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Pietre d’inciampo per non dimenticare i nostri martiri

Pietre d’inciampo per non dimenticare i nostri martiri

Commemorati ieri Ruffaldi, Debbia, Ibatici e Montecroci I cubi di ottone posati a Toano da studenti e famigliari

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TOANO. Catturati nelle loro case, strappati alle famiglie, portati in Germania come schiavi. Vivevano in montagna, nella vallata del Secchia fra Cerredolo e Toano, Renzo Montecroci, Celso Ruffaldi, Domenico Beniamino Debbia e Agostino Ibatici, le quattro persone ricordate ieri pomeriggio con la posa di quattro pietre d’inciampo, curata da Istoreco, davanti alle case in cui hanno vissuto liberamente per l’ultima volta.

Le pietre sono cubi di ottone sistemati sul fondo stradale con un piccolo rialzo, così da far “inciampare” i passanti. Vengono sempre posate dall’ideatore del progetto, l’artista tedesco Gunter Demnig. Dal 2015 ad oggi Istoreco propone questi ricordi anche in terra reggiana, lavorando assieme alle classi che poi parteciperanno al Viaggio della Memoria (in questo caso quelle delle scuole superiori di Castelnovo Monti), ai famigliari e agli enti pubblici delle varie località. Nel 2018 una delle aree di lavoro è il territorio di Toano, da cui nel 1944 vennero deportati tanti uomini, inviati in Turingia ai lavori forzati nel campo di Kahla. È il caso di Debbia, Ruffaldi e Ibatici; Renzo Montecroci era invece un militare e dopo il caos dell’armistizio venne catturato dai nazisti e portato ad Amburgo. Qui è morto, in un campo di lavoro, per non aver voluto arruolarsi nuovamente con nazisti e fascisti. Per decenni i parenti non hanno avuto notizie, convinti fosse deceduto sul fronte russo, e solo pochi anni fa hanno potuto ricostruire la sua vicenda e riportare in Italia la salma, ora ospitata dal cimitero di Corneto. Debbia e Ruffaldi vivevano alla Corbella, in un piccolo borgo sopra Cerredolo, e Ibatici a La Valle, sempre vicino al paese toanese. Catturati nell’agosto 1944, dopo alcuni giorni di prigionia al consorzio agricolo cerredolese passano per Fossoli, per Verona e infine finiscono a Kahla e nei campi satelliti. Lì moriranno, debilitati dagli stenti, dalla malattia e dalla violenza. Ibatici e Debbia finiscono a Erfurt, nello stabilimento in cui venivano prodotti i forni crematori per i campi di concentramento. Storie di vite distrutte, tante vite distrutte: la perdita di uomini in età lavorativa, in tempo di guerra, non era arginabile. La moglie di Ruffaldi si trovò senza marito e senza tre fratelli, con sette figli piccoli e senza più la mezzadria: l’assegