Lepido azzurro (traffico nero)
di STEFANO SCANSANI
Piace il clone della statua del triumviro in piazza del Monte che promuove la mostra
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Sono le 15 e il Marco Emilio Lepido azzurro con braccio sinistro bianco è posizionato. Fine lavori. Issato, installato, nel mezzo di piazza del Monte, neanche fosse un vigile antecedente i semafori e le ztl. La statua in polistirolo e resina già gode dell’approvazione e della stima di pedoni e ciclisti, ma non quella di un traffico irragionevole di auto, furgoni, mezzi per l’espurgo pozzi neri, suv e crossover che ingorga e intrippa l’epicentro dove via Emilia Santo Stefano diventa via Emilia San Pietro. Romanità e carburo te salutant.
La statua è il clone riprodotto con stampate 3D dal Geis di Modena. Farà da totem alla mostra archeologica “On the road – via Emilia 187 a.C. – 2017” che sarà aperta il 25 novembre in più sedi in città. Se la statua azzurra doveva far colpo c’è riuscita. Ci riuscirà. Spariglia lo spazio, ostacola il traffico, richiama l’occhio. Quanto lo fa con l’orecchio il titolo dell’esposizione. Slang americano da beat generation, nella piana sottostante gli Appennini. Via Emilia, guard rail della valpadana.
I passanti sembrano informati dell’identità della statua, in attesa che sul piedistallo di legno venga applicata la targa. Alto tre metri (che diventano quattro con la base a cui è imbullonato) questo multiplo sintetico del signor triumviro è l’invidia delle bilance e dei patiti delle diete: pesa un niente, solo 8 chili. Una piuma rispetto all’originale settecentesco, color bronzo, infilato nella nicchia al piano terreno, sottoscala del municipio.
“Ma sì, è Marco Emilio Lepido”, risponde svelta la maggioranza degli intervistati, che videotelefonano e fanno selfie sotto la statua color puffo. La buttiamo lì: Marco Puffo Emilio Lepido. La gente sorride, e non si capacita del braccio levato e tinto di bianco. Infatti l’originale tiene l’arto quasi sospeso su un fianco. La protesi candida indica la direzione dei Musei Civici dove sarà la sezione principale della mostra.
La vista della scultura in polistirolo anima nei cittadini amor di patria e storia antica: “Sì è l’imperatore che ha fatto la via Emilia” sentenzia una ragazza che sta festeggiando la laurea con uno sciame di amici e parenti. Il Lepido non era imperatore. Il triumviro corazzato però dichiara la sua romanità. Tant’è che qualcuno azzarda un riconoscimento in Giulio Cesare o Ottaviano e qualcun altro ironizza: Maciste. C’è chi arrivando da piazza Prampolini arresta la bici e in dialetto stretto dice che quei soldi dovevano essere spesi in maniere diverse, per le necessità, che ci sono altre emergenze, che quelle lì sono risorse buttate via. I baristi, al contrario (sanno fare il loro mestiere) sono soddisfatti assai. Adocchiano i concittadini, osservano i turisti che s’affollano sotto il gigante azzurro e già profetizzano movimento e affari. Le liete sorprese e il dilagante interesse confermano che ogni tanto basta un lampo di creatività per un parlare nuovo, qui a Reggio. Sono in avvicinamento un paio di studenti asiatici. Si spiegano a gesti. Facciamo altrettanto: story, Emilia street, sculpture… Vedono la statua, capiscono che evoca Roma antica, intercettano le macchine fotografiche e hanno la reazione japonica: foto di gruppo con loro, noi e altri sotto il monumento di otto chili.
È una maniera per invitare la gente in mostra e rendere meno accademica la relazione con un evento che compie 2.200 anni: una strada. Questo Marco Emilio Lepido è un gadget. A osservare il veloce cantiere c’è il sindaco Luca Vecchi. L’assedio circolare degli automezzi è insopportabile. Sbucano, sostano, arretrano, sfrecciano, rombano. Chiediamo a un vigile “perché?”. Risposta: “Mah?”. Il primo cittadino al centro della piazza circondata dalle marce e retromarce di tante marmitte sembra Ernesto Calindri nella pubblicità di un digestivo al carciofo: contro il logorìo della vita moderna. Basta motori, meno motori, troppi permessi. È il caos. “Terribilis turbamentum” (terribile casìno) converrebbe la statua del triumviro di polistirolo se avesse il dono della parola.
C’è il timore che qualcuno possa sbattere contro la scultura. E poi quel Lepido, così colorato e marziano rispetto al paesaggio della città, potrebbe attrarre chi di storia e di arredo urbano non sa un’acca. O meglio, non sopporta il nuovo (che poi è vecchio). Basterebbe niente per atterrare, vandalizzare otto chili di polimeri dello stirene. Speròm ben.
