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Alluvione, la Procura indaga sul disastro: il reato ipotizzato è inondazione

Enrico Lorenzo Tidona
Alluvione, la Procura indaga sul disastro: il reato ipotizzato è inondazione

Brescello: avviati accertamenti sulle responsabilità penali e sulla manutenzione del sistema di canali e argini. Si fa luce anche sul sistema di allerta e sulle comunicazioni tra enti. Al momento non ci sono indagati

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REGGIO EMILIA. L’esondazione dell’Enza ha travolto case e fabbriche, causando danni per milioni. Una vera e propria «emergenza idraulica», parole stampate nel comunicato di ieri sera della prefettura di Reggio, causata dal «sormonto e successivo cedimento dell’arginatura del torrente». Un disastro unico nella storia recente della Bassa reggiana, per portata e danni arrecati. Anche perché, una volta ritiratasi l’acqua, ci si è accorti che il problema peggiore era la coltre di fango rimasta a terra, fino a un metro e mezzo d’altezza. Lo sanno bene le famiglie con le case inondate da quella poltiglia marrone, con le auto sommerse e da buttare, così come le imprese.

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Basti pensare a Immergas, un universo formato da oltre 600 dipendenti, che ha investito milioni di euro nella sede costretta a bloccare la produzione mancando le consegne in mezzo mondo. Un quadro che consta ora di tre tipi di interventi: uno pubblico, con lo stato di emergenza chiesto dalla Regione per reperire risorse e rimettere in ordine il caos lasciato a Lentigione e Brescello.

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Poi c’è l’intervento privato, con cittadini e imprese che potrebbero chiedere indennizzi e risarcimenti per i danni patiti. Infine c’è il piano penale, ora in mano alla procura di Reggio Emilia, che ha aperto un fascicolo - al momento senza indagati - in ordine al reato di inondazione. Un reato che sarebbe punito con la reclusione da 5 a 12 anni. L’azione della procura risulta necessaria per poter cercare di mettere in ordine i fatti e individuare le responsabilità penali, qualora fossero ravvisate.

La situazione sembra essere precipitata dopo la rottura dell’argine dell’Enza. E da lì si partirà per poter effettuare tutti gli accertamenti del caso, verificando la tenuta del sistema idraulico, dei canali e la relativa manutenzione. C’è poi la questione dell’allerta ai cittadini: è stato fatto davvero tutto il possibile per evitare questo disastro? Nessuno è riuscito - quantomeno - ad avvertire i residenti.

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A Sorbolo il sindaco ha affermato di aver capito che la piena stava arrivando tramite un sms di allerta giunto dalla Regione. Ha così deciso di suonare ai campanelli delle case, consigliando di mettere al riparo auto, persone e oggetti dai piani terra delle abitazioni.

A Lentigione l’acqua è arrivata invece nel silenzio più totale da parte di protezione civile, amministrazioni locali, enti di bacino. La sequenza degli avvisi, prima e dopo la triplice rottura dell’argine a Lentigione, dice però molto, come abbiamo già riportato in questi giorni. L’Agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo) e l’Arpae della Regione Emilia Romagna non ravvisano l’emergenza nella sua reale dimensione. Addirittura i consorzi fondiari sono andati all’attacco. Per alcuni l’esondazione dell'Enza era un fatto prevedibile da anni.

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«Occorre abbandonare l’ipocrisia del “non è adesso il momento, ora bisogna soccorrere e poi si vedrà!” - ha scritto l’associazione dei consorzi di miglioramento fondiario della Val d’Enza - I soccorsi si sono attivati ma questo non esime coloro i quali possono ritenersi responsabili, dal tacitare le proprie coscienze con il ricorso alla pratica del demandare al “poi” la soluzione dei problemi. In questo caso si può veramente asserire però che tutti sapevano tutto! L’accaduto era stato previsto, era prevedibile con ampio margine di anni, inquadrato nelle valutazioni progettuali collegate alla tanto vituperata ed avversata diga sull’Enza. L’Enza è un torrente con forte pendenza, alta velocità di scorrimento, forte apporto di materiali in sospensione, di breve corso e quindi rapido anche nell’andare fuori controllo».
 

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