«Così nasce la nuova Reggio»
di STEFANO SCANSANI
Per Vecchi i risultati 2017 hanno indirizzato la città sulla strada giusta: «e non è una slide»
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Sindaco, quale sarà la prima azione concreta nel 2018?
«La prima cosa del 2018 saranno le celebrazioni del 7 gennaio. Accoglieremo a Reggio il presidente Gentiloni e questa presenza testimonia il rilievo che le massime autorità dello Stato portano per questa festa e per la nostra città. Annunceremo l’avvio di un progetto che nel 2018 vedrà coinvolte le scuole sui 70 anni della Costituzione. Agli studenti reggiani manderemo copia della Carta fondamentale ma anche il testo di quale abominio furono le leggi razziali. Perché ciò che siamo oggi è il frutto di ciò che siamo stati e la nostra città, la città del Tricolore, è soprattutto Medaglia d’oro della Resistenza e terra di autorevoli costituenti».
Quale sarà l’opera o la decisione che segnerà l’anno nuovo?
«Negli ultimi mesi del 2017 diversi risultati hanno indirizzato la città sulla giusta strada. L’economia locale ha preso un ritmo che non si registrava da anni. Abbiamo messo ai blocchi di partenza due grandi progetti, il Parco Innovazione e l’Arena eventi. Non avevamo mai avuto quattro mostre in contemporanea, apprezzate da migliaia di visitatori. Abbiamo accompagnato Reggiochildren in Australia e in Cina, a testimonianza della proiezione internazionale ormai fortissima della nostra città. Il balzo di dieci posizioni nelle classifiche della qualità della vita è lì a dimostrare che dopo anni impegnativi nel pieno della crisi, Reggio è di nuovo in cammino, affronta la quotidianità ma non smette di pensare ad una progettualità per il futuro. Il 2018 sarà un anno decisivo del nostro lavoro. Andrà in appalto la più grande opera pubblica del dopoguerra, quella Tangenziale Nord destinata a risolvere l’anello mancante della tangenziale. Ma sarà anche l’anno in cui andrà a gara il Mire, altro passaggio storico della trasformazione che in questi anni ha visto protagonista la sanità. Vareremo un piano straordinario di manutenzioni strade e parchi di 3 milioni di euro, ma sopratutto sarà un anno decisivo per il centro storico. Riconsegneremo i “nuovi” Chiostri di San Pietro, partiranno i lavori di Piazza San Prospero, Piazza Gioberti e Piazza del Cristo. Così come la riqualificazione di Palazzo dei Musei e della Biblioteca Panizzi. 20 cantieri partiranno per la riqualificazione delle facciate grazie ai nostri incentivi».
Rivitalizzazione è la parola d’ordine...
«In queste festività il centro era di nuovo vivo come non accadeva da tempo. Voglio ringraziare i commercianti dell’Isolato San Rocco, che dopo anni di fatica hanno cambiato il volto di quella parte di città. Lì come in altri luoghi del centro c’è la sintesi di quella reggianità che nella collaborazione tra pubblico e privato sa generare passi avanti e innovazione».
Chi critica la giunta fa riferimento a una sorta di grandeur, a una perpetua cementificazione. Che risponde?
«Ma quale cementificazione d’Egitto. Chi critica, per essere credibile, dovrebbe provare a stare al merito. Vede, ci sono cose che non sono né di destra né di sinistra, vanno affrontate perché sono problemi della città. Abbiamo cancellato 200 ettari di terreno edificabile, 40.000metri quadrati di superfici commerciali. Non c’è mai stata una variante in riduzione così potente. Sfido chiunque a trovare in Italia una amministrazione che abbia fatto tanto. Dall’inizio del mio mandato abbiamo approvato zero nuovi piani particolareggiati residenziali. Zero. Siamo l’amministrazione che ha dato concretezza al concetto di rigenerazione urbana, riuso, tutela del suolo agricolo. Dalle aree industriali riqualificate, Mancasale e Villaggio Crostolo, dal recupero delle facciate in centro storico al grande progetto del riuso a Santa Croce. C’è oggettivamente una svolta nell’approccio a territorio e beni comuni. Poi se i critici hanno qualche altra idea e non solo una sterile polemica fine a se stessa noi siamo sempre in ascolto».
Ecco, i critici la accusano di non consultare la gente nell’assumere decisioni determinanti, tipo l’Arena al Campovolo.