Il Lepido piace, tanto da scatenare voglia di sculturismo. È ora che il Comune riporti in centro le statue di Riccardo Secchi (anno 1916, in marmo vero) che ritraggono Ariosto e Boiardo imboscate nei giardini pubblici. Il loro posto era ed è sotto la loggia del Palazzo del Monte. Ricollocatele. O debbono essere azzurre?
GUARDA IL VIDEOE COMMENTAwww.gazzettadireggio.it
La statua è il clone riprodotto con stampate 3D dal Geis di Modena. Farà da totem alla mostra archeologica “On the road – via Emilia 187 a.C. – 2017” che sarà aperta il 25 novembre in più sedi in città. Se la statua azzurra doveva far colpo c’è riuscita. Ci riuscirà. Spariglia lo spazio, ostacola il traffico, richiama l’occhio. Quanto lo fa con l’orecchio il titolo dell’esposizione. Slang americano da beat generation, nella piana sottostante gli Appennini. Via Emilia, guard rail della valpadana.
I passanti sembrano informati dell’identità della statua, in attesa che sul piedistallo di legno venga applicata la targa. Alto tre metri (che diventano quattro con la base a cui è imbullonato) questo multiplo sintetico del signor triumviro è l’invidia delle bilance e dei patiti delle diete: pesa un niente, solo 8 chili. Una piuma rispetto all’originale settecentesco, color bronzo, infilato nella nicchia al piano terreno, sottoscala del municipio.
“Ma sì, è Marco Emilio Lepido”, risponde svelta la maggioranza degli intervistati, che videotelefonano e fanno selfie sotto la statua color puffo. La buttiamo lì: Marco Puffo Emilio Lepido. La gente sorride, e non si capacita del braccio levato e tinto di bianco. Infatti l’originale tiene l’arto quasi sospeso su un fianco. La protesi candida indica la direzione dei Musei Civici dove sarà la sezione principale della mostra.
La vista della scultura in polistirolo anima nei cittadini amor di patria e storia antica: “Sì è l’imperatore che ha fatto la via Emilia” sentenzia una ragazza che sta festeggiando la laurea con uno sciame di amici e parenti. Il Lepido non era imperatore. Il triumviro corazzato però dichiara la sua romanità. Tant’è che qualcuno azzarda un riconoscimento in Giulio Cesare o Ottaviano e qualcun altro ironizza: Maciste. C’è chi arrivando da piazza Prampolini arresta la bici e in dialetto stretto dice che quei soldi dovevano essere spesi in maniere diverse, per le necessità, che ci sono altre emergenze, che quelle lì sono risorse buttate via. I baristi, al contrario (sanno fare il loro mestiere) sono soddisfatti assai. Adocchiano i concittadini, osservano i turisti che s’affollano sotto il gigante azzurro e già profetizzano movimento e affari. Le liete sorprese e il dilagante interesse confermano che ogni tanto basta un lampo di creatività per un parlare nuovo, qui a Reggio. Sono in avvicinamento un paio di studenti asiatici. Si spiegano a gesti. Facciamo altrettanto: story, Emilia street, sculpture… Vedono la statua, capiscono che evoca Roma antica, intercettano le macchine fotografiche e hanno la reazione japonica: foto di gruppo con loro, noi e altri sotto il monumento di otto chili.
È una maniera per invitare la gente in mostra e rendere meno accademica la relazione con un evento che compie 2.200 anni: una strada. Questo Marco Emilio Lepido è un gadget. A osservare il veloce cantiere c’è il sindaco Luca Vecchi. L’assedio circolare degli automezzi è insopportabile. Sbucano, sostano, arretrano, sfrecciano, rombano. Chiediamo a un vigile “perché?”. Risposta: “Mah?”. Il primo cittadino al centro della piazza circondata dalle marce e retromarce di tante marmitte sembra Ernesto Calindri nella pubblicità di un digestivo al carciofo: contro il logorìo della vita moderna. Basta motori, meno motori, troppi permessi. È il caos. “Terribilis turbamentum” (terribile casìno) converrebbe la statua del triumviro di polistirolo se avesse il dono della parola.
C’è il timore che qualcuno possa sbattere contro la scultura. E poi quel Lepido, così colorato e marziano rispetto al paesaggio della città, potrebbe attrarre chi di storia e di arredo urbano non sa un’acca. O meglio, non sopporta il nuovo (che poi è vecchio). Basterebbe niente per atterrare, vandalizzare otto chili di polimeri dello stirene. Speròm ben.
Il Lepido piace, tanto da scatenare voglia di sculturismo. È ora che il Comune riporti in centro le statue di Riccardo Secchi (anno 1916, in marmo vero) che ritraggono Ariosto e Boiardo imboscate nei giardini pubblici. Il loro posto era ed è sotto la loggia del Palazzo del Monte. Ricollocatele. O debbono essere azzurre?
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