Di chi è la responsabilità? (Non date la colpa all'Enza)
Il durante e il dopo l’inondazione sono dimensioni di tempo in corso, e memorabili. Anche per la professionalità e la generosità di chi presta i soccorsi. Non si comprende ciò che non ha funzionato anteriormente alla rottura degli argini
La macchina dei soccorsi ha funzionato benissimo. Quella dell’allertamento malissimo. È stata l’acqua in persona ad avvertire che era arrivata e stava crescendo. Quindi ognuno degli abitanti l’allarme se l’è dato in proprio. C’è chi ha scoperto che l’Enza l’aveva già in casa mettendo il piede (sinistro, nel caso) giù dal letto alle 5.30 di martedì. Chi è salito in macchina per raggiungere il posto di lavoro e ha telefonato che non poteva timbrare il cartellino perché di colpo s’era ritrovato in un lago grigio e denso. Chi invece della sveglia ha udito in cucina il glu glu del fiume che aveva fatto breccia nell’argine.
Non è l’Enza di qualche settimana fa, che allora era addirittura assetato di se stesso. Secco. Ora è una laguna. L’estuario dell’Orinoco riprodotto in Valpadana. Dopo la nevicata e le piogge, nella notte fra lunedì e martedì s’è fatto grosso, gagliardo. È diventato matto. E nessuno se n’è accorto, nessuna della autorità delegate al controllo e alla cura del corso d’acqua ha fatto quello che una volta si faceva.
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Misurare il livello in punti definiti a monte e a valle, definire la velocità della corrente, capire se il Po, laggiù in fondo, tira oppure no, infine comunicare. Informare, che non vuol dire procurare allarme, ma permettere alla gente di prepararsi, proteggersi e mettere al riparo le cose, gli animali, i nervi.
Chi doveva misurare la febbre al fiume?
Già sento la parola che ronza sopra l’acqua dell’affluente: imprevedibilità. Come il Secchia e il Panaro, l’Enza fa le bizze.
Per un nonnulla in montagna è capace di raccogliere l’acqua necessaria per credersi un fiume vero nella sua estensione nana, 93 chilometri in tutto, pieni di curve e incertezze, per precipitare dai 1.406 metri d’altitudine della sorgente toscana ai 20 dalla sua morte in Po, a Brescello.
Torrente e infine poco più d’un fosso. Appunto perché è un fiume infido va e andava tenuto d’occhio, con tutti quei paesi che gli stringono la strada, la campagna artificiale, e quella gente che ci “vive dentro”.
Perché ogni fiume è geloso del suo letto: quando è grosso ci ritorna e lo rivuole tutto, il letto.
Il durante e il dopo l’inondazione sono dimensioni di tempo in corso, e memorabili. Anche per la professionalità e la generosità di chi presta i soccorsi.
Tutti bravi, encomiabili, uomini e donne in divisa per lavoro e per volontariato.
Non si comprende la dimensione di tempo del “prima”. Cioè che cosa non ha funzionato anteriormente alla rottura gli argini. Sarà pure cresciuto a monte, avrà pure fatto la colma, qualche autorità avrà pure visto che il livello dell’Enza andava aumentando nelle ore precedenti.
Prima ancora era avvenuto di tutto, meteorologicamente di tutto. La neve a sorpresa, molta pioggia, vento forte, anche dall’altra parte dell’elevato confine tra la Toscana e la Liguria dove la depressione del Golfo di Genova chiama i vortici, le perturbazioni. Idrometeore di precipitazione, che nella lingua di noi umani si chiamano pioggia e neve.
Una volta, quando non c’era la comodità dei device (cellulari, pc e altri dispositivi elettronici) i nostri nonni di fiume facevano cose pratiche.
In tempo di piena controllavano gli idrometri, cioè i misuratori del livello del corso d’acqua; non andavano a letto e facevano il turno di guardia all’acqua; qualcuno girava armato nel timore che male intenzionati aiutassero l’argine a cedere di qua o di là; in caso di esondazione imminente, rottura o fontanazzo la popolazione era avvertita col suono delle campane a martello.
Bene, nella giornata, pomeriggio, sera, nottata di lunedì-martedì non c’è stato un preallarme ufficiale, generale. Nemmeno una campanella. È paradossale che le cronache riferiscano che la gente è stata avvertita unicamente dallo stesso sibilo-rumore-soffio del fiume.
Addirittura noi – che di mestiere riceviamo comunicazioni da diramare, divulgare sulla carta e online – siamo stati destinatari di nulla.
Una volta asciugate le case, le strade, la terra, sarà bene sapere a chi toccava monitorare e avvertire.
A chi compete il controllo del fiume, cioè il difendere l’acqua e il difenderci dall’acqua.
Immagino lo spiattellamento delle competenze, delle attribuzioni e l’incombente corpaccione della burocrazia che tutto ingerisce.
Cose delle quali un fiume in piena se ne frega, come credo tutti noi (io che scrivo, voi che leggete, voi che siete a mollo) ce ne freghiamo.
Giro la domanda anche all’autorità giudiziaria: di chi è la responsabilità? E chi intende rispondere non lo faccia in modo fluviale, ma secco. Così ci capiamo subito.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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