Le opere d’arte lasciano spazio ai poveri
di Luciano Salsi
La storica collezione del Museo dei cappuccini trasferita a Bologna, ora l’ala del convento ospita una locanda per bisognosi
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REGGIO EMILIA. Reggio s’è arricchita di una struttura meritoria capace di alleviare le crescenti povertà vecchie e nuove, ma nello stesso tempo perde un cospicuo patrimonio artistico che non ha trovato un’altra collocazione in città.
È la conseguenza della nuova destinazione dei locali di via Ferrari Bonini, da cui i Cappuccini hanno trasferito a Bologna il loro bel museo per trasformarli nella Locanda San Francesco, costituita da dodici miniappartamenti a disposizione dei poveri. Il trasloco ha colto di sorpresa i reggiani che hanno a cuore i beni artistici su cui si fonda non solo l’identità storica e culturale, ma anche l’attrattività turistica di Reggio. I Cappuccini, essendo organizzati in una provincia religiosa coincidente con il territorio dell’Emilia Romagna, hanno accentrato quelle pregevoli opere nel capoluogo regionale, nel museo situato nel loro convento di via Bellinzona. «Da qualche mese – riferisce Elisabetta Farioli, direttrice dei Musei civici – sapevamo della ristrutturazione di quei locali, ma non avevamo idea di dove sarebbero state ricollocate le opere che vi erano sistemate. Non abbiamo avuto alcun contatto preliminare con i frati. A differenza del museo della Ghiara, il cui edificio appartiene al Comune, quello dei Cappuccini non fa parte del circuito dei Musei civici, pur avendo fruito di qualche piccolo contributo per iniziative specifiche quali la collaborazione a Fotografia Europea. Appartiene all’ordine religioso, che ne dispone a sua discrezione. Era un bell’allestimento, è veramente un peccato che sia finito a Bologna. Ci è molto dispiaciuto, ma la decisione è stata presa in assoluta autonomia dai proprietari secondo le loro logiche territoriali. Speriamo che non sia una collocazione definitiva e che quelle opere possano ritornare a Reggio». Molti se lo augurano, ma i Cappuccini, che non avevano più lo spazio per mantenerle nel convento reggiano dovendo dare giustamente la priorità all’assistenza ai bisognosi, non hanno avanzato al Comune la proposta di ospitarle, eventualmente a titolo di comodato, nei Musei civici. «Quand’anche ce l’avessero chiesto – ammette Elisabetta Farioli – non avremmo saputo dove metterle, a parte forse i quadri di fra’ Stefano da Carpi, artista straordinario». Il museo dei Cappuccini aveva compiuto novant’anni, essendo stato costituito nel 1927. Nel 1999 molti reggiani lo scoprirono grazie alle giornate di primavera del Fai. Nel 2007 il complesso dei beni culturali dei Cappuccini potè godere di una ristrutturazione e di un rilancio che faceva prevedere una lunghissima durata del museo e della biblioteca, che venne trasferita nell’ala del convento davanti a piazza Vallisneri, dove si trova tuttora. Il responsabile del museo, padre Stefano, si faceva notare per la statura e la corporatura imponente. Per curare e sviluppare l’attività culturale del convento occorrevano molte energie. Non bastavano quelle dei frati, il cui numero è continuato a calare vistosamente nel corso degli ultimi decenni. Attualmente ce ne sono soltanto sette, oltre ai venti anziani provenienti anche dal resto dell’Emilia e ricoverati nell’infermeria. I vuoti non sono stati del tutto coperti neppure dai laici volontari, la cui collaborazione è preziosa. Ad esempio la direzione della biblioteca, che continua a svolgere un servizio continuativo a favore degli studiosi, è affidata a Davide Dazzi, presidente della Società reggiana di studi storici.
È la conseguenza della nuova destinazione dei locali di via Ferrari Bonini, da cui i Cappuccini hanno trasferito a Bologna il loro bel museo per trasformarli nella Locanda San Francesco, costituita da dodici miniappartamenti a disposizione dei poveri. Il trasloco ha colto di sorpresa i reggiani che hanno a cuore i beni artistici su cui si fonda non solo l’identità storica e culturale, ma anche l’attrattività turistica di Reggio. I Cappuccini, essendo organizzati in una provincia religiosa coincidente con il territorio dell’Emilia Romagna, hanno accentrato quelle pregevoli opere nel capoluogo regionale, nel museo situato nel loro convento di via Bellinzona. «Da qualche mese – riferisce Elisabetta Farioli, direttrice dei Musei civici – sapevamo della ristrutturazione di quei locali, ma non avevamo idea di dove sarebbero state ricollocate le opere che vi erano sistemate. Non abbiamo avuto alcun contatto preliminare con i frati. A differenza del museo della Ghiara, il cui edificio appartiene al Comune, quello dei Cappuccini non fa parte del circuito dei Musei civici, pur avendo fruito di qualche piccolo contributo per iniziative specifiche quali la collaborazione a Fotografia Europea. Appartiene all’ordine religioso, che ne dispone a sua discrezione. Era un bell’allestimento, è veramente un peccato che sia finito a Bologna. Ci è molto dispiaciuto, ma la decisione è stata presa in assoluta autonomia dai proprietari secondo le loro logiche territoriali. Speriamo che non sia una collocazione definitiva e che quelle opere possano ritornare a Reggio». Molti se lo augurano, ma i Cappuccini, che non avevano più lo spazio per mantenerle nel convento reggiano dovendo dare giustamente la priorità all’assistenza ai bisognosi, non hanno avanzato al Comune la proposta di ospitarle, eventualmente a titolo di comodato, nei Musei civici. «Quand’anche ce l’avessero chiesto – ammette Elisabetta Farioli – non avremmo saputo dove metterle, a parte forse i quadri di fra’ Stefano da Carpi, artista straordinario». Il museo dei Cappuccini aveva compiuto novant’anni, essendo stato costituito nel 1927. Nel 1999 molti reggiani lo scoprirono grazie alle giornate di primavera del Fai. Nel 2007 il complesso dei beni culturali dei Cappuccini potè godere di una ristrutturazione e di un rilancio che faceva prevedere una lunghissima durata del museo e della biblioteca, che venne trasferita nell’ala del convento davanti a piazza Vallisneri, dove si trova tuttora. Il responsabile del museo, padre Stefano, si faceva notare per la statura e la corporatura imponente. Per curare e sviluppare l’attività culturale del convento occorrevano molte energie. Non bastavano quelle dei frati, il cui numero è continuato a calare vistosamente nel corso degli ultimi decenni. Attualmente ce ne sono soltanto sette, oltre ai venti anziani provenienti anche dal resto dell’Emilia e ricoverati nell’infermeria. I vuoti non sono stati del tutto coperti neppure dai laici volontari, la cui collaborazione è preziosa. Ad esempio la direzione della biblioteca, che continua a svolgere un servizio continuativo a favore degli studiosi, è affidata a Davide Dazzi, presidente della Società reggiana di studi storici.
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