«Questa città discute dell’ipotesi arena a partire almeno dal concerto degli U2 di 20 anni fa. Per anni si è discusso. A inizio mandato su questo progetto ero prudente. Sapevo delle difficoltà che per vent’anni avevano frenato il progetto. Ma vorrei ricordare che non è un progetto uscito dal cilindro tre mesi fa. Era nel programma. Ai critici porto rispetto, e capisco che sia fisiologico che qualcuno lo sia, ma sono fiducioso che un po’ alla volta spiegheremo e daremo tutta la tranquillità necessaria sia sulla viabilità sia sul rumore.
Ma di fronte alla tentazione di dire sempre di no noi ci siamo assunti la responsabilità di dire sì e di accompagnare un progetto sul futuro alla città che aumenterà la nostra attrattività, che renderà Reggio centrale nel campo della musica, che a nord della via Emilia vedrà nascere di fianco all’arena un grande parco urbano. Sarà la più grande arena d’Europa, una sorta di Mediopadana della musica e non so dire quanti giovani in questi mesi mi hanno ringraziato».
E le Reggiane? Non le pare un’utopia, un’astrazione... Se non sbaglio la rigenerazione urbana è un suo motto.
«Intanto non ho mai vissuto negativamente che nella vita si possa coltivare qualche utopia... Ciò detto quello non è una slide: è un cantiere in fase realizzativa frutto di un investimento pubblico-privato da 50 milioni di euro di cui 18 consolidati poco prima di Natale. È la più grande operazione di riqualificazione che sia mai stata compiuta in città, ma è sopratutto un progetto simbolo di una città indirizzata verso l’economia dell’innovazione e della conoscenza, in un luogo che tocca le corde e l’identità di migliaia di famiglie reggiane. Il Parco Innovazione sta attraendo imprese da fuori, dalla meccanica avanzata sino all’impresa culturale di produzione cinematografica come Palomar. Ma non è solo una riqualificazione: è sopratutto un grande progetto culturale, perché interroga il filo che lega la storia della città al suo futuro. Lì non è utopia sostenere che una nuova idea di città sta nascendo e nel 2018, quando riconsegneremo alla città i primi capannoni riqualificati, migliaia di reggiani apprezzeranno il cambiamento, ma anche il senso profondo dell’operazione, legatissima alla nostra storia».
La nuova raccolta rifiuti è prossima. Teme ripercussioni sul consenso?
«Secondo me del consenso dovrebbero preoccuparsi le amministrazioni con i rifiuti in strada, chi predica la società dei rifiuti zero e poi chiede alla nostra regione di bruciarli nell'inceneritore di Parma.
Noi abbiamo esteso nel 2017 il porta porta a 100.000 reggiani. I dati degli ultimi mesi dicono 70% di raccolta differenziata. Mi faccia dire grazie ai tanti reggiani che hanno partecipato alle assemblee informative, ai moltissimi che collaborando hanno capito e insieme a noi ci hanno portato fin qui. A Iren per lo sforzo enorme. Solo una città con alto livello di civiltà può fare il 70% di differenziata. E il tema dei rifiuti è uno di quei test che misurano il funzionamento di una città, perché tiene insieme la lungimiranza dei suoi amministratori unitamente al grado di civismo dei suoi cittadini».
L’anno si chiude. Che cosa è andato bene, che cosa è andato male?
«È stato un anno molto intenso. Abbiamo iniziato con il presidente Mattarella ma è stato anche l’anno di altri momenti emozionanti. L’arrivo del Giro d’Italia, il Gay Pride, l’approdo di Fotografia Europea a sede degli Stati Generali della Fotografia italiana. Oltre ai progetti di cui abbiamo parlato ci sono alcune cose di grande rilevanza accadute quest’anno. La risposta di partecipazione dei cittadini nei quartieri, culminata tra l’altro con il riconoscimento a Bruxelles per i cittadini di Coviolo. Il Patto per educazione che ci ha portato ad aprire definitivamente tutte le nostre scuole al pomeriggio. E, non ultimo per importanza, l’aver gestito una fase molto delicata del sistema culturale reggiano che ha portato al cambio dei vertici dei Teatri, della Danza, del Peri e di Palazzo Magnani ponendo le basi di un nuovo e prestigioso ciclo della cultura in città.
