della città, i giardini pubblici. Almeno quelli un nome vero ce l’hanno, “Giardini del Popolo”. Ma attraversando viale Allegri ci troviamo di fronte alla maestosa sede delle facoltà universitarie di Scienze della comunicazione e Scienze della formazione. L’edificio, bellissimo dopo un radicale e costoso restauro, ha anch’esso un nome: Palazzo Dossetti. Ma dietro l’università c’è un grandissimo parcheggio che continua imperterrito a chiamarsi (figura così anche sui cartelli stradali) ex Caserma Zucchi. Perché un tempo in effetti c’era una caserma degli artiglieri, solo che l’ultimo soldato ha tolto le tende da lì nel 1974. E tutta l’area – università inclusa – finisce per chiamarsi ancora ex Zucchi.

Verso la fine del viaggio facciamo ancora in tempo a trovare qualche piccolezza. Come quella di via Guasco, dove il palazzo ad angolo sul viale viene ancora definito ex Onmi, quando un tempo si chiamava in realtà Onfmi, cioè Opera nazionale fascista maternità e infanzia. Solo che la F di fascista dava un po’ fastidio e così si è rimasti a ex Onmi. O come l’ex Foro Boario, in via Manfredi, un tempo sede della ottava circoscrizione. Ex Foro Boario nel quale non si vede ombra di bestie non si sa da quanto.

Sarà, ma a furia di pronunciare tutti questi “ex”, viene da pensare che in tanti anni a Reggio non sia stato fatto niente di importante, o non sia nato nessuno meritevole di vedersi intestato qualcosa. Eppure resta l’illusione che le cose non stiano così.

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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