LE SCELTE
“Piero della Francesca” un’occasione perduta
REGGIO EMILIA. “Monarca della pittura”, così lo definì il concittadino Luca Pacioli nel 1494. Ma basta aprire qualsiasi libro di storia dell’arte per leggere che “Piero della Francesca è senza dubbio...
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REGGIO EMILIA. “Monarca della pittura”, così lo definì il concittadino Luca Pacioli nel 1494. Ma basta aprire qualsiasi libro di storia dell’arte per leggere che “Piero della Francesca è senza dubbio uno dei più grandi pittori italiani del Quattrocento”. Ebbene sì, Palazzo Magnani ha ospitato nel 2015, in occasione dell’Expo, una mostra dedicata a Piero della Francesca. “Piero della Francesca. Il disegno tra arte e scienza”: questo il titolo della mostra curata da Filippo Camerota, Francesco Paolo Di Teodoro e Luigi Grasselli attraverso cui la figura del grande Maestro di Sansepolcro veniva presentata nella sua doppia veste di disegnatore e grande matematico.
Per l’occasione era stato riunito a Palazzo Magnani l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca: i sette esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (conservati a Bordeaux, Londra, Milano, Parigi, Parma, Reggio Emilia) i due codici dell’Abaco (Firenze), il Libellus de quinque corporibus regularibus (Città del Vaticano) e Archimede (Firenze).
Una mostra concepita – era stato giustamente sottolineato – come uno strumento e una “macchina didattica”. E così è stato. Centinaia le classi degli istituti superiori che hanno visitato la mostra, positive e spesso entusiastiche le critiche degli “addetti ai lavori”. Al punto che la mostra era anche stata prorogata. Ma non può essere considerata anche questa un’occasione perduta? Una grande mostra, non si discute, ma assolutamente concettuale. Nessun spazio riservato alle emozioni. Ma soprattutto nessuna possibilità di vedere visitatori arrivare da tutta Italia per ammirare quel dipinto piuttosto che quell’affresco tante volte visto sfogliando libri di storia dell’arte.
“Non basta il sacro fuoco dell'intuizione e della sintonia dei sensi – aveva detto durante una conferenza il matematico Piergiorgio Odifreddi – per capire e apprezzare davvero un'opera d'arte. Per gustare Dante occorre in primo luogo comprendere il volgare del Trecento. Allo stesso modo la comprensione estetica di un capolavoro della pittura presuppone la conoscenza del linguaggio in cui è composto, cioè dell'intelaiatura geometrica che ne sostiene il disegno secondo le leggi razionali della prospettiva, anzi di diverse regole prospettiche». Una lezione perfetta. Parole sublimi.
Ma passiamo dal concettuale al fattuale. Se al posto delle suggestive installazioni multimediali e delle app di navigazione in realtà aumentata, a Palazzo Magnani fosse sbarcato di Piero della Francesca il “Battesimo di Cristo” (oggi alla National Gallery di Londra) piuttosto che il “Polittico di Sant'Agostino” (esposto al Museu Nacional de Arte Antiga a Lisbona) non sarebbe stata, quella di Palazzo Magnani, una mostra da un lato in grado di dare lustro alla nostra città e dall’altra capace di parlare a un bacino più ampio di visitatori?
Ben vengano le mostre elitarie. Porte aperte al concettuale. Ma in una città dove la possibilità di scegliere va oltre le aperture stagionali che Reggio si può concedere. (c.c.)
Per l’occasione era stato riunito a Palazzo Magnani l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca: i sette esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (conservati a Bordeaux, Londra, Milano, Parigi, Parma, Reggio Emilia) i due codici dell’Abaco (Firenze), il Libellus de quinque corporibus regularibus (Città del Vaticano) e Archimede (Firenze).
Una mostra concepita – era stato giustamente sottolineato – come uno strumento e una “macchina didattica”. E così è stato. Centinaia le classi degli istituti superiori che hanno visitato la mostra, positive e spesso entusiastiche le critiche degli “addetti ai lavori”. Al punto che la mostra era anche stata prorogata. Ma non può essere considerata anche questa un’occasione perduta? Una grande mostra, non si discute, ma assolutamente concettuale. Nessun spazio riservato alle emozioni. Ma soprattutto nessuna possibilità di vedere visitatori arrivare da tutta Italia per ammirare quel dipinto piuttosto che quell’affresco tante volte visto sfogliando libri di storia dell’arte.
“Non basta il sacro fuoco dell'intuizione e della sintonia dei sensi – aveva detto durante una conferenza il matematico Piergiorgio Odifreddi – per capire e apprezzare davvero un'opera d'arte. Per gustare Dante occorre in primo luogo comprendere il volgare del Trecento. Allo stesso modo la comprensione estetica di un capolavoro della pittura presuppone la conoscenza del linguaggio in cui è composto, cioè dell'intelaiatura geometrica che ne sostiene il disegno secondo le leggi razionali della prospettiva, anzi di diverse regole prospettiche». Una lezione perfetta. Parole sublimi.
Ma passiamo dal concettuale al fattuale. Se al posto delle suggestive installazioni multimediali e delle app di navigazione in realtà aumentata, a Palazzo Magnani fosse sbarcato di Piero della Francesca il “Battesimo di Cristo” (oggi alla National Gallery di Londra) piuttosto che il “Polittico di Sant'Agostino” (esposto al Museu Nacional de Arte Antiga a Lisbona) non sarebbe stata, quella di Palazzo Magnani, una mostra da un lato in grado di dare lustro alla nostra città e dall’altra capace di parlare a un bacino più ampio di visitatori?
Ben vengano le mostre elitarie. Porte aperte al concettuale. Ma in una città dove la possibilità di scegliere va oltre le aperture stagionali che Reggio si può concedere. (c.c.)
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