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Rete di spaccio: patteggiamenti a raffica

Rete di spaccio: patteggiamenti a raffica

Le pene oscillano da 1 anno e mezzo fino a 3 anni e 7 mesi di reclusione: otto restano in carcere, uno ai domiciliari

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REGGIO EMILIA. Complessa l’indagine antidroga della polizia chiusasi in giugno, altrettanto laborioso l’approdo giudiziario che si è concluso davanti al gup Luca Ramponi con una serie di patteggiamenti – le pene vanno da 1 anno e 6 mesi a 3 anni e 7 mesi di reclusione – ad eccezione di un imputato che è irreperibile (rappresentato dall’avvocato Chiara Carletti) e per lui è stato decretato il rinvio a giudizio.

Alla sbarra solo nordafricani, quasi tutte vecchie conoscenze della giustizia che sono attualmente in carcere e vi rimangono alla luce anche di quest’ultima sentenza.

È stata riconosciuta la continuazione dei reati per otto imputati difesi dagli avvocati Federico Bertani (a tutela di sette) e Tommaso Lombardini (ha assistito il tunisino 40enne Mohamed Layouni). «Si è operato un non indifferente lavoro ricostruttivo dei precedenti penali e delle sentenze – commenta l’avvocato Bertani – il che ha incontrato l’attenzione del pm Giacomo Forte». Fra queste pene “concordate” spicca quella applicata al marocchino 42enne Ahmed Salim, considerato dagli inquirenti il capobanda: è soprannominato significativamente “motorino” per l’attivismo e la frequenza degli spostamenti in bicicletta per vendere le dosi di droga. Patteggiamenti per altri spacciatori ben conosciuti dalle forze dell’ordine: Aidi Kalifa (marocchino 35enne), Gali Skandar (tunisino di 38 anni), Ali Zituni (tunisino 40enne), Meher Ben Salah (tunisino di 40 anni), Fati Ben Rejeb (tunisino 37enne) e Yassine Mathlouthi (tunisino 30enne). Discorso diverso per il marocchino 34enne Allah Rachid Nasro (difeso dai legali Alessandro Carrara e Katia Cristofori) che, essendo incensurato, non ha potuto puntare sulla continuazione dei reati: ha patteggiato 3 anni e 7 mesi di reclusione e rimane agli arresti domiciliari.

Secondo quanto ricostruito dalla polizia – le indagini erano iniziate nel dicembre 2014 – questa rete di spacciatori aveva come base i fatiscenti edifici delle ex Officine Reggiane. L’inchiesta è stata resa non facile dal fatto che gli spacciatori, per evitare di finire in galera e soprattutto di restarci, si spostavano solo con piccole dosi al seguito. Poi la caratteristica più sorprendente: «Anzichè associarsi, cooperavano fra loro – aveva spiegato Guglielmo Battisti, capo della Mobile – fornendosi anche una mutua assistenza. Se uno spacciatore non aveva momentaneamente a sua disposizione la droga la chiedeva ad un amico, se non riusciva a fare una consegna si appoggiava ad un altro pusher».(t.s.)

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