«Il mio Carletto è morto per malasanità»
di Enrico Lorenzo Tidona
Sentita la nonna del bimbo morto dopo aver ingerito detersivo: «Ero lì, si era risvegliato e rideva. Poi la tragedia»
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SAN MARTINO IN RIO. È passata dal ricordo dei sorrisi del suo adorato nipote al racconto commosso delle sua terribile morte. Una tragedia immensa per Filippa Catanzaro, 55 anni, comparsa ieri sul banco dei testimoni per raccontare le ultime ore di vita del piccolo Carlo Russo, due anni, l’adorato nipote che il 25 agosto del 2015 la nonna ha accompagnato nel bar della madre «perché al parco non c’era nessuno». Lì Carlo ha bevuto del brillantante, morendo due giorni dopo proprio, quando sembrava essersi ripreso. «Quel pomeriggio sono arrivata al bar, ho lasciato Carlo con la mamma per andare a prendere il pane. Sono tornata e mia figlia Giusy urlava, chiedeva aiuto mentre il bambino vomitava – ha raccontato la nonna –. Arrivato in ospedale con il 118, Carlo stava meglio. Dopo essersi risvegliato dal sonno indotto dai medici, rideva. I tecnici che avevano fatto la gastroscopia erano usciti dicendoci “tranquilli che con due giorni di antibiotici portate il bambino a casa”. I medici ci avevano assicurato che non era in pericolo di vita, ma Carlo invece è morto».
Un racconto riportato alla mente tra sussulti e commozione da parte della donna – parte civile – incalzata dai sostituti procuratori Giulia Stignani e Giacomo Forte durante l’udienza del processo sulla morte del bimbo, arrivato al pronto soccorso del Santa Maria Nuova di Reggio Emilia mercoledì 25 agosto 2015 dopo che, nel bar Black&White di via dell’Artigianato a San Martino in Rio, gestito dai genitori, aveva ingerito accidentalmente del detersivo per lavastoviglie che era in un bicchierino. Cinque gli imputati di questa delicata vicenda. Tra questi c’è la madre 30enne Giusy Cataldo, alla quale vengono contestati sia l’omessa vigilanza, sia il concorso in omicidio colposo assieme a quattro medici della Rianimazione (la 61enne Manuela Salsi, il 54enne Roberto Martini, la 52enne Rossana Buono e la 41enne Claudia Barbieri).
Il giudice del dibattimento, Sarah Iusto, ha fatto sfilare per primo il maresciallo dei carabinieri Vincenzo Iozzo, intervenuto sul posto dopo l’incidente nel bar, e che ha poi redatto il verbale ed effettuato i relativi sequestri. A partire con otto testi citati è stata quindi la procura. «Abbiamo accertato che il bicchiere sul bancone era ad una altezza che poteva essere raggiunta dal bimbo», ha raccontato Iozzo. Sarà sentito anche il tecnico della lavastoviglie del bar perché, conferma il carabiniere, «ci è stato detto che il bicchiere veniva utilizzato per inserire a mano il detersivo perché la pompa della lavastoviglie non funzionava».
Secondo i famigliari, Carlo non è morto per quel detersivo ma per l’errata sedazione in ospedale con il Propofol, un uso smodato e improprio del farmaco. «Una volta risvegliatosi in ospedale dopo la sedazione Carlo rideva – ha raccontato la nonna – era cosciente, si divertiva guardando i cartoni animati in stanza ed era contento perché il papà gli aveva portato una palla. Io non mi posso rassegnare per questo: il bambino stava bene. Questo è un caso di malasanità o di negligenza».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Un racconto riportato alla mente tra sussulti e commozione da parte della donna – parte civile – incalzata dai sostituti procuratori Giulia Stignani e Giacomo Forte durante l’udienza del processo sulla morte del bimbo, arrivato al pronto soccorso del Santa Maria Nuova di Reggio Emilia mercoledì 25 agosto 2015 dopo che, nel bar Black&White di via dell’Artigianato a San Martino in Rio, gestito dai genitori, aveva ingerito accidentalmente del detersivo per lavastoviglie che era in un bicchierino. Cinque gli imputati di questa delicata vicenda. Tra questi c’è la madre 30enne Giusy Cataldo, alla quale vengono contestati sia l’omessa vigilanza, sia il concorso in omicidio colposo assieme a quattro medici della Rianimazione (la 61enne Manuela Salsi, il 54enne Roberto Martini, la 52enne Rossana Buono e la 41enne Claudia Barbieri).
Il giudice del dibattimento, Sarah Iusto, ha fatto sfilare per primo il maresciallo dei carabinieri Vincenzo Iozzo, intervenuto sul posto dopo l’incidente nel bar, e che ha poi redatto il verbale ed effettuato i relativi sequestri. A partire con otto testi citati è stata quindi la procura. «Abbiamo accertato che il bicchiere sul bancone era ad una altezza che poteva essere raggiunta dal bimbo», ha raccontato Iozzo. Sarà sentito anche il tecnico della lavastoviglie del bar perché, conferma il carabiniere, «ci è stato detto che il bicchiere veniva utilizzato per inserire a mano il detersivo perché la pompa della lavastoviglie non funzionava».
Secondo i famigliari, Carlo non è morto per quel detersivo ma per l’errata sedazione in ospedale con il Propofol, un uso smodato e improprio del farmaco. «Una volta risvegliatosi in ospedale dopo la sedazione Carlo rideva – ha raccontato la nonna – era cosciente, si divertiva guardando i cartoni animati in stanza ed era contento perché il papà gli aveva portato una palla. Io non mi posso rassegnare per questo: il bambino stava bene. Questo è un caso di malasanità o di negligenza».
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