Cosa non è andato? A volte avremmo bisogno di meno burocrazia per dare corso più velocemente alle istanze dei cittadini, ma ahimè questa è l’Italia».
Per quel che riguarda la sicurezza, non si parla più del comando della polizia urbana in zona stazione. Perché?
«La sicurezza dei cittadini non è una cosa tra le tante. È la priorità, lo è ogni giorno anche in quei quartieri, come in zona stazione, dove se parli un linguaggio di verità non puoi promettere le favole perché la situazione non lo consente, devi prendere un impegno: quello della fatica di un lavoro quotidiano che solo nel tempo darà i suoi frutti. Sul tema sicurezza però due cose le vorrei dire. La prima è la collaborazione che si è instaurata grazie alla Prefettura con tutte le forze di polizia. La seconda è l’esito positivo dell’esperienza dei controlli di comunità che, là dove avviata, ha stimolato partecipazione dei cittadini e calo della criminalità.
In diverse zone assistiamo a miglioramenti. Ho fatto visita ai commercianti di San Pietro dopo l'installazione delle telecamere constatando assieme a loro che siamo sulla strada giusta; ho incontrato alcuni rappresentanti del comitato di via Veneri dove insieme a loro da tre anni stiamo facendo un lavoro importante. In stazione nelle prossime settimane presenteremo il piano dei prossimi diciotto mesi. Quanto alla sede del comando, abbiamo quasi ultimato analisi istruttoria tecnica dei possibili siti. Ma la sede della municipale confermo diventerà un presidio pubblico fondamentale di quel quartiere. Nel frattempo sta decollando l’esperienza Binario 49, un incubatore di economia solidale in via Turri, mentre ridisegneremo assieme ai cittadini il parco delle Paulonie».
Il 2018 è l’anno dell’incognita delle elezioni politiche, e dello sprint verso le comunali. Cosa la turba di più?
«Non sono turbato. Le corse si affrontano con determinazione, credendoci, senza paure, parola di mezzofondista...
Ora ci sono le politiche, poi discuteremo in modo aperto di come rendere partecipe la città di un progetto che guardi alla Reggio del 2030 con sfide che già sono impostate e altre che andranno raccolte».
È sicuro che tra i vari scissionismi e Liberi e Uguali la giunta reggiana arriverà al capolinea naturale?
«Capisco la politica e vedo tutta la difficoltà della sinistra italiana nel presentarsi divisa alle elezioni 2018. Ma penso anche due cose. La prima, a Reggio ci ha guidato e guiderà fino in fondo un programma e un patto con gli elettori. La seconda, queste due comunità prima o poi dovranno ricominciare un cammino per incontrarsi perché al fondo ci sono comuni valori. Quando arriverà quel momento Reggio sarà stata una delle principali città italiane in cui la collaborazione non è mai venuta meno. Ecco, a quel punto tutto sarà più semplice e il ruolo della città ancora più centrale».
Le feste invecchiano. Quella del Tricolore vogliamo rilanciarla o no? E come?
«Le feste possono anche invecchiare ma certi simboli e valori restano moderni. Siamo l’unica città italiana che continua a celebrare e a lavorare tutto l'anno sul Tricolore. Nel 2017 arrivò il presidente Mattarella, abbiamo inaugurato un nuovo museo che ha visto visitatori in crescita da tutta Italia. Il 7 sarà a Reggio il premier Gentiloni. Possiamo discutere di come migliorare e cambiare e abbiamo certo diverse idee. Ma siamo ogni giorno la Città del Tricolore non solo il 7 gennaio; lo siamo in Italia lo siamo nel mondo. Sono stato all’estero in questi anni in rappresentanza della città e ovunque ho constatato la grande riconoscibilità di Reggio proprio in relazione alla bandiera».
Un suo augurio per i cittadini?
«L’augurio sincero è che sia un buon 2018 per tutti i reggiani soprattutto per chi è in difficoltà. L’auspicio e che questa comunità continui a custodire e praticare i propri valori. Ciò che l'ha resa una terra di grande civiltà di grande convivenza e di autentica espressione del miglior spirito di cittadinanza.
