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Guastalla, dopo 21 anni riaperto il "cold case" dell'orefice assassinato: 5 indagati

Guastalla, dopo 21 anni riaperto il "cold case" dell'orefice assassinato: 5 indagati

Il suzzarese Gabriele Mora perse la vita a 42 anni durante una rapina in negozio. Un pentito fa i nomi dei presunti killer del gioielliere, molto noto a Guastalla

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GUASTALLA. Era il tardo pomeriggio del 19 dicembre 1996 quando una Volvo station wagon si fermò davanti all’oreficeria di via Luppi Menotti a Suzzara. Pochi secondi dopo, all’interno del negozio, si scatenò l’inferno: nel tentativo di proteggere la moglie, l’orefice, Gabriele Mora, aprì il fuoco e colpì uno dei rapinatori, Rudy Casagrande, che sarà trovato un’ora e mezza più tardi senza vita, abbandonato sul marciapiede a due passi dall’ingresso dell’ospedale di Thiene, nel Vicentino.

Per Mora quel gesto di difesa istintivo fu fatale: uno dei banditi gli scaricò addosso il caricatore della pistola. Almeno sei i colpi che andarono a segno, tutti al torace e per l’orefice nativo di Motteggiana, 42 anni ancora da compiere, fu la morte, pressoché istantanea, davanti agli occhi terrorizzati della moglie.

Una vicenda che ebbe vasta eco e provocò un grande cordoglio anche a Guastalla, cittadina che frequentava e dove il commerciante aveva molti amici. Quel tragico fatto di sangue è rimasto senza un colpevole per ventun anni (per il delitto era inizialmente finito in carcere un nomade padovano di Camposanpiero, poi scagionato). Fino a quando un componente di una famiglia di giostrai, estraneo ai fatti ma che li conosceva alla perfezione, ha deciso di collaborare con la giustizia. Attraverso le sue dichiarazioni la Procura di Mantova ha riaperto il caso e indagato cinque persone.

Quattro sono giostrai di un campo nomadi alle porte di Vicenza, uno invece è padovano. «Alla mia età mi mancano la forza e la memoria – ha commentato la mamma dell’orefice ucciso, Velia Magotti, oggi 95enne – spero solo che venga fatta giustizia e si trovi la verità sulla morte di mio figlio». La moglie dell’orefice, Susanna Zancuoghi, di fronte a fatti che inevitabilmente riaprono una ferita mai guarita, ha preferito il silenzio: «Lasciatemi stare, per favore...» ha detto al telefono.

I cinque indagati sono tutti accusati di omicidio volontario in concorso. Sono Danilo Dori, 54 anni, considerato l’ideatore e organizzatore del colpo; Gionata Floriani, 40 anni, padovano di Busiago di Campo San Martino, secondo gli investigatori dei carabinieri autista del commando e primo bandito a presentarsi in oreficeria, a volto scoperto come un cliente qualsiasi; Stefano Dori, 47 anni, il bandito che, armato di pistola e con il passamontagna calato sul volto, sarebbe entrato alle spalle di Floriani per scavalcare il bancone e raccogliere i preziosi (sarebbe lui, secondo la ricostruzione del pentito, ad aver sparato e colpito a morte Gabriele Mora); Adriano Dori, 44 anni, che avrebbe a sua volta partecipato alla sparatoria in negozio; e infine Giancarlo Dori, 52 anni, considerato il palo, il bandito che, armato di fucile a canne mozze faceva la posta davanti al negozio e che coprì la fuga ai complici.

L’ultimo componente del gruppo criminale era Rudy Casagrande, giostraio veronese di 24 anni, spogliato di documenti e oggetti che potevano identificarlo e scaricato senza vita vicino all’ospedale di Thiene. A far riaprire il caso, a inizio 2017, sono state le dichiarazioni di un pentito, un giostraio al tempo dell’assalto di Suzzara abitava nel campo nomadi di Vicenza e che, pur non avendo partecipato al fatto di sangue, lo conoscerebbe fin troppo bene per aver ascoltato il racconto dai protagonisti, in buona parte imparentati con lui.

Perché il suo racconto, fatto in prima battuta ai magistrati della Dda alla fine del 2014, è ritenuto attendibile? Perché ha riferito dettagli della vicenda che solo gli autori della rapina o gli inquirenti potevano sapere. Come il luogo dove la Volvo di colore blu usata nell’assalto venne rubata e dove fu in seguito data alle fiamme per cancellare le tracce.

Il procuratore di Mantova Manuela Fasolato ha chiesto per due volte l’arresto per l’omicidio dell’orafo suzzarese. Ma in entrambe le occasioni i giudici hanno detto no. I gravi indizi di colpevolezza ci sono, secondo il giudice per le indagini preliminari Matteo Grimaldi e il tribunale del riesame di Brescia, ma mancano i presupposti per limitare la libertà personale.

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