Gazzetta di Reggio

Reggio

Dove il “Movimento” non era violenza

di ANDREA MASTRANGELO
Dove il “Movimento” non era violenza

Reggio Emilia a quarant’anni dalla stagione più travagliata per i giovani  Il culto della compagnia e del dibattito, la satira, il dramma della droga 

6 MINUTI DI LETTURA





Un anno esaltante o un anno drammatico? Attorno a questo dubbio potrebbe ruotare un dibattito dedicato al 1977. Data diventata materia di storia non solo oggi – a quattro decenni esatti di distanza – ma già ampiamente discussa subito dopo la fine del “Movimento” e delle sue derive; anzi del 1977 e del suo carico rivoluzionario si discuteva, e anche parecchio, quando ancora il 1977 non era arrivato al 31 dicembre.

Ogni tentativo di riassumere cosa furono quei dodici mesi pieni di avvenimenti finisce per diventare riduttivo e insufficiente. Alcuni punti fissi tuttavia possono essere individuati. Innanzitutto, la profonda differenza con il movimento del 1968. Se nove anni prima si era registrata una saldatura fra la ribellione studentesca e la protesta operaia alla ricerca di un orizzonte nuovo e fresco, carico di prospettive, nel ’77 i due poli non si attraggono più, anzi la protesta giovanile prende strade che finiscono per scontarsi con il mondo organizzato del lavoro. Il sindacato non è più un alleato, è casomai una delle varie manifestazioni di un regime da abbattere, anzi da ridicolizzare, senza in realtà avere una proposta valida per sostituirlo. In secondo luogo, i diversi filoni di protesta hanno finito per avere influenza anche sugli anni successivi, con conseguenze non tanto sul piano della politica (dove in realtà non esisteva una precisa proposta alternativa) quanto su quello dei rapporti personali, dell’informazione, della cultura e del divertimento.

Cosa rappresentò il 1977 per Reggio Emilia? Apparentemente nulla. In realtà rappresentò moltissimo, nel bene e nel male, anche se gli scontri fra giovani e polizia accadevano altrove e non nella nostra città; anche se gli indiani metropolitani non li incontravi in via Emilia. Quella di Reggio non fu una storia di violenza.

Allora più di oggi i rapporti personali si sviluppavano all’interno di una struttura sociale che tutti definivano “compagnia”. Per qualcuno la compagnia era formata da amici di scuola; per altri dai ragazzi vicini di casa; per altri ancora da quelli del quartiere che avevano la Vespa come la tua, e via così in una miriade di distinzioni e particolarità che trovavano una composizione nel fatto che su tutto le decisioni dovessero essere prese in maniera ragionata e motivata, a prescindere dalla diversa capacità individuale di elaborazione delle idee. Come Nanni Moretti ha perfettamente espresso in diversi suoi film, l’importante non era tanto la decisione presa quanto il dibattito sviluppato per arrivare a una scelta. Non si trattava solo del modo in cui schierarsi rispetto alla politica e ai partiti. Si trattava anche di decidere quale film andare a vedere il sabato sera, quale pizza ordinare, quale campeggio scegliere per la vacanza. Sembrerà paradossale, ma a volte la discussione per arrivare a una decisione diventava più importante della decisione stessa. Per quelli che allora avevano dai sedici ai vent’anni non era così raro rinunciare (è un puro esempio) al cinema perché la discussione sul film si era protratta ben oltre l’orario di inizio dell’ultima proiezione. Non si era visto nessun film ma si era parlato per ore di cinema.

In quasi tutto la politica, in un modo o nell’altro, finiva per essere coinvolta, anche quando non c’entrava niente, a costo di errori madornali. Le compagnie più impegnate finivano per evitare gli spettacoli di artisti giudicati commerciali mentre altri, anche pallosissimi, dovevano essere visti per forza. Era proprio il ’77 quando dall’America arrivò “La febbre del sabato sera”; tanti rinunciarono a vedere un capolavoro in ragione di uno spirito di contraddizione che vietava di mescolarsi con tutto ciò che non fosse dichiaratamente impegnato. E un senso di fastidio accompagnava i Bee Gees trasmessi ogni minuto da ogni radio.

