«Reggio, puoi scrivere una pagina nuova»
Intervista natalizia della Gazzetta al vescovo di Reggio Emilia, monsignor Massimo Camisasca. L’augurio ai reggiani: «Siate voi stessi, aprendovi alla scoperta degli altri»
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Monsignore, incomincio dalla cronaca, ma letteraria. Recentemente ha presentato il suo ultimo libro, “Le dieci parole di Tullio”, ovvero i dieci comandamenti raccontati da un bambino. Significa che bisogna ricominciare dall’infanzia per educare ai valori del cristianesimo?
«Gesù ha detto che per entrare nel regno di Dio occorre ritornare bambini. Mi sono chiesto un’infinità di volte cosa volesse dire questa frase. Penso che la spiegazione stia in ciò che Gesù ha rivelato nell’incontro con Nicodemo: Occorre rinascere. Non quindi regredire in un’infanzia impossibile, ma piuttosto aprire il nostro cuore e la nostra mente alla semplicità del bambino, che è tutto attento a ciò che sta accadendo, sa meravigliarsi degli avvenimenti, riesce a vedere l’infinito dentro le cose finite».
Al riguardo anche il titolo scelto per la sezione dedicata alla Via Emilia, ospitata al Museo Diocesano, sembra sancire l’esigenza di una nuova evangelizzazione: Ego sum Via. È vero?
«Cosa significa evangelizzazione? Significa rivelare con le nostre parole e la nostra vita che Gesù è presente: proprio lui che è morto, è resuscitato per opera dello Spirito donatogli dal Padre ed è qui in mezzo a noi.
Ogni tempo della storia, dunque, ha bisogno di una nuova evangelizzazione. Non possiamo accontentarci di ciò che abbiamo scoperto e capito. Occorre che Gesù risponda alle nostre domande di oggi e riveli al nostro cuore smarrito la bellezza affascinante e luminosa della sua proposta».
Qual è, oggi, in questo mondo, anche a Reggio Emilia, il comandamento maggiormente trasgredito?
«Penso che in ogni epoca e in ogni luogo, purtroppo, tutti i comandamenti vengano trasgrediti. L’origine del peccato sta, poco o tanto, nel ritenersi Dio. Perciò il primo comandamento è il più importante di tutti: Io sono il Signore, non avrai un altro Dio. Il peccato è idolatria: adoriamo una qualche creatura al posto del creatore».
Speranza, certamente. Ma la qualità delle relazioni umane tocca punti di imbarbarimento straordinari e il pessimismo ed il rancore aumentano. Che cosa ci potrà guarire?
«Effettivamente molti aspetti della vita odierna fanno pensare a un’epoca di barbarie. Penso soprattutto all’ipocrisia e alla menzogna che dominano il mondo della comunicazione, alla violenza di tanti rapporti sociali. La guarigione può venire soltanto dall’esterno di noi. Non siamo capaci di guarirci. Soltanto Gesù, da noi supplicato, può tornare a dire: “Sii guarito!”. Penso naturalmente alla guarigione dei cuori, perché quella dei corpi è sempre provvisoria. La guarigione dei cuori è più importante, perché segna l’inizio di una strada di gioia che non finirà mai».
È stato a Lentigione tra la gente che ha subito l’inondazione. Per quei reggiani non sarà un Natale sereno.
«In questo momento di festeggiamenti e ritrovi familiari, il mio pensiero va anche a tutti coloro che sono stati recentemente colpiti dalla piena del fiume Enza. La maggior parte delle persone sono potute rientrare nelle loro case, ma il territorio, tante imprese e le abitazioni mantengono ancora vive le ferite di questo dramma. A Natale Gesù rinasce nuovamente. Questo bambino ci infonde la speranza che non c’è distruzione dalla quale non si possa risorgere. Sarò perciò vicino a tutti coloro che nella nostra Bassa soffrono e sperano, affinché la benedizione del Signore li aiuti».
Festeggia i cinque anni di episcopato. Che cosa ha visto scorrere in questo tempo dalle sue finestre di piazza Prampolini, dal Po all’Appennino?
«La fede del popolo, la fedeltà di tanti preti e diaconi, di tanti consacrati e consacrate, la vita bellissima e generosa di tante famiglie, la dedizione nella carità di tanti uomini e donne, la bellezza della natura, la gioia del ritrovarsi, ma anche, purtroppo, tanti giovani disorientati, tanti adulti assenti, tanta mancanza di rispetto del corpo, ma poi ancora positivamente tanta dedizione nel lavoro… Insomma, penso che a Reggio ci siano tutti gli ingredienti necessari per scrivere una pagina nuova. L’importante è intraprendere la direzione giusta, che è sempre quella indicata da Gesù: amore di Dio e amore del prossimo».
Che cosa le ha dato Reggio? E lei che cosa ha dato a Reggio?
«Reggio mi ha dato la conoscenza di tante esperienze di vita, di tanti volti che ora sento come amici carissimi. Mi ha fatto conoscere un popolo laborioso e tenace. Mi ha regalato anche tanti impegni, notti insonni, ma assieme persone che sono entrate nella mia vita per sempre.
A Reggio ho dato le mie povere energie e le mie piccole doti, penso senza risparmiarmi, ricevendo tante volte di più».
L’obiettivo dei prossimi anni?