Reggio ha alle spalle dieci anni estremamente impegnativi dove non ha mai smarrito il proprio senso di comunità e una straordinaria capacità di fare insieme. A volte siamo presi, in buona fede, dalla propensione al lamento e dalla difficoltà a riconoscere meriti ed eccellenze, come tutto fosse scontato. Da fuori ci vedono diversamente, ci leggono per ciò che siamo, un popolo che tra tante fatiche non hai mai smesso di fare passi avanti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«La prima cosa del 2018 saranno le celebrazioni del 7 gennaio. Accoglieremo a Reggio il presidente Gentiloni e questa presenza testimonia il rilievo che le massime autorità dello Stato portano per questa festa e per la nostra città. Annunceremo l’avvio di un progetto che nel 2018 vedrà coinvolte le scuole sui 70 anni della Costituzione. Agli studenti reggiani manderemo copia della Carta fondamentale ma anche il testo di quale abominio furono le leggi razziali. Perché ciò che siamo oggi è il frutto di ciò che siamo stati e la nostra città, la città del Tricolore, è soprattutto Medaglia d’oro della Resistenza e terra di autorevoli costituenti».
Quale sarà l’opera o la decisione che segnerà l’anno nuovo?
«Negli ultimi mesi del 2017 diversi risultati hanno indirizzato la città sulla giusta strada. L’economia locale ha preso un ritmo che non si registrava da anni. Abbiamo messo ai blocchi di partenza due grandi progetti, il Parco Innovazione e l’Arena eventi. Non avevamo mai avuto quattro mostre in contemporanea, apprezzate da migliaia di visitatori. Abbiamo accompagnato Reggiochildren in Australia e in Cina, a testimonianza della proiezione internazionale ormai fortissima della nostra città. Il balzo di dieci posizioni nelle classifiche della qualità della vita è lì a dimostrare che dopo anni impegnativi nel pieno della crisi, Reggio è di nuovo in cammino, affronta la quotidianità ma non smette di pensare ad una progettualità per il futuro. Il 2018 sarà un anno decisivo del nostro lavoro. Andrà in appalto la più grande opera pubblica del dopoguerra, quella Tangenziale Nord destinata a risolvere l’anello mancante della tangenziale. Ma sarà anche l’anno in cui andrà a gara il Mire, altro passaggio storico della trasformazione che in questi anni ha visto protagonista la sanità. Vareremo un piano straordinario di manutenzioni strade e parchi di 3 milioni di euro, ma sopratutto sarà un anno decisivo per il centro storico. Riconsegneremo i “nuovi” Chiostri di San Pietro, partiranno i lavori di Piazza San Prospero, Piazza Gioberti e Piazza del Cristo. Così come la riqualificazione di Palazzo dei Musei e della Biblioteca Panizzi. 20 cantieri partiranno per la riqualificazione delle facciate grazie ai nostri incentivi».
Rivitalizzazione è la parola d’ordine...
«In queste festività il centro era di nuovo vivo come non accadeva da tempo. Voglio ringraziare i commercianti dell’Isolato San Rocco, che dopo anni di fatica hanno cambiato il volto di quella parte di città. Lì come in altri luoghi del centro c’è la sintesi di quella reggianità che nella collaborazione tra pubblico e privato sa generare passi avanti e innovazione».
Chi critica la giunta fa riferimento a una sorta di grandeur, a una perpetua cementificazione. Che risponde?
«Ma quale cementificazione d’Egitto. Chi critica, per essere credibile, dovrebbe provare a stare al merito. Vede, ci sono cose che non sono né di destra né di sinistra, vanno affrontate perché sono problemi della città. Abbiamo cancellato 200 ettari di terreno edificabile, 40.000metri quadrati di superfici commerciali. Non c’è mai stata una variante in riduzione così potente. Sfido chiunque a trovare in Italia una amministrazione che abbia fatto tanto. Dall’inizio del mio mandato abbiamo approvato zero nuovi piani particolareggiati residenziali. Zero. Siamo l’amministrazione che ha dato concretezza al concetto di rigenerazione urbana, riuso, tutela del suolo agricolo. Dalle aree industriali riqualificate, Mancasale e Villaggio Crostolo, dal recupero delle facciate in centro storico al grande progetto del riuso a Santa Croce. C’è oggettivamente una svolta nell’approccio a territorio e beni comuni. Poi se i critici hanno qualche altra idea e non solo una sterile polemica fine a se stessa noi siamo sempre in ascolto».
Ecco, i critici la accusano di non consultare la gente nell’assumere decisioni determinanti, tipo l’Arena al Campovolo.
