Gazzetta di Reggio

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«Due retate in stazione non risolvono nulla»

di Ambra Prati
«Due retate in stazione non risolvono nulla»

Luca Censi dell’unità di strada della Papa Giovanni XXIII risponde al questore  «I controlli due volte alla settimana con i cani antidroga? La soluzione è altrove» 

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REGGIO EMILIA. «Due coperte e due retate con i cani antidroga non risolvono i problemi della zona stazione».

Luca Censi, referente dell’unità di strada della Papa Giovanni XXIII – servizio gestito a bando dal Comune – interviene all’indomani delle dichiarazioni del questore Antonio Sbordone in relazione alla promessa che i controlli straordinari in piazzale Marconi e dintorni proseguiranno per garantire la sicurezza nel quartiere “nervo scoperto” della città.

Cosa non vi sta bene nella lettura fatta dal questore?

«Siamo presenti da anni nella stazione storica e nell’ultimo periodo abbiamo assistito alle retate. Sembra che quell’area sia il Far West e che i controlli due volte a settimana con i cani antidroga risolvano qualcosa: la nostra esperienza è diversa. Conosciamo le persone senzatetto che vivono lì, con problematiche molto forti, sia italiani sia stranieri, e la sola repressione non porta a nulla. Anzi le condizioni degli ultimi peggiorano, perché sono costretti a spostarsi e sono più difficili da trovare».

Cosa vedete in strada?

«Gli italiani in strada non sono molti, parliamo con loro e possiamo indirizzarli alle strutture più adatte. Sugli irregolari invece abbiamo le mani legate: possiamo distribuire in piazzale Europa coperte e cibo, non di più. Noi vediamo una marea di giovani dai 18 ai 30 anni, molti attualmente provenienti dal Gambia, senza documenti, senza legami familiari, senza lavoro. Una massa sommersa: la maggior parte di loro finisce alle Reggiane. La società li tratta da criminali, ma sono richiedenti asilo che, finito il periodo di prima accoglienza, non trovano più assistenza: restano “incastrati” in Italia, non hanno alternative se non vivere d’espedienti. Tra l’altro il paradosso è che il requisito indispensabile per proseguire l’iter di richiesta di asilo (opponendosi al diniego o chiedendo il rinnovo) è avere una residenza o un domicilio: da qui il mercato nero dei subaffitti».

Però si metta nei panni dei proprietari che affittano ad un regolare, e si ritrovano sei clandestini in casa.

«Sì li capisco e sono d’accordo sui controlli, purtroppo esiste un mercato illegale di domicili. Ma guardate che siamo solo agli inizi: il nodo del fenomeno migratorio scoppierà nei prossimi anni. Ad esempio noi constatiamo la presenza di persone che transitano sul territorio nazionale “a caso”: viaggiando da sud a nord, scendono a Reggio perché magari pizzicati sul treno senza biglietto, il che a livello di sicurezza è più preoccupante. Collezionano fogli di via ma nessuno torna al suo paese d’origine: quando il questore parla di rimpatri obbligatori mi fa sorridere, sono una cifra irrisoria».

Il nodo però è rappresentato dalle leggi attuali nazionali.

«Sì assolutamente. Noi viviamo a Reggio, che è sempre stato un modello per l’educazione e l’accoglienza: si potrebbero riunire tutte le parti che gestiscono il fenomeno immigrazione, ragionare sull’argomento e trovare dei modelli che facciano da apripista, non solo in termini emergenziali e di sicurezza».

Non pensa che le forze dell’ordine locali si muovano in un altro ambito?

«Così è il gioco del gatto e del topo, per tacitare i comitati o per immagine politica. Ci si ammanta del “noi agiamo secondo la legge”, ma come società dobbiamo ragionare in termini di giustizia. Non si risolve con gli agenti che sfondano le porte. Le soluzioni durature sono altrove».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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