Perquisizioni con i cani per incastrare il killer
di Tiziano Soresina e Giuseppe Boi
I carabinieri passano al setaccio scena del crimine e frazione di Villanova a caccia di tracce e per capire il perché dell’assassinio di Francesco Citro
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REGGIOLO. Perquisizioni e accertamenti «a tutto campo». «Un’attività investigativa a tutto tondo» che ha portato a rivoltare come un calzino la scena del delitto. Quella di ieri per i carabinieri è stata una domenica di lavoro intenso: hanno battuto fin dalla mattina via Papa Giovanni XXIII a Villanova di Reggiolo. Sul campo è arrivata anche l’unità cinofila per fiutare le tracce lasciate dal killer che giovedì scorso ha ucciso Francesco Citro. Un omicidio che ancora non ha un perché. Un delitto che interessa da vicino la procura antimafia di Bologna. Ma il cui movente non è ancora chiaro.
Gli investigatori ieri sono ritornati all’interno della palazzina “Corte Agnese”. Con l’ausilio delle unità cinofile hanno ricontrollato la scena del crimine. Il garage davanti al quale è stata bruciata l’auto della moglie di Citro, l’androne dove giovedì notte il killer ha freddato il 31enne e la casa dove la vittima viveva con la moglie e i due figli sono stati esaminati a fondo. Un’attività investigativa che si è allargata anche all’esterno del condominio. Con l’ausilio delle unità cinofile, i carabinieri hanno esaminato tutta la zona. Ogni via è stata passata al setaccio per raccogliere elementi utili a delineare la pista investigativa da imboccare per risolvere il delitto.
Un caso che presenta tanti, troppi, punti oscuri e in apparente contraddizione tra loro.
Elementi che da una parte portano dritti alla pista mafiosa e a un’esecuzione ‘ndranghetistica. E non è un caso che il sostituto procuratore Stefano Orsi della Dda di Bologna sia venuto – sabato – a Reggio Emilia per confrontarsi con la collega Valentina Salvi che coordina le indagini. Certo, vista l’attenzione sul territorio dove è nato il processo Aemilia, l’Antimafia è sempre (e subito) informata su tutti i così detti reati spia. Se attentati, estorsioni, incendi e rapine sono posti sotto la lente d’ingrandimento perché «indicativi di dinamiche riconducibili alla supposta presenza di aggregati di matrice mafiosa», un omicidio non può non destare più di un allarme. E a dar corpo alla pista mafiosa ci sono tanti altri elementi.
Anzitutto la modalità: il killer che attira la vittima nella trappola per poi sparargli a bruciapelo. Poi la determinazione con cui ha agito. L’orario dell'incendio doloso dell’auto è un segnale chiaro: per gli inquirenti potrebbe essere stato un modo per attirare Citro in una trappola. Obiettivo non raggiunto perché qualcuno è arrivato sul posto prima del 31enne, ma che non ha fatto cambiare i programmi al killer: è tornato tre ore dopo nella casa di Villanova e ha ucciso come se qualcuno avesse ordinato che il delitto avvenisse a tutti i costi quel giorno.
Altri elementi fanno invece presupporre che si tratti di un delitto “ordinario”. Un killer professionista non avrebbe avuto problemi ad ammazzare Francesco Citro già alle 20 di giovedì. Sebbene a spegnere le fiamme dell’auto incendiata siano arrivati per primi alcuni vicini, un “soldato” assodato dalla ‘ndrangheta avrebbe potuto completare il lavoro già lì, sparando indipendentemente dal fatto che tante persone avrebbero potuto vedere e testimoniare.
L’omicidio invece è avvenuto tre ore più tardi nel ballatoio della palazzina “Corte Agnese”. E anche qui vi sono degli elementi incomprensibili. L’assassino attira Citro fuori dall’abitazione sparando ben cinque colpi di pistola. E l’autista di tir non si barrica in casa e chiama le forze dell’ordine, ma apre la porta e percorre alcuni gradini prima di essere colpito tre volte. Perché il 31enne sia uscito dalla casa, perché si sia esposto, perché sia stato così imprudente resta un mistero che, forse, fa pensare conoscesse chi aveva sparato i primi cinque colpi. Un assassino che, inoltre, colpisce la vittima con tre proiettili, ma ne spara a vuoto altro quattro.
