Lentigione alluvionata, col fiume sotto le scarpe e la rabbia che si fa lavoro
Viaggio nella frazione tra la gente, le case e i volontari una settimana dopo. Tutto è grigio-bruno. La traccia dell’Enza straripato è diventata solida
LENTIGIONE. Parto da dove non arriviamo. Cioè dall’edicola di Lentigione dove i giornali sigillati nell’argilla risecchita sono quelli di lunedì 11 dicembre. Quelli del giorno dopo non sono mai arrivati al di là della laguna grigia che circonda ancora la frazione di Brescello.
Dentro questo grande vaso, in questa enorme occhiaia nell’estremo lembo nordoccidentale della provincia di Reggio Emilia, ogni cosa è coperta da una patina grigia e bruna, tutto ha una stessa tinta. Le case dentro e fuori, i giardini, gli orti, le strade, anche gli uomini e le donne.
È il pallore della post inondazione. Il fiume Enza, con le sue tracce solide rubate alla montagna e alla pianura, ha lasciato un segno generale che gli stivali e le scarpe buone portano in giro come una firma, un fragmento di questo dramma liquido che s’è fatto solido.
Simone Sofo è un uomo robusto, barba e parola facile, tuta rossa. Gli altri, gli amici e i conoscenti di questa frazione di mille abitanti lo hanno promosso portavoce, sul campo. Meccanico industriale, ora disoccupato, insieme a una folla di volontari locali e provenienti da mezza Italia, sta ripulendo il paese. Dice che c’è bisogno di tutto e bisogna tenere forte, fortissimo il collante della comunità, perché qui niente e nessuno venga dimenticato.
Sofo parla davanti alla chiesa aperta, ripulita, asciugata.
Davanti al tavolo e al fornello che assicura al té una temperatura costante. Qui la gente si rifocilla, parla, riposa insieme ai badili e alle carriole. Luigi Parise mi chiede di prendere nota di quello che sta per affermare. «Vorrei lanciare un messaggio: i lentigionesi devono stare tutti uniti ora come non mai. Forza. Se aspettiamo lo Stato affoghiamo di più e non avremmo quindi nulla da perdere. Di conseguenza non molliano».
Parise domanda se ha esagerato e assicura che si prenderà tutte le responsabilità. Non ce n’è bisogno. Questa gente in strada o in casa alle prese con una montagna di roba da buttare sta esprimendo la rabbia con la calma, la tensione con un lavoro ininterrotto. Sofo aggiunge che bisognerà prima o poi capire perché nessuno ha dato l’allarme. Dino Arrighi aggiunge una storia ricorrente: «Un poco più a monte si sa che dentro l’Enza c’è un tappo, fatto di alberi e detriti. Nessuno ha mai liberato il fiume, ha fatto manutenzione. Così è venuto fuori”.
Arrighi ci prega di non scrivere che è stato “un errore umano”. Scandisce che è stato peggio di un errore e che a Casaltone, paese che sta a monte e sulla sponda parmense avrebbero dato l’allarme alle 3. Tutti via da casa prima che l’Enza tracimasse, due ore e mezza prima che ciò avvenisse, a Lentigione. Due rive, due pesi, due misure per un’unica emergenza.
Il gruppo di persone s’infittisce proprio dove c’era stato il vortice, martedì. Sì, vortice, non vertice. Cioè l’onda doppia che era arrivata percorrendo via Imperiale e via della Chiesa aggirando il paese da est, mentre l’affluente scorre a occidente. Quell’acqua era turbinosa, densa, era addirittura increspata dalle onde.
Il pavimento del negozio di generi alimentari di Simona Stocchi è coperto dalla segatura. Ogni espediente è buono per far asciugare ogni angolo di quest’angolo di pianura. La bottega è stata rimessa in ordine, quasi. Il bancofrigo è da buttare perché l’acqua con i suoi 25 centimetri d’altezza è penetrata nel motore, nell’impianto elettrico. «No, per Natale non ce la faremo a riaprire. Rimadiamo al chissà quando».