«Questa città discute dell’ipotesi arena a partire almeno dal concerto degli U2 di 20 anni fa. Per anni si è discusso. A inizio mandato su questo progetto ero prudente. Sapevo delle difficoltà che per vent’anni avevano frenato il progetto. Ma vorrei ricordare che non è un progetto uscito dal cilindro tre mesi fa. Era nel programma. Ai critici porto rispetto, e capisco che sia fisiologico che qualcuno lo sia, ma sono fiducioso che un po’ alla volta spiegheremo e daremo tutta la tranquillità necessaria sia sulla viabilità sia sul rumore.
Ma di fronte alla tentazione di dire sempre di no noi ci siamo assunti la responsabilità di dire sì e di accompagnare un progetto sul futuro alla città che aumenterà la nostra attrattività, che renderà Reggio centrale nel campo della musica, che a nord della via Emilia vedrà nascere di fianco all’arena un grande parco urbano. Sarà la più grande arena d’Europa, una sorta di Mediopadana della musica e non so dire quanti giovani in questi mesi mi hanno ringraziato».
E le Reggiane? Non le pare un’utopia, un’astrazione... Se non sbaglio la rigenerazione urbana è un suo motto.
«Intanto non ho mai vissuto negativamente che nella vita si possa coltivare qualche utopia... Ciò detto quello non è una slide: è un cantiere in fase realizzativa frutto di un investimento pubblico-privato da 50 milioni di euro di cui 18 consolidati poco prima di Natale. È la più grande operazione di riqualificazione che sia mai stata compiuta in città, ma è sopratutto un progetto simbolo di una città indirizzata verso l’economia dell’innovazione e della conoscenza, in un luogo che tocca le corde e l’identità di migliaia di famiglie reggiane. Il Parco Innovazione sta attraendo imprese da fuori, dalla meccanica avanzata sino all’impresa culturale di produzione cinematografica come Palomar. Ma non è solo una riqualificazione: è sopratutto un grande progetto culturale, perché interroga il filo che lega la storia della città al suo futuro. Lì non è utopia sostenere che una nuova idea di città sta nascendo e nel 2018, quando riconsegneremo alla città i primi capannoni riqualificati, migliaia di reggiani apprezzeranno il cambiamento, ma anche il senso profondo dell’operazione, legatissima alla nostra storia».
La nuova raccolta rifiuti è prossima. Teme ripercussioni sul consenso?
«Secondo me del consenso dovrebbero preoccuparsi le amministrazioni con i rifiuti in strada, chi predica la società dei rifiuti zero e poi chiede alla nostra regione di bruciarli nell'inceneritore di Parma.
Noi abbiamo esteso nel 2017 il porta porta a 100.000 reggiani. I dati degli ultimi mesi dicono 70% di raccolta differenziata. Mi faccia dire grazie ai tanti reggiani che hanno partecipato alle assemblee informative, ai moltissimi che collaborando hanno capito e insieme a noi ci hanno portato fin qui. A Iren per lo sforzo enorme. Solo una città con alto livello di civiltà può fare il 70% di differenziata. E il tema dei rifiuti è uno di quei test che misurano il funzionamento di una città, perché tiene insieme la lungimiranza dei suoi amministratori unitamente al grado di civismo dei suoi cittadini».
L’anno si chiude. Che cosa è andato bene, che cosa è andato male?
«È stato un anno molto intenso. Abbiamo iniziato con il presidente Mattarella ma è stato anche l’anno di altri momenti emozionanti. L’arrivo del Giro d’Italia, il Gay Pride, l’approdo di Fotografia Europea a sede degli Stati Generali della Fotografia italiana. Oltre ai progetti di cui abbiamo parlato ci sono alcune cose di grande rilevanza accadute quest’anno. La risposta di partecipazione dei cittadini nei quartieri, culminata tra l’altro con il riconoscimento a Bruxelles per i cittadini di Coviolo. Il Patto per educazione che ci ha portato ad aprire definitivamente tutte le nostre scuole al pomeriggio. E, non ultimo per importanza, l’aver gestito una fase molto delicata del sistema culturale reggiano che ha portato al cambio dei vertici dei Teatri, della Danza, del Peri e di Palazzo Magnani ponendo le basi di un nuovo e prestigioso ciclo della cultura in città.
Cosa non è andato? A volte avremmo bisogno di meno burocrazia per dare corso più velocemente alle istanze dei cittadini, ma ahimè questa è l’Italia».
