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Delitto di San Valentino, l’arrestato nega

Delitto di San Valentino, l’arrestato nega

Fabbrico, interrogatorio di garanzia per il secondo uomo accusato del delitto: «Non lo odiavo e non ho ucciso io il 20enne»

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FABBRICO. «Non avevo motivo di astio contro la vittima, non l’ho ucciso, quella sera dormivo». Ha negato su tutti i fronti Shamraiz Sadiq Naveed, 38 anni, accusato (insieme a Mustafa Ghulam, 48 anni) di omicidio aggravato premeditato in concorso, con l’aggravante dei futili motivi e della crudeltà, e occultamento del cadavere di Ahmed Waqas, 20 anni, anche lui pakistano.

In carcere a Parma, dove Naveed è detenuto dopo l’arresto avvenuto venerdì scorso, si è svolto l’interrogatorio di garanzia a carico del presunto assassino, alla presenza del pm Giacomo Forte, dell’avvocato difensore di Mantova e del Gip delegato dal magistrato Angela Baraldi. L’indagato si è dichiarato estraneo, ma la sua tesi difensiva è stata ritenuta non convincente e, visto il pericolo di fuga (secondo gli inquirenti, subito dopo il delitto il 38enne era rientrato in Pakistan, circostanza che l’interessato nega), rimane in carcere.

Durante l’interrogatorio, Naveed ha contestato anche il movente. Secondo l’accusa sarebbe una maldicenza: il connazionale ucciso avrebbe messo in dubbio la fedeltà della giovanissima e bellissima moglie di Naveed. Ma l’arrestato ha sostenuto di non avere rancore nei confronti del giovane pugnalato all’addome, sgozzato, denudato e seppellito nel terreno di via Cascina. L’indagato ha negato anche i frequenti contatti telefonici con la vittima: a suo dire, qualcun altro gli prendeva il cellulare.

La sera di San Valentino Naveed ha raccontato di aver visto Waqas salutare tutti, bagaglio in mano, in partenza per la fuga d’amore con la fidanzata segreta, della quale la stessa vittima era convinta. Secondo l’accusa era invece una messinscena dei due complici per umiliare il ventenne e attirarlo della trappola. Naveed ha affermato di non essersi mosso dalla casa dormitorio condivisa coi connazionali in via Matteotti e di essersi svegliato alle 5 per andare al lavoro.

L’accusa ha contestato a Naveed anche un’intercettazione telefonica, nella quale il 38enne manifestava preoccupazione per l’andamento delle indagini, prometteva di informarsi e temeva che i carabinieri arrivassero a lui. L’indagato ha affermato di non spiegarsi perché Ghulam lo chiami in correità. In effetti il teste chiave che ha portato gli inquirenti a Naveed è il primo arrestato Ghulam, sodale della vittima e “tramite” con la presunta fidanzata, nonché omosessuale respinto dal ventenne.

È Ghulam ad aver spiegato agli inquirenti che Waqas quella sera si nascose nel sottoscala, li aspettò convinto di partire, a mezzanotte fu portato vicino alla chiesa, dove venne ammazzato, e infine in via Cascina, da dove i due omicidi tornarono in via Matteotti alle 3. Naveed quindi avrebbe avuto il tempo di cambiarsi e andare al lavoro. Manca la prova che Naveed si trovasse in via Cascina perché la cella telefonica è la medesima di via Matteotti: un elemento sul quale la difesa potrà giocare durante il dibattimento.

Ambra Prati

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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