Gazzetta di Reggio

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Alla scoperta di Palazzo Pratonieri

di Carlotta Curti
Alla scoperta di Palazzo Pratonieri

La nuova sede, Unicredit ha presentato alle autorità i capolavori dell’edificio storico. A gennaio l’inaugurazione ufficiale

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REGGIO EMILIA. Arazzi dipinti, fregi pittorici, bassorilievi in bronzo, tele che inneggiano alla fatica e ai frutti che da essa se ne traggono. Il ’500, l’800 e oggi. Non si tratta di un museo, ma di una filiale bancaria.

L’edificio storico in questione è il cinquecentesco Palazzo Pratonieri che ha accolto la nuova sede di Unicredit, in via Toschi 9. Ieri mattina la banca ha illustrato alle autorità cittadine l’esito dei lavori avviati un anno fa. In ogni angolo, fregio, colonna dell’edificio si respira aria di reggianità. Già nell’atrio saltano all’occhio i mezzibusti in bronzo di due esponenti letterari, nostri concittadini: Ludovico Ariosto e Matteo Maria Boiardo.

Entriamo dunque nella storia di questo palazzo, finalmente restituito ai reggiani, grazie al professor Massimo Mussini, docente di Storia dell’arte dell’Università di Parma, che ci guida all’interno dell’edificio per descriverne la bellezza artistica. La prima sala, detta “delle Vittorie”, è adornata lungo le pareti laterali da sculture di ispirazione michelangiolesca, opere dell’artista reggiano Enrico Prampolini. Ai quattro angoli i Telamoni simboleggiano allegoricamente la fatica che l’uomo deve sostenere per lavorare e risparmiare (non dimentichiamo che precedentemente vi era la sede della Cassa di Risparmio). Le Vittorie alate, da cui la sala prende il nome, rappresentano invece il successo che corona la vita parsimoniosa di chi fatica. Qui si incrociano la tradizione ottocentesca e l’arte di inizio ’900, la cosiddetta Art Nouveau o Liberty.

Se alziamo la testa, possiamo ammirare sul soffitto vetrato il motivo ripetuto dell’ape, simbolo di operosità. Si procede poi verso la “Sala della Piramide”, così denominata per via della piramide di vetro che la sovrasta, la quale è stata realizzata in occasione dei recenti lavori di restauro, donando nuova luce all’interno del salone. Il cornicione sorregge una volta a specchio decorata con un motivo ad esagoni ripetuti, quasi a voler formare un alveare, sempre a simboleggiare l’operosità. La sala è stata aggiunta negli anni ’30 e difatti domina l’Art déco, impreziosita da rimandi neoclassicisti tipici di fine ’800. Ed è proprio qui che don Umberto Tagliaferri, segretario del vescovo Massimo Camisasca, benedice la banca che «non è solo una banca, ma anche una scuola di educazione alla bellezza dove non può mancare la protezione di Dio».

Si accede al piano superiore grazie allo “Scalone d’onore”, marmoreo, in stile neorinascimentale, le cui decorazioni sono state realizzate su progetto di Cirillo Manicardi. Nei ripiani, sui basamenti delle pareti, vi sono in rilievo gli stemmi dei Pratonieri, a cui appartenne il Palazzo, e delle famiglie nobili con le quali furono in alleanza. Nella “Sala del Pubblico” l’iscrizione a caratteri epigrafici che percorre la fascia sottostante l’architrave, ispirata all’Orlando Furioso e composta da Naborre Campanini, recita: “Qvi nel nido natio di cvi si piacqve chiami il ricordo gli animi devoti ove il divino spirito a lvngo tacqve le liete fantasie compiano i voti”.

Ma il fiore all’occhiello della sala è senz’altro il fregio pittorico continuo collocato sotto il lucernario e composto da dodici tavole, opera di Manicardi, rappresentanti l’allegoria della pace, il lavoro nei campi nelle varie stagioni, la vita di paese, per terminare con l’immagine della ferrovia, simbolo del progresso e della modernità. Attorno al Manicardi, venne a costituirsi una vera e propria scuola di artigiani locali.

Con lui infatti il pittore Gaetano Chierici, l’intellettuale Naborre Campanini, l’architetto bolognese Edoardo Collamarini e infine Adolfo Venturi (celebre per aver istituito la prima cattedra di storia dell’arte, all’Università di Roma dove insegnava). Per tre anni i lavori si trascinarono fin quando la direzione del progetto fu affidata proprio al Collamarini e dopo altri tre anni il restauro fu completato. Pio Casoli fu l’artefice della ristrutturazione della parte esterna (che è quella attuale), a metà tra il medievale e il rinascimentale.

Al termine della presentazione il professor Mussini esprime un parere a proposito dei lavori di restauro: «L’edificio rischiava di degradarsi. L’ultima volta che sono stato qui è stato 10 anni fa e appena entrato non ho potuto che meravigliarmi dell’eccezionale lavoro svolto dai progettisti. Meraviglioso».

L’ingegner Giuseppe De Marco, project manager dell’intervento di ristrutturazione, ha sottolineato la difficoltà di realizzare opere complesse in un centro storico: non si poteva infatti accedere con mezzi pesanti, quali le gru, e bisognava ridurre l’invasività a livello acustico per coloro che vivono nel centro storico. Nonostante ciò si è riusciti a rispettare la data di fine cantiere.

Al termine della visita, Antonella Silingardi, Area Manager di Reggio Emilia, rivela: «Faremo un’inaugurazione per i reggiani intorno al 20 Gennaio e metteremo a disposizione il nostro locale per mostre di quadri. Inoltre entreremo nell’ambito delle giornate FAI in primavera».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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