Per quel che riguarda la sicurezza, non si parla più del comando della polizia urbana in zona stazione. Perché?
«La sicurezza dei cittadini non è una cosa tra le tante. È la priorità, lo è ogni giorno anche in quei quartieri, come in zona stazione, dove se parli un linguaggio di verità non puoi promettere le favole perché la situazione non lo consente, devi prendere un impegno: quello della fatica di un lavoro quotidiano che solo nel tempo darà i suoi frutti. Sul tema sicurezza però due cose le vorrei dire. La prima è la collaborazione che si è instaurata grazie alla Prefettura con tutte le forze di polizia. La seconda è l’esito positivo dell’esperienza dei controlli di comunità che, là dove avviata, ha stimolato partecipazione dei cittadini e calo della criminalità.
In diverse zone assistiamo a miglioramenti. Ho fatto visita ai commercianti di San Pietro dopo l'installazione delle telecamere constatando assieme a loro che siamo sulla strada giusta; ho incontrato alcuni rappresentanti del comitato di via Veneri dove insieme a loro da tre anni stiamo facendo un lavoro importante. In stazione nelle prossime settimane presenteremo il piano dei prossimi diciotto mesi. Quanto alla sede del comando, abbiamo quasi ultimato analisi istruttoria tecnica dei possibili siti. Ma la sede della municipale confermo diventerà un presidio pubblico fondamentale di quel quartiere. Nel frattempo sta decollando l’esperienza Binario 49, un incubatore di economia solidale in via Turri, mentre ridisegneremo assieme ai cittadini il parco delle Paulonie».
Il 2018 è l’anno dell’incognita delle elezioni politiche, e dello sprint verso le comunali. Cosa la turba di più?
«Non sono turbato. Le corse si affrontano con determinazione, credendoci, senza paure, parola di mezzofondista...
Ora ci sono le politiche, poi discuteremo in modo aperto di come rendere partecipe la città di un progetto che guardi alla Reggio del 2030 con sfide che già sono impostate e altre che andranno raccolte».
È sicuro che tra i vari scissionismi e Liberi e Uguali la giunta reggiana arriverà al capolinea naturale?
«Capisco la politica e vedo tutta la difficoltà della sinistra italiana nel presentarsi divisa alle elezioni 2018. Ma penso anche due cose. La prima, a Reggio ci ha guidato e guiderà fino in fondo un programma e un patto con gli elettori. La seconda, queste due comunità prima o poi dovranno ricominciare un cammino per incontrarsi perché al fondo ci sono comuni valori. Quando arriverà quel momento Reggio sarà stata una delle principali città italiane in cui la collaborazione non è mai venuta meno. Ecco, a quel punto tutto sarà più semplice e il ruolo della città ancora più centrale».
Le feste invecchiano. Quella del Tricolore vogliamo rilanciarla o no? E come?
«Le feste possono anche invecchiare ma certi simboli e valori restano moderni. Siamo l’unica città italiana che continua a celebrare e a lavorare tutto l'anno sul Tricolore. Nel 2017 arrivò il presidente Mattarella, abbiamo inaugurato un nuovo museo che ha visto visitatori in crescita da tutta Italia. Il 7 sarà a Reggio il premier Gentiloni. Possiamo discutere di come migliorare e cambiare e abbiamo certo diverse idee. Ma siamo ogni giorno la Città del Tricolore non solo il 7 gennaio; lo siamo in Italia lo siamo nel mondo. Sono stato all’estero in questi anni in rappresentanza della città e ovunque ho constatato la grande riconoscibilità di Reggio proprio in relazione alla bandiera».
Un suo augurio per i cittadini?
«L’augurio sincero è che sia un buon 2018 per tutti i reggiani soprattutto per chi è in difficoltà. L’auspicio e che questa comunità continui a custodire e praticare i propri valori. Ciò che l'ha resa una terra di grande civiltà di grande convivenza e di autentica espressione del miglior spirito di cittadinanza.
Reggio ha alle spalle dieci anni estremamente impegnativi dove non ha mai smarrito il proprio senso di comunità e una straordinaria capacità di fare insieme. A volte siamo presi, in buona fede, dalla propensione al lamento e dalla difficoltà a riconoscere meriti ed eccellenze, come tutto fosse scontato. Da fuori ci vedono diversamente, ci leggono per ciò che siamo, un popolo che tra tante fatiche non hai mai smesso di fare passi avanti».
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