Renzi: «Porterò i miei figli a casa Cervi»
di Leonardo Grilli
Il segretario Pd ha fatto tappa a Sant’Ilario e al museo durante il suo tour in treno per l’Italia, fra abbracci e fedelissimi
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REGGIO EMILIA. Lacrime di commozione, spintoni per stare in prima fila, abbracci intensi, disperazione perché il selfie è venuto male. Matteo Renzi è stato accolto, da quel centinaio di reggiani che erano ad attenderlo alla stazione di Sant’Ilario, più come una rockstar che come un segretario di partito. L’ex premier e attuale comandante in capo del Partito Democratico ha fatto tappa ieri mattina nella nostra provincia col treno “Destinazione Italia”, con il quale sta visitando il Paese in vista della campagna elettorale del prossimo anno. Una fermata durata poco meno di due ore, durante le quali Renzi ha visto per la prima volta le stanze del Museo Cervi di Gattatico districandosi fra una schiera – per la verità nemmeno così folta – di sindaci e fedelissimi militanti.
L’arrivo. Ad attenderlo, nella piccola stazione ferroviaria, un comitato di benvenuto di circa un centinaio di persone, oltre alle forze dell’ordine che hanno presidiato gli spostamenti del segretario. Un numero piuttosto esiguo se paragonato alle masse che Renzi era in grado di smuovere a Reggio Emilia fino ad appena qualche mese fa. Hanno risposto all’appello i sindaci Pd della Val d’Enza, il segretario provinciale Andrea Costa e il vice segretario Andrea Tagliavini, i parlamentari e i consiglieri regionali reggiani e diversi rappresentanti dei circoli locali. Quando alla fine “Destinazione Italia” ferma a Sant’Ilario sono le 11.06 e, nonostante i nostri tentativi di avvicinare l’ex premier, veniamo letteralmente travolti da una massa eccitata di militanti.
I fedelissimi. Un uomo si commuove mentre gli stringe la mano, giovani ragazze spintonano dei poveri anziani pur di scattarsi una foto, altri urlano «ti amo» o «sei un grande». Renzi viene avvolto dai suoi fedelissimi, per un attimo scompare fra cappotti e smartphone ma alla fine riemerge e si dirige verso il furgoncino che lo porterà a Gattatico, non prima di aver ricevuto dei cappelletti made in Reggio. «Volevamo scrivergli che sono meglio della zuppa toscana – spiega una delle militanti – ma poi ci abbiamo ripensato per timore che si offendesse».
Il Museo Cervi. Dopo un quarto d’ora di saluti in stazione Renzi giunge al Museo dei fratelli Cervi. Ad aspettarlo ci sono Albertina Soliani, presidente dell’Istituto Cervi, il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, e il presidente della Provincia Giammaria Manghi.
È la prima volta che il segretario visita questo simbolo della Resistenza e, assieme a una guida e a un codazzo di rappresentanti del Pd che di volta in volta cercano di affiancarlo, si dimostra curioso e interessato. Chiede la storia della casa, parla a lungo con gli eredi dei fratelli Cervi, domanda quanti visitatori faccia il museo.
Adelmo Cervi. Si intrattiene soprattutto con Adelmo, conosciutissimo figlio di Aldo Cervi, ucciso dai fascisti il 28 dicembre 1943 assieme ai suoi sei fratelli. Lui, abbigliato con una felpa di un vistoso rosso garibaldino, scherza quando qualcuno gli chiede una foto con Renzi: «Non vado bene vestito così, sono troppo a sinistra». Nel frattempo il tempo scorre e così Andrea Rossi, che per tutta la visita ha smistato politici e giornalisti e ha dettato i ritmi al segretario, spinge per la conclusione della visita. Per Renzi è arrivato il momento di andare.
Memoria e figli. Ma non prima di aver salutato e ringraziato i presenti. «Tornerò qui con i miei figli – spiega – perché penso a quanta mancanza di storia ci sia nelle nuove generazioni. E invece questo è un luogo che fa parte della nostra anima e soprattutto in tempi come quelli di oggi è importante salvaguardare il valore della memoria».
La lettera dell’Anpi. A quel punto Ermete Fiaccadori, presidente dell’Anpi provinciale, dalla prima fila del pubblico si alza e consegna a Renzi una lettera divisa per punti con delle richieste: impegnarsi sulla legge Fiano, combattere il neofascismo e incrementare la lotta alla criminalità.