«Consolidare il lavoro già svolto: nel rapporto con i preti e i diaconi, nell’educazione delle famiglie e dei giovani, nella collaborazione con le autorità, nel cercare di fare maturare tutto ciò che di positivo vedo nella nostra Chiesa».
Un augurio ai reggiani, ma fuori dagli schemi…
«Siate voi stessi, aprendovi alla scoperta degli altri».
Stefano Scansani
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Gesù ha detto che per entrare nel regno di Dio occorre ritornare bambini. Mi sono chiesto un’infinità di volte cosa volesse dire questa frase. Penso che la spiegazione stia in ciò che Gesù ha rivelato nell’incontro con Nicodemo: Occorre rinascere. Non quindi regredire in un’infanzia impossibile, ma piuttosto aprire il nostro cuore e la nostra mente alla semplicità del bambino, che è tutto attento a ciò che sta accadendo, sa meravigliarsi degli avvenimenti, riesce a vedere l’infinito dentro le cose finite».
Al riguardo anche il titolo scelto per la sezione dedicata alla Via Emilia, ospitata al Museo Diocesano, sembra sancire l’esigenza di una nuova evangelizzazione: Ego sum Via. È vero?
«Cosa significa evangelizzazione? Significa rivelare con le nostre parole e la nostra vita che Gesù è presente: proprio lui che è morto, è resuscitato per opera dello Spirito donatogli dal Padre ed è qui in mezzo a noi.
Ogni tempo della storia, dunque, ha bisogno di una nuova evangelizzazione. Non possiamo accontentarci di ciò che abbiamo scoperto e capito. Occorre che Gesù risponda alle nostre domande di oggi e riveli al nostro cuore smarrito la bellezza affascinante e luminosa della sua proposta».
Qual è, oggi, in questo mondo, anche a Reggio Emilia, il comandamento maggiormente trasgredito?
«Penso che in ogni epoca e in ogni luogo, purtroppo, tutti i comandamenti vengano trasgrediti. L’origine del peccato sta, poco o tanto, nel ritenersi Dio. Perciò il primo comandamento è il più importante di tutti: Io sono il Signore, non avrai un altro Dio. Il peccato è idolatria: adoriamo una qualche creatura al posto del creatore».
Speranza, certamente. Ma la qualità delle relazioni umane tocca punti di imbarbarimento straordinari e il pessimismo ed il rancore aumentano. Che cosa ci potrà guarire?
«Effettivamente molti aspetti della vita odierna fanno pensare a un’epoca di barbarie. Penso soprattutto all’ipocrisia e alla menzogna che dominano il mondo della comunicazione, alla violenza di tanti rapporti sociali. La guarigione può venire soltanto dall’esterno di noi. Non siamo capaci di guarirci. Soltanto Gesù, da noi supplicato, può tornare a dire: “Sii guarito!”. Penso naturalmente alla guarigione dei cuori, perché quella dei corpi è sempre provvisoria. La guarigione dei cuori è più importante, perché segna l’inizio di una strada di gioia che non finirà mai».
È stato a Lentigione tra la gente che ha subito l’inondazione. Per quei reggiani non sarà un Natale sereno.
«In questo momento di festeggiamenti e ritrovi familiari, il mio pensiero va anche a tutti coloro che sono stati recentemente colpiti dalla piena del fiume Enza. La maggior parte delle persone sono potute rientrare nelle loro case, ma il territorio, tante imprese e le abitazioni mantengono ancora vive le ferite di questo dramma. A Natale Gesù rinasce nuovamente. Questo bambino ci infonde la speranza che non c’è distruzione dalla quale non si possa risorgere. Sarò perciò vicino a tutti coloro che nella nostra Bassa soffrono e sperano, affinché la benedizione del Signore li aiuti».
Festeggia i cinque anni di episcopato. Che cosa ha visto scorrere in questo tempo dalle sue finestre di piazza Prampolini, dal Po all’Appennino?
«La fede del popolo, la fedeltà di tanti preti e diaconi, di tanti consacrati e consacrate, la vita bellissima e generosa di tante famiglie, la dedizione nella carità di tanti uomini e donne, la bellezza della natura, la gioia del ritrovarsi, ma anche, purtroppo, tanti giovani disorientati, tanti adulti assenti, tanta mancanza di rispetto del corpo, ma poi ancora positivamente tanta dedizione nel lavoro… Insomma, penso che a Reggio ci siano tutti gli ingredienti necessari per scrivere una pagina nuova. L’importante è intraprendere la direzione giusta, che è sempre quella indicata da Gesù: amore di Dio e amore del prossimo».
Che cosa le ha dato Reggio? E lei che cosa ha dato a Reggio?
«Reggio mi ha dato la conoscenza di tante esperienze di vita, di tanti volti che ora sento come amici carissimi. Mi ha fatto conoscere un popolo laborioso e tenace. Mi ha regalato anche tanti impegni, notti insonni, ma assieme persone che sono entrate nella mia vita per sempre.
A Reggio ho dato le mie povere energie e le mie piccole doti, penso senza risparmiarmi, ricevendo tante volte di più».
L’obiettivo dei prossimi anni?
«Consolidare il lavoro già svolto: nel rapporto con i preti e i diaconi, nell’educazione delle famiglie e dei giovani, nella collaborazione con le autorità, nel cercare di fare maturare tutto ciò che di positivo vedo nella nostra Chiesa».
Un augurio ai reggiani, ma fuori dagli schemi…
«Siate voi stessi, aprendovi alla scoperta degli altri».
Stefano Scansani
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