Questo era l’unico esercizio del genere dentro Lentigione e le foto scattate dopo l’inondazione narrano di gente che stava preparando la festa, la comunità, la consuetudine. Sul banco erano già pronte le latte dell’anguilla e del pesce marinato.
Ogni piccolo gesto ha un senso compiuto e formidabile. Come l’albero di Natale accanto al portale della chiesa della Santissima Annunziata che era caduto, stramazzato. Ora è in piedi, e ha un’aria di sfida. O come quell’altro albero natalizio montato sulla rotoballa che fa da spartitraffico. Sotto niente regali, ma un paio di anfibi inzaccherati. È un piccolo monumento, un pegno e una preghiera.
Acqua e poi fango. Stessa sorte distruttiva anche per i tre esercizi che la famiglia Campana gestisce ai numeri 3, 5 e 7 di via Stradone. Edicola, bar, tabaccheria, chiusi. Dentro permane l’atmosfera del combattimento di papà Angelo, della figlia Sandra e del genero Marco Saccani contro l’intrusione dell’Enza mezzo solido e mezzo liquido. Hanno cercato di mettere in salvo tutto, quasi tutto.
A fare la conta dei danni negli esercizi pubblici arriva Donatella Prampolini, presidente provinciale di Confcommercio, e vicepresidente nazionale della stessa organizzazione. Con lei un gruppo di collaboratori e tecnici con l’impegno di comporre un bilancio dei danni e delle necessità. La parola d’ordine è dolorosa, cupa, ma necessaria: toccate nulla, buttate via niente, perché sarà importante provare e contabilizzare la distruzione.
La Prampolini annuncia ad Angelo Campana e alla sua famiglia che il premio alla fedeltà associativa che si sono meritati, ma ancora non hanno ritirato, verrà assegnato a domicilio, a Lentigione. Se lo meritano. Angelo mostra una delle vetrine nuovissime, appena montate. Qui martedì 12 dicembre è successo di tutto. La perturbazione d’aria provocata dalle pale dell’elicottero che lì, sulla strada diventata fiume, portava in salvo le persone col verricello, ha mandato il vetro in frantumi.
Sulla porta del retro del bar resta una traccia della difesa disperata. Un tentativo residuale di resistenza che nessuno ancora rimuove: una serie di sacchi sulla soglia per fermare il fiume.
L’Enza qui sta dappertutto. L’argine spunta alla fine di quasi tutte le vie, come un serpente. Che in questa pianura ultrabassa divaga in non si sa quanti meandri, alla ricerca del Po. Se gli argini trapelano in fondo alle strade del centro della frazione, alla fine di via della Chiesa invece corre dritta la strada della Cisa, cioè l’attuale provinciale 62R. Laggiù c’è quell’altro disastro, quello che ha investito la zona industriale, coinvolto le imprese, la produzione e il lavoro.
E tutti lavorano per tornare alla normalità, tornare in azienda, tornare alla produzione, tornare al lavoro. Il fracasso delle ruspe che grattano gli asfalti sono una musica ottimistica. Non c’è cortile, parcheggio, strada di connessione dove non ci sia gente che lavora, mezzi in attività.
Nessuno aspetta nessuno. La certezza più solida e consolante e che tutti ci sono: vigili del fuoco, carabinieri, polizia, guardia di finanza, colonne mobili della protezione civile, i ragazzi della Brigata di Solidarietà Attiva che vengono da tutta Italia e si turnano, i tantissimi volontari che affiancano la gente di Lentigione.
Simone Sofo prega la Gazzetta di Reggio di dare un annuncio: «Stiamo costituendo il comitato cittadino Lentigione Allarme Piena, per la raccolta di materiale da destinare immediatamente all’asilo affinché sia attivato, e poi per alimenti e vestiario. Il numero di cellulare è questo: 348 8004710». È suo fratello Mattia che coordina il nucleo raccolta al Centro sociale in via Salvemini. Racconta che è appena andato a fare il giro del pranzo.
Vengono cucinati 20 chili di pasta al giorno per chi sta lavorando agli argini e sulle strade, e distribuiti 40 pasti a domicilio. Anche il fango se ne andrà.
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