Chiamerò Graziano. Infine è la volta dei sindaci. Nonostante le pressioni di Rossi per ripartire l’ex premier si ferma a parlare con loro. C’è chi, come Tagliavini, lo ascolta con occhi sognanti. E chi, come Vecchi, si mostra decisamente più distaccato. Ma alla fine il vero colpo di teatro Renzi lo esegue con alcuni produttori di Parmigiano Reggiano che lo avvicinano per chiedergli una spinta a risolvere il dramma dell’emergenza idrica. «Appena salgo in treno – chiude prima di ripartire verso la stazione – chiamo subito Graziano (Delrio) e Galletti».
L’arrivo. Ad attenderlo, nella piccola stazione ferroviaria, un comitato di benvenuto di circa un centinaio di persone, oltre alle forze dell’ordine che hanno presidiato gli spostamenti del segretario. Un numero piuttosto esiguo se paragonato alle masse che Renzi era in grado di smuovere a Reggio Emilia fino ad appena qualche mese fa. Hanno risposto all’appello i sindaci Pd della Val d’Enza, il segretario provinciale Andrea Costa e il vice segretario Andrea Tagliavini, i parlamentari e i consiglieri regionali reggiani e diversi rappresentanti dei circoli locali. Quando alla fine “Destinazione Italia” ferma a Sant’Ilario sono le 11.06 e, nonostante i nostri tentativi di avvicinare l’ex premier, veniamo letteralmente travolti da una massa eccitata di militanti.
I fedelissimi. Un uomo si commuove mentre gli stringe la mano, giovani ragazze spintonano dei poveri anziani pur di scattarsi una foto, altri urlano «ti amo» o «sei un grande». Renzi viene avvolto dai suoi fedelissimi, per un attimo scompare fra cappotti e smartphone ma alla fine riemerge e si dirige verso il furgoncino che lo porterà a Gattatico, non prima di aver ricevuto dei cappelletti made in Reggio. «Volevamo scrivergli che sono meglio della zuppa toscana – spiega una delle militanti – ma poi ci abbiamo ripensato per timore che si offendesse».
Il Museo Cervi. Dopo un quarto d’ora di saluti in stazione Renzi giunge al Museo dei fratelli Cervi. Ad aspettarlo ci sono Albertina Soliani, presidente dell’Istituto Cervi, il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, e il presidente della Provincia Giammaria Manghi.
È la prima volta che il segretario visita questo simbolo della Resistenza e, assieme a una guida e a un codazzo di rappresentanti del Pd che di volta in volta cercano di affiancarlo, si dimostra curioso e interessato. Chiede la storia della casa, parla a lungo con gli eredi dei fratelli Cervi, domanda quanti visitatori faccia il museo.
Adelmo Cervi. Si intrattiene soprattutto con Adelmo, conosciutissimo figlio di Aldo Cervi, ucciso dai fascisti il 28 dicembre 1943 assieme ai suoi sei fratelli. Lui, abbigliato con una felpa di un vistoso rosso garibaldino, scherza quando qualcuno gli chiede una foto con Renzi: «Non vado bene vestito così, sono troppo a sinistra». Nel frattempo il tempo scorre e così Andrea Rossi, che per tutta la visita ha smistato politici e giornalisti e ha dettato i ritmi al segretario, spinge per la conclusione della visita. Per Renzi è arrivato il momento di andare.
Memoria e figli. Ma non prima di aver salutato e ringraziato i presenti. «Tornerò qui con i miei figli – spiega – perché penso a quanta mancanza di storia ci sia nelle nuove generazioni. E invece questo è un luogo che fa parte della nostra anima e soprattutto in tempi come quelli di oggi è importante salvaguardare il valore della memoria».
La lettera dell’Anpi. A quel punto Ermete Fiaccadori, presidente dell’Anpi provinciale, dalla prima fila del pubblico si alza e consegna a Renzi una lettera divisa per punti con delle richieste: impegnarsi sulla legge Fiano, combattere il neofascismo e incrementare la lotta alla criminalità.
Chiamerò Graziano. Infine è la volta dei sindaci. Nonostante le pressioni di Rossi per ripartire l’ex premier si ferma a parlare con loro. C’è chi, come Tagliavini, lo ascolta con occhi sognanti. E chi, come Vecchi, si mostra decisamente più distaccato. Ma alla fine il vero colpo di teatro Renzi lo esegue con alcuni produttori di Parmigiano Reggiano che lo avvicinano per chiedergli una spinta a risolvere il dramma dell’emergenza idrica. «Appena salgo in treno – chiude prima di ripartire verso la stazione – chiamo subito Graziano (Delrio) e Galletti».
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