La radio, appunto. Da pochissimo le radio private avevano ricevuto l’imprimatur della legalità. A fronte di alcuni notevolissimi esempi di emittenti che hanno fatto a Reggio Emilia la storia dell’intrattenimento e dell’informazione, e a fronte anche di Radio Tupac che da via Ramazzini rappresentava la voce dell’estrema sinistra, in tutta la provincia si registrava un pullulare di micro-radio a dimensione di paese, o anche meno. Per lo più si trattava di esperienze nate dalle discussioni di compagnia, prive di un’organizzazione stabile e di un progetto editoriale. In concreto, quando si voleva dire qualcosa, fra le varie opzioni praticabili c’era anche l’apertura di una radio, messa insieme con materiali raccattati qua e là e con la competenza di qualcuno che sapeva cos’è l’elettricità. Alla Rosta Nuova (e ancora una volta è solo un esempio) esisteva una di queste radio, allestita in uno sgabuzzino e con una potenza di emissione tale da non andare molto oltre il condominio di fronte. Si trasmetteva qualcosa, magari leggendo le notizie dal giornale, quando se ne aveva voglia. Ovviamente tutte queste radio duravano il tempo di un battito di ciglia.

È di questi giorni la polemica politica sulle fake news – banalmente le notizie false – e nessuno sembra ricordare che il fenomeno ebbe la sua espressione massima fra il ’77 e il ’78. Solo che dietro vi era ben altro spessore culturale. Se oggi una notizia falsa è imbastita al solo scopo di accoltellare alle spalle questo o quel protagonista della politica, quarant’anni fa la falsa notizia era un’opera d’arte. I capiscuola erano quelli de “Il Male”, rivista di satira feroce che con una risata voleva far esplodere le fondamenta del sistema, gettandolo nel ridicolo. “Il Male” è passato alla storia per i falsi numeri di “Paese sera”, “La Stampa” e “Il Giorno” in cui si annunciava l’arresto di Ugo Tognazzi (complice nella messa in scena) quale capo delle Brigate Rosse. Se ne parlò per mesi, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Una grande eco ebbe anche un altro falso d’autore della rivista: quello in cui una finta edizione del Corriere della Sera (perfettamente credibile per grafica e stile di scrittura) annunciava la sbarco degli extraterrestri. Quella mattina, come sempre, alcune copie circolarono nelle scuole. Qualcuno ci cascò in pieno, fra bocche spalancate e reazioni di sgomento. I lettori abituali capirono subito di avere a che fare con uno scherzo apocalittico. Negli ambienti del liceo Spallanzani si narrava che al liceo Moro un professore di filosofia fosse caduto in pieno nel tranello, intavolando una lezione sul fatto che tutto quanto era stato rappresentato dal pensiero umano fino a quel momento non aveva più senso, salvo poi essere stoppato da uno studente che aveva trovato il coraggio di rivelargli la verità. Però siccome noi dello Spallanzani ci divertivamo a dileggiare quelli del Moro (che nel ’77 si chiamava ancora Liceo 2), è lecito ritenere che tutta questa storia fosse solo una leggenda metropolitana.

Gli storici collocano la fine dei movimenti del ’77 con l’assemblea organizzata in settembre al palasport di Bologna contro la repressione, tuttavia per alcuni quell’epoca di protesta ebbe ben diverso epilogo. Se a Bologna e nelle grandi città ci si sparava per strada, a Reggio come altrove a spargere morte provvedeva un altro killer: l’eroina. La droga, a fronte di una protesta che si spegneva senza aver trovato sbocchi concreti, diventava una strada praticabile per quei giovani meno attrezzati rispetto alle difficoltà del mondo esterno. Il ricordo della maggioranza di quei ragazzi oggi è legato a una croce.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google