«Mio marito mi minacciava di morte»
di Tiziano Soresina
Rio Saliceto: in aula la moglie parla di botte a lei e ai due figli. Il coniuge nega, ma è in cella con l’accusa di maltrattamenti
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RIO SALICETO. Porte sfondate, minacce di morte, sberle alla moglie e ai due figli, poi l’arresto ma anche frequentazioni e telefonate nonostante i divieti.
È una vicenda di maltrattamenti un po’ contorta quella che è uscita ieri – in tribunale a Reggio Emilia – nella prima udienza di un processo delicato che investe un’intera famiglia di cui non forniremo elementi che possano renderla identificabile per tutelare la privacy dei due figli minorenni.
Il marito (che nega) è in cella da mesi e, assistito dall’avvocato Rosa Apadula, non ha battuto ciglio ieri nell’ascoltare la lunga deposizione della moglie 39enne che – al termine della testimonianza – ha voluto precisare come intenda chiedere il divorzio, ma ha comunque perdonato il coniuge ed ora vuole solo stare in pace. La donna ha risposto alle domande del pm, della difesa e del giudice Maria La Nave: ha raccontato che ha sposato l’imputato nel 2014, rimarcando che litigi ed atti violenti («Due-tre volte al mese arrivavano le minacce di morte») erano iniziati solo nell’ultimo anno di convivenza.
Due i momenti-chiave su cui si sono concentrate le domande alla moglie che non si è costituita parte civile.
Il primo viene collocato a fine dicembre 2016. Quel giorno in casa l’imputato avrebbe preso a pugni la moglie, spingendola contro il muro e prendendola per i capelli. Sarebbe anche spuntato un coltello e la donna dice di essersi rifugiata in una stanza con un figlio ma in quei momenti concitati il marito avrebbe sfondato la porta per entrare. A quel punto lei ha chiamato i carabinieri. L’altro episodio pieno di tensioni viene collocato l’8 febbraio 2017.
Anche in questo caso si sarebbe trattato di un litigio sfociato in botte sia alla moglie che ai due figli. «Ho chiamato i carabinieri e davanti a loro mi ha preso per i capelli. Prima erano volate delle sberle. Mi sono spaventata, poi lui è stato portato via dai carabinieri».
In certi momenti il giudice La Nave ha avuto l’impressione che la donna infarcisse di troppi «non ricordo» il suo racconto, da qui la sollecitazione a dire la verità perché sotto giuramento e così non incappare nel reato di falsa testimonianza. Sulle minacce di morte la 39enne minimizza: «A volte ho avuto paura – ribatte alla specifica domanda – ma non ho mai pensato che mio marito fosse in grado di fare quello che diceva. Erano solo minacce verbali».
Ad un certo punto nei confronti del marito è stato adottato il provvedimento di allontanamento dalla casa familiare con divieto di comunicare, ma stando alla moglie vi sono state diverse violazioni: si sentivano per telefono (chiamandosi vicendevolmente) e una volta l’ha accolto in casa per la festa del Ramadan («Abbiamo dormito in stanze diverse e il giorno dopo gli ho chiesto d’andarsene»).
Insomma, una vicenda non facile da ricostruire e in tal senso potranno essere utili le ulteriori testimonianze che sono in programma nell’udienza di giovedì prossimo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È una vicenda di maltrattamenti un po’ contorta quella che è uscita ieri – in tribunale a Reggio Emilia – nella prima udienza di un processo delicato che investe un’intera famiglia di cui non forniremo elementi che possano renderla identificabile per tutelare la privacy dei due figli minorenni.
Il marito (che nega) è in cella da mesi e, assistito dall’avvocato Rosa Apadula, non ha battuto ciglio ieri nell’ascoltare la lunga deposizione della moglie 39enne che – al termine della testimonianza – ha voluto precisare come intenda chiedere il divorzio, ma ha comunque perdonato il coniuge ed ora vuole solo stare in pace. La donna ha risposto alle domande del pm, della difesa e del giudice Maria La Nave: ha raccontato che ha sposato l’imputato nel 2014, rimarcando che litigi ed atti violenti («Due-tre volte al mese arrivavano le minacce di morte») erano iniziati solo nell’ultimo anno di convivenza.
Due i momenti-chiave su cui si sono concentrate le domande alla moglie che non si è costituita parte civile.
Il primo viene collocato a fine dicembre 2016. Quel giorno in casa l’imputato avrebbe preso a pugni la moglie, spingendola contro il muro e prendendola per i capelli. Sarebbe anche spuntato un coltello e la donna dice di essersi rifugiata in una stanza con un figlio ma in quei momenti concitati il marito avrebbe sfondato la porta per entrare. A quel punto lei ha chiamato i carabinieri. L’altro episodio pieno di tensioni viene collocato l’8 febbraio 2017.
Anche in questo caso si sarebbe trattato di un litigio sfociato in botte sia alla moglie che ai due figli. «Ho chiamato i carabinieri e davanti a loro mi ha preso per i capelli. Prima erano volate delle sberle. Mi sono spaventata, poi lui è stato portato via dai carabinieri».
In certi momenti il giudice La Nave ha avuto l’impressione che la donna infarcisse di troppi «non ricordo» il suo racconto, da qui la sollecitazione a dire la verità perché sotto giuramento e così non incappare nel reato di falsa testimonianza. Sulle minacce di morte la 39enne minimizza: «A volte ho avuto paura – ribatte alla specifica domanda – ma non ho mai pensato che mio marito fosse in grado di fare quello che diceva. Erano solo minacce verbali».
Ad un certo punto nei confronti del marito è stato adottato il provvedimento di allontanamento dalla casa familiare con divieto di comunicare, ma stando alla moglie vi sono state diverse violazioni: si sentivano per telefono (chiamandosi vicendevolmente) e una volta l’ha accolto in casa per la festa del Ramadan («Abbiamo dormito in stanze diverse e il giorno dopo gli ho chiesto d’andarsene»).
Insomma, una vicenda non facile da ricostruire e in tal senso potranno essere utili le ulteriori testimonianze che sono in programma nell’udienza di giovedì prossimo.
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