Però il killer ha ucciso con una calibro nove, un’arma “tipica” della criminalità organizzata. Però al momento sembra sparito nel nulla come un professionista, magari arrivato dal Meridione, dove può essere ritornato una volta completato il “lavoro”. Però chi ha sparato ha avuto il coraggio di tornare sul luogo dove tre ore prima c’era stato l’incendio d’auto e uccidere in un ballatoio.
Ed è in ciò che è accaduto in quelle ore che si potrebbe trovare il bandolo della matassa. Cosa ha fatto Citro? Ha parlato con qualcuno? Si è egli stesso scritto la sentenza di morte?
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli investigatori ieri sono ritornati all’interno della palazzina “Corte Agnese”. Con l’ausilio delle unità cinofile hanno ricontrollato la scena del crimine. Il garage davanti al quale è stata bruciata l’auto della moglie di Citro, l’androne dove giovedì notte il killer ha freddato il 31enne e la casa dove la vittima viveva con la moglie e i due figli sono stati esaminati a fondo. Un’attività investigativa che si è allargata anche all’esterno del condominio. Con l’ausilio delle unità cinofile, i carabinieri hanno esaminato tutta la zona. Ogni via è stata passata al setaccio per raccogliere elementi utili a delineare la pista investigativa da imboccare per risolvere il delitto.
Un caso che presenta tanti, troppi, punti oscuri e in apparente contraddizione tra loro.
Elementi che da una parte portano dritti alla pista mafiosa e a un’esecuzione ‘ndranghetistica. E non è un caso che il sostituto procuratore Stefano Orsi della Dda di Bologna sia venuto – sabato – a Reggio Emilia per confrontarsi con la collega Valentina Salvi che coordina le indagini. Certo, vista l’attenzione sul territorio dove è nato il processo Aemilia, l’Antimafia è sempre (e subito) informata su tutti i così detti reati spia. Se attentati, estorsioni, incendi e rapine sono posti sotto la lente d’ingrandimento perché «indicativi di dinamiche riconducibili alla supposta presenza di aggregati di matrice mafiosa», un omicidio non può non destare più di un allarme. E a dar corpo alla pista mafiosa ci sono tanti altri elementi.
Anzitutto la modalità: il killer che attira la vittima nella trappola per poi sparargli a bruciapelo. Poi la determinazione con cui ha agito. L’orario dell'incendio doloso dell’auto è un segnale chiaro: per gli inquirenti potrebbe essere stato un modo per attirare Citro in una trappola. Obiettivo non raggiunto perché qualcuno è arrivato sul posto prima del 31enne, ma che non ha fatto cambiare i programmi al killer: è tornato tre ore dopo nella casa di Villanova e ha ucciso come se qualcuno avesse ordinato che il delitto avvenisse a tutti i costi quel giorno.
Altri elementi fanno invece presupporre che si tratti di un delitto “ordinario”. Un killer professionista non avrebbe avuto problemi ad ammazzare Francesco Citro già alle 20 di giovedì. Sebbene a spegnere le fiamme dell’auto incendiata siano arrivati per primi alcuni vicini, un “soldato” assodato dalla ‘ndrangheta avrebbe potuto completare il lavoro già lì, sparando indipendentemente dal fatto che tante persone avrebbero potuto vedere e testimoniare.
L’omicidio invece è avvenuto tre ore più tardi nel ballatoio della palazzina “Corte Agnese”. E anche qui vi sono degli elementi incomprensibili. L’assassino attira Citro fuori dall’abitazione sparando ben cinque colpi di pistola. E l’autista di tir non si barrica in casa e chiama le forze dell’ordine, ma apre la porta e percorre alcuni gradini prima di essere colpito tre volte. Perché il 31enne sia uscito dalla casa, perché si sia esposto, perché sia stato così imprudente resta un mistero che, forse, fa pensare conoscesse chi aveva sparato i primi cinque colpi. Un assassino che, inoltre, colpisce la vittima con tre proiettili, ma ne spara a vuoto altro quattro.
Però il killer ha ucciso con una calibro nove, un’arma “tipica” della criminalità organizzata. Però al momento sembra sparito nel nulla come un professionista, magari arrivato dal Meridione, dove può essere ritornato una volta completato il “lavoro”. Però chi ha sparato ha avuto il coraggio di tornare sul luogo dove tre ore prima c’era stato l’incendio d’auto e uccidere in un ballatoio.
Ed è in ciò che è accaduto in quelle ore che si potrebbe trovare il bandolo della matassa. Cosa ha fatto Citro? Ha parlato con qualcuno? Si è egli stesso scritto la sentenza di morte?
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