Gazzetta di Reggio

Reggio

«La bandiera nazionale non sia vessillo d’odio»

di Enrico Lorenzo Tidona
«La bandiera nazionale non sia vessillo d’odio»

Il premier Gentiloni: «Investire sulla nostra identità e non averne paura» Appello di Vecchi sullo ius soli. Delrio: «Non lasciamo la patria agli estremisti»

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REGGIO EMILIA. «Non è la stagione delle cicale quella che abbiamo davanti, non può esserci una chiusura impaurita nel piccolo mondo antico delle paure quotidiane: è il tempo di non disperdere i risultati ottenuti». Questo, per il premier Paolo Gentiloni, deve essere l’obiettivo «di tutta la politica in vista delle elezioni». Un messaggio lanciato dal palco del teatro Ariosto di Reggio Emilia dal presidente del Consiglio che ieri, 7 gennaio, ha partecipato alla giornata nazionale del Tricolore. Dopo l’alzabandiera e la parata in piazza Prampolini, il presidente del Consiglio uscente – al quale è stato consegnato il vessillo nazionale – ha dato sfogo alla sua idea d’Italia alla luce della buona congiuntura economica e dei diritti rappresentati dalla bandiera, della quale si è festeggiato ieri il 221° anniversario dalla nascita del primo Tricolore nella città che gli ha dato i natali, avvolta ieri da una fitta nebbia e con una partecipazione popolare ristretta alla sola piazza della parata.

«L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grande crisi dal dopoguerra e il merito principale di questa ripartenza è delle nostre famiglie, delle nostre imprese, dei nostri lavoratori» sono state le parole di Gentiloni dal palco dell’Ariosto, davanti alla politica cittadina e nazionale già in pieno fermento elettorale. Prova ne è la bocca cucita del premier al di fuori del copione celebrativo: sorrisi e nessun commento sugli equilibri elettorali in vista delle politiche del 4 marzo. «Questo governo, in attesa delle prossime elezioni, continuerà a lavorare per accompagnare e sostenere i segnali di fiducia che si manifestano nei nostri territori» si limita a dire Gentiloni dal palco, evidenziando i risultati ottenuti dal suo Governo. Citando Carlo Azeglio Ciampi, Gentiloni ha detto che il Tricolore è «un vessillo di libertà conquistato da un popolo che si riconosce unito». A nessuno, dunque, ha aggiunto dal palco del teatro Ariosto rivolto alle controparti politiche, «può essere consentito di usarlo come vessillo di odio. Deve essere il vessillo del nostro Paese impegnato per il dialogo e la pace. È il vessillo dei nostri valori sanciti dalla Costituzione e quanto mai attuali». «Gli eredi che si ispirano al fascismo – ha sottolineato il ministro reggiano Graziano Delrio – continuano a dire che sono loro i veri patrioti. Invece, i veri patrioti sono tutti i cittadini italiani che sanno che la bandiera e la patria sono due cose troppo importanti per lasciarle a qualche gruppuscolo violento ed estremista». Certo, però, la sinistra non vuole farsi scippare parole d’ordine e simboli costituzionali, come identità e patria: «Abbiamo bisogno di investire sulla nostra identità e non dobbiamo averne paura perché averne paura in questo momento sarebbe il modo migliore per chi in questo tempo, su una visione distorta delle identità nazionali, oggi vuole costruire tensione, odio, paura e conflitto. Noi siamo orgogliosi della nostra identità perché sappiamo che questa può essere giocata in modo completamente diverso. Siamo sempre più davanti alla necessità di riscoprire con serena maturità il valore della parola patria. Di un patriottismo repubblicano fortemente radicato in Europa. Del patriottismo già del resto disegnato da Mazzini, quando per l'appunto metteva insieme patria e lavoro. Troppo spesso sottovalutiamo la forza della nostra storia e della lingua italiana». Le parole del premier italiano sono scandite dagli applausi tributati dalla platea gremita da Delrio, dal padre-fondatore dell’Ulivo Romano Prodi, dal presidente della Regione Stefano Bonaccini e dal sindaco di Reggio Luca Vecchi. Attorno i sindaci del Pd con la fascia, i sindacati e il mondo delle imprese e delle associazioni, che ogni anno ritrovano l’unità nel segno della bandiera verde, bianca e rossa. «Unità e solidarietà» per «capire che si hanno obiettivi comuni. Questo significa la bandiera» ha affermato Prodi, applaudito all’Ariosto dopo essere stato ringraziato da Bonaccini per l’impegno in chiave europeista. Questa «è una delle poche tradizioni che è stata mantenuta - ha sottolineato l’ex premier - in un Paese che le ha perse quasi tutte. Ogni 7 gennaio le autorità nazionali vengono qui e rievocano una storia comune e ce n’è bisogno». Il diritto di cittadinanza per i nati in Italia è materia elettorale scivolosa affrontata dal padrone di casa, il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, che non si è sottratto a differenza di altri: «È un peccato che qualcuno si sia preso la responsabilità di uscire dall’aula del Senato, derubricando lo ius soli e decidendo di lasciare il nostro paese un passo indietro sul percorso dei diritti». «La centralità della persona - ha aggiunto Vecchi - come cardine della cittadinanza attiva è un tratto quasi antropologico dei reggiani». Nel giorno della celebrazione dell’unità nazionale, Bonaccini rivendica davanti a Gentiloni lo sforzo comune dedicato alla maggiore autonomia degli enti locali, ormai all’ordine del giorno in nord Italia. «Le realtà virtuose con un buon governo e i conti in ordine vanno premiate ma nel segno dell’unità nazionale contro egoismi e separatismi o voglie di innalzare muri» dice Bonaccini. «Questo tipo di autonomia è un altro bel modo di celebrare il Tricolore» incalza Giammaria Manghi, presidente della Provincia di Reggio: «Un cammino serio, concreto, credibile al quale si stanno unendo anche altre Regioni». Dopo il doveroso ricordo degli alluvionati di Lentigione, c’è stata la consegna del Tricolore anche al professor Alberto Melloni, che ha offerto una lezione di storia dal palco del teatro, parlando del «vento che scuote sistemi democratici diversi fra loro», definito un «vento fascista», non riferito al Ventennio quanto «al ricostituirsi di situazioni superate».

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