IL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA
Moschea nel mirino del clan Musulmano pagò 40mila euro
REGGIO EMILIA. C’è persino una moschea – che doveva sorgere a Cremona – nei racconti del collaboratore di giustizia Salvatore Muto.Un’intricata storia in cui il pentito dice di esserci finito perché...
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REGGIO EMILIA. C’è persino una moschea – che doveva sorgere a Cremona – nei racconti del collaboratore di giustizia Salvatore Muto.
Un’intricata storia in cui il pentito dice di esserci finito perché coinvolto da Pierino Vetere (imputato di Aemilia) affinché risolvesse la questione. Secondo la deposizione di Muto, ad un musulmano era stato offerto un terreno (che si trova dietro al cimitero cremonese) per costruirvi la moschea e l’affare sembra ben impostato, tanto che il nordafricano – a fronte di un accordo scritto – diede una caparra (un assegno di 20mila euro). Ma quel terreno aveva più proprietari («Anche attraverso dei prestanome») per di più in odore di mafia e pure delle difficoltà tecnico- amministrative da superare per andare a rogito. Quindi la vendita si bloccò, il musulmano riebbe i 20mila euro e rimasero d’accordo che una volta sbloccatasi la questione-terreno l’affare sarebbe ripartito. Ma quando quel terreno diventò vendibile, il nordafricano aveva già comprato un’area diversa. «Andai a parlare con lui – spiega Muto – dicendogli che gli avevamo dato la nostra parola che avremmo sistemato il terreno. Gli rinfacciai che ci stava creando un danno e che queste spese le dovevamo recuperare con le buone o con le cattive. Il musulmano ci conosceva e sapeva che conseguenze rischiava e un amico gli fece poi capire che aveva a che fare con gente pericolosa. Le conseguenze? Potevamo incendiargli la mosche o bruciargli l’auto oppure intralciare i lavori di costruzione dell’edificio religioso». Come fini? Il musulmano pagò 40mila euro a Muto per chiudere la questione...
Un’intricata storia in cui il pentito dice di esserci finito perché coinvolto da Pierino Vetere (imputato di Aemilia) affinché risolvesse la questione. Secondo la deposizione di Muto, ad un musulmano era stato offerto un terreno (che si trova dietro al cimitero cremonese) per costruirvi la moschea e l’affare sembra ben impostato, tanto che il nordafricano – a fronte di un accordo scritto – diede una caparra (un assegno di 20mila euro). Ma quel terreno aveva più proprietari («Anche attraverso dei prestanome») per di più in odore di mafia e pure delle difficoltà tecnico- amministrative da superare per andare a rogito. Quindi la vendita si bloccò, il musulmano riebbe i 20mila euro e rimasero d’accordo che una volta sbloccatasi la questione-terreno l’affare sarebbe ripartito. Ma quando quel terreno diventò vendibile, il nordafricano aveva già comprato un’area diversa. «Andai a parlare con lui – spiega Muto – dicendogli che gli avevamo dato la nostra parola che avremmo sistemato il terreno. Gli rinfacciai che ci stava creando un danno e che queste spese le dovevamo recuperare con le buone o con le cattive. Il musulmano ci conosceva e sapeva che conseguenze rischiava e un amico gli fece poi capire che aveva a che fare con gente pericolosa. Le conseguenze? Potevamo incendiargli la mosche o bruciargli l’auto oppure intralciare i lavori di costruzione dell’edificio religioso». Come fini? Il musulmano pagò 40mila euro a Muto per chiudere la questione...
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