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Montecchio, la storia di Osvaldo: il centenario sopravvissuto a due lager

di Alessandro Zelioli
Montecchio, la storia di Osvaldo: il centenario sopravvissuto a due lager

Osvaldo Colli è uno dei pochi testimoni viventi delle atrocità naziste. Nel 1943 fu fatto prigioniero nei campi di sterminio e liberato dopo 592 giorni

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MONTECCHIO. Il 19 settembre scorso un montecchiese ha compiuto cent’anni. Figlio di contadini, Osvaldo Colli è nato nella piccola località di Maglio nell’ormai lontano 1917 e la sua storia è di quelle che andrebbero tramandate alle generazioni future. Cresciuto in campagna, Colli – il cui soprannome della famiglia era Cadòppi – nel 1937 viene chiamato a svolgere il servizio militare nel 3° reggimento Carristi, divisione Ariete di stanza a Bologna.

Da lì, viene trasferito al distaccamento di Modena, dove diventa istruttore di scuola guida per carri armati, arrivando al grado di caporal maggiore istruttore, con incarichi anche a Parma e Piacenza. Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 viene catturato a Modena e dopo qualche giorno passato nel campo di smistamento di Fossoli, spedito nel campo di concentramento di Sachsenausen nei pressi di Berlino: il più grande di tutti i lager tedeschi, tanto da rendere necessaria una suddivisione in 45 sottocampi.

Osvaldo Colli fu internato nello stalag III – C di Alt Drewitz (situato a 80 km a est di Berlino), precisamente nel campo 51. Gli viene attribuito il numero di matricola 46749 e da allora non sarà più chiamato per nome ma solo con quel numero distintivo. Essendo quello un campo di lavoro, lavora come bracciante in quel luogo dove, pur in regime di censura, riesce a mantenere scambi epistolari coi familiari nei sei mesi di permanenza. Il 10 aprile 1944, viene trasferito nel campo di concentramento stalag III – D posto nella zona a nord di Berlino, snodo 293.

E lì incontra prigionieri di etnie ed estrazione sociale differenti e conosce anche campi di sterminio, camere a gas, forni crematori, campi di prigionia per semplici prigionieri e campi di lavoro destinati alla produzione bellica. Le lettere e le cartoline di risposta conservate dai familiari, Colli descrive la sua vita di prigioniero di guerra: dice di trovarsi bene con gli altri internati, di essere trattato abbastanza bene e impegnato nel lavoro. La censura, vieta di comunicare la realtà dei fatti e gli internati sono costretti a comunicare un benessere effimero, pena ritorsioni.

Il 23 aprile 1945, giorno della liberazione, le armate russe entrano nel suo campo e, finalmente, dopo 592 giorni la prigionia si interrompe. Colli, dopo aver visto morire molti amici, rientra, magrissimo, a casa e la madre non lo riconosce. Rimane sotto le armi altri otto anni quando decide di tornare a fare il contadino. Nel 1953 si sposa con Teresa Prandi e dal loro matrimonio nascono Silvana e Luisa. La famiglia Colli rimane al maglio per qualche anno, finchè non si trasferisce a Oriano, (frazione di Sesto Calende) e successivamente a Somma Lombardo, entrambe in Provincia di Varese, dove diventa custode di Villa Dolci, residenza signorile nella quale Osvaldo rimase impiegato fino alla pensione.

Anche se ormai centenario, la fibra robusta di Colli gli ha consentito di arrivare a questa età in buona salute, nonostante la terribile esperienza della prigionia e del campo di concentramento non siano mai state dimenticate.

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