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«Oggi si dimenticano tutte le conquiste del mondo operaio»

«Oggi si dimenticano tutte le conquiste del mondo operaio»

Gianni Rinaldini, già segretario generale della Fiom, fu protagonista di una difficile fase di relazioni sociali

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REGGIO EMILIA. «Non esisteva proprio l’idea che un corteo operaio potesse essere attaccato da uomini incappucciati. A Reggio Emilia a picchiare gli operai erano i fascisti».

Maurizio Rinaldini è presidente della Fondazione Claudio Sabattini ma è uno dei simboli viventi della storia – reggiana e italiana – dagli anni Sessanta fino a oggi.

In politica dai tempi delle scuole superiori (all’Iti), Rinaldini è stato uomo del Partito comunista e della Cgil, fino a diventare segretario nazionale della Fiom, la Federazione dei metalmeccanici da sempre considerata la cartina di tornasole dei rapporti sindacali in Italia. Per Rinaldini il ’68 prima e il ’77 poi non sono materia di studio, sono un pezzo della sua vita.

Rinaldini, Reggio Emilia come visse il passaggio dal 1968 al 1977?

«Quello che si definisce movimento studentesco nacque nel ’68, convivendo con altre espressioni di gruppi organizzati: come Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Potere Operaio, che comunque stavano tutti dentro un impianto che non aveva a che fare con l’autonomia del 1977. La dimensione di quello che accadde dopo il ’68 si visse anche a Reggio, anche se non era sede universitaria. Il movimento degli studenti medi, del quale facevo parte anch’io, era consistente, ma la forza politica più importante del mondo giovanile era la Fgci, i giovani comunisti».

Lei che ruolo ebbe con la Fgci di quell’epoca?

«Ne sono stato segretario dal ’72 al ’74. Avevamo un rapporto importante con la sezione universitaria di Bologna ed eravamo un pezzo importante della lotta politica all’interno del Pci, cosa che distingueva la Fgci reggiana da tutte le altre. Ad esempio fu a Reggio che i giovani comunisti universitari scrissero un documento giudicato scandaloso: quello in cui si condannavano i fatti di Praga in maniera durissima giudicando irriformabile il modello sovietico. Stavamo con Dubcek senza esitazioni».

Qual era l’aria che si respirava a Reggio in quegli anni?

«Era un’epoca di felici intuizioni istituzionali grazie al sindaco Bonazzi. Tanta curiosità, tanta apertura al nuovo. Era l’epoca dell’occupazione del teatro di Fabbrico con Gian Maria Volontè, di Musica Realtà con gli artisti che andavano a suonare nei quartieri, della nascita degli asili nido. Il discorso era più complesso per gli studenti, perché non esisteva per loro un movimento. C’erano tanti gruppi giovanili: erano i movimenti, non il movimento».

Quindi la situazione per i lavoratori era più comprensibile?

«In parte sì. L’unico vero movimento era rimasto quello della Flm (la sigla che riuniva i sindacati metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, ndr). Quella era la sola e unica rappresentanza del movimento operaio. Nel ’77 inizia il dibattito sul compromesso storico, in realtà già impostato qualche anno prima con la morte di Allende. Si apriva un mondo di problemi, con la nascita di una nuova figura sostenuta dall’universo giovanile, quell’operaio sociale in ostilità con gli operai tradizionali, considerati in modo negativo come dei garantiti».

Ricorda qualche momento essenziale di quella fase?

«Ricordo perfettamente la manifestazione che organizzammo a Roma come Flm il 2 dicembre del 1977, giusto quarant’anni fa. Gli obiettivi erano di tipo sociale, prettamente politici e fra questi vi erano gli investimenti al Sud. Anche nel Pci ci furono critiche perché eravamo nell’epoca delle grandi intese. Noi stessi avevamo più di una preoccupazione ad andare a Roma, perché lì tutto quello che si organizzava finiva in guerriglia. Sfilammo in 250mila e da Reggio partimmo con un treno speciale. Filò tutto liscio tranne un’aggressione a una parte di noi. Da un vicolo sbucarono fuori degli incappucciati con i bastoni e uno di noi reggiani prese una botta in testa e finì all’ospedale. La riuscita della manifestazione colpì molto anche Berlinguer, visto che prima del 2 dicembre alle Botteghe Oscure c’era stata tanto di riunione per convincere la Flm a desistere».

Costa resta di quel difficile 1977?

«Direi piuttosto cosa è stato dimenticato. Oggi il ’77 lo si ricorda solo per l’autonomia studentesca, la cacciata di Lama dall’università La Sapienza e il terrorismo. Ma è stato anche tanto altro. A cominciare dall’ultima battaglia sindacale vinta con la Fiat. E quello del dicembre fu anche l’ultimo grande sciopero dei metalmeccanici. Tutto quello che abbiamo conquistato, lo abbiamo conquistato allora».(a.m.)

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