Nuovi neri e grandi vuoti
L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sul ritorno del fascismo alle porte del 2018
Attraverso il fascismo
apriamo il varco
(Benito Mussolini, 1936)
REGGIO EMILIA. Ancora fascisti alle soglie del 2018. È il momento della riscossa nerovestita, mascherata, impunita. Ma è possibile che nella terra della cooperazione prampoliniana, della Resistenza, del funerale di un partigiano un giorno sì e un giorno no, di Casa Cervi, della pastasciutta antifascista... Ma è possibile che nella piena riemersione fascista nessun apparatčik locale abbia reagito, faccia fronte, dica basta?
E attenti, uso la parola russa apparatčik (funzionario di partito) con ironia, così mi tengo alla larga dai nostalgici comunisti e anche da quelli che lo furono ma abiurano.
Ebbene, nessuno in questi giorni qui a Reggio ha condannato l’intrusione della squadra nera nella sede dell’associazione Como Senza Frontiere, e ha marchiato la manifestazione nel cortile interno di Repubblica, mercoledì a Roma.
Solo venerdì sera il segretario del Pd ha lanciato una convention a Reggio, per sabato prossimo. “Noi siamo il partito che rispetta il Tricolore, nato in quella città”.
Matteo Renzi annuncia la presenza del premier Paolo Gentiloni, vari ministri, tanti amministratori. Renzi nella sua e-new fa anche riferimento a Casa Cervi, da lui visitata qualche giorno fa. L’evocazione reggiana-resistenziale è un novello spinterogeno nel partito travagliato e ristretto. La parola d’ordine guarda alla Resistenza, decisamente e obbligatoriamente a sinistra.
Il ministro e vicesegretario dem Maurizio Martina ne ha parlato esplicitamente: “Bisogna tornare a insegnare la storia dei fratelli Cervi agli studenti…” (ma la sollecitazione è di Piero Calamandrei, 1955). E il ministro Graziano Delrio ha postato su Facebook: “Un forte abbraccio ai giornalisti e alle giornaliste di la Repubblica e del gruppo L’Espresso. I fascisti hanno paura della verità. Dichiarano guerra anche al Partito Democratico. Rispondiamo con il fiore del partigiano”. Reggio è ri-capitale della Resistenza.
Ma qui non hanno alzato la voce localmente, reggianamente in piazza, le istituzioni, i movimenti politici, il partito maggioritario, le organizzazioni, le associazioni.
Lo stupore per questo mutismo (inazione) non scaturisce dal fatto che la provocazione ha preso di mira il maggior quotidiano del nostro gruppo, ma perché il fascismo antico-contemporaneo ha cominciato a infilare sapientemente il cuneo nel sistema nervoso: l’informazione, la libertà d’informare. Il leader di Forza Nuova Roberto Fiore ha proclamato: “Il primo atto di una guerra politica contro il Gruppo Espresso e contro il Pd”. Atto di guerra (politica sì, ma è un aggettivo).
Ho ricevuto soltanto un invito, giovedì pomeriggio: “Buongiorno Direttore, in seguito alla spedizione squadrista di Forza Nuova alla sede di Repubblica, rivendicata come atto politico contro l’intero gruppo L’Espresso. Le propongo una iniziativa in sua presenza, in tema di antifascismo e provocazioni avvenute in questi mesi... Le potrebbe interessare? A me farebbe molto piacere, abbiamo tutti bisogno di confrontarci su quanto sta avvenendo”. La firma della proposta è assolutamente di parte: Alessandro Fontanesi, segretario provinciale del Partito Comunista Italiano. Più che “di parte”, è l’unica parte prontamente sensibile a fatti da non sottovalutare, a un allarme concreto.
I nerovestiti ci guardano e riguardano. Sanno perfettamente che cosa fare, e dove. Nella roccaforte indebolita della sinistra al potere e al dovere, le azioni dei gruppi d’ultradestra cominciano ad essere frequenti. Hanno target strategici. Hanno un disegno. Le scritte sprayate continuano ad apparire. Una sulla parete esterna della palestra di via Paterlini. Uno striscione è apparso a Castelnovo Monti.
Un altro dispiegato sul cavalcavia, contro Papa Bergoglio… Sono mosse che pigiano sui tasti sensibili della scuola, della sanità, sul tema squinternante dello ius soli. Sono argomenti di conflitto, dove la politica impegnata nell’altrove ha lasciato buchi insopportabili.
Grandi vuoti.
In questi terreni dell’irrisolto e dell’incompiuto i nuovi fascisti conficcano le bandierine, i fumogeni, le maschere dell’ordine, del valore e dell’onore.
E poi trovano o incontrano le sponde. Quella ad esempio nel leghista Matteo Salvini che, nel caso di Como, ha scansato l’allarme: “ll problema vero non sono i quattro ragazzi che hanno fatto irruzione, ma un’immigrazione fuori controllo, voluta da qualcuno, organizzata e alimentata da una certa sinistra che fa favori ai poteri forti e cerca lo scontro sociale”. Poi sulla manifestazione a Repubblica, le destre e dintorni hanno condannato con leggerezza aggiungendo quei “però” che innervano il “ve la siete andata a cercare”, oppure “ma parliamo anche di comunismo”.
A prestarsi passivamente a questa tessitura lenta è la crescente zolla sociale (online, ma non virtuale) che il Censis ha dichiarato essere afflitta dal rancore. Il nuovo male del Paese. Al rancore aggiungo la passività.
In altri tempi – che qualcuno definirà “ideologici” – a fronte delle scorribande neofasciste in questa Reggio avrebbe mobilitato, reagito, riposto, chiamato in piazza. Quasi zero, mentre quelli infilano il giubbotto nero, salutano romanamente e avanzano. Contro di loro c’è la legge, c’è la Costituzione.
Ma come disse Calamandrei: “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da se. La Costituzione è un pezzo di carta... La lascio cadere e non si muove. E perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile... Bisogna metterci dentro lo spirito di mantenere quelle promesse”. Era il 1955. Trentasei anni dopo l’istituzione dei fasci di combattimento, dieci anni a seguire la caduta della Repubblica di Salò e la fine di una guerra devastante, sessantadue anni prima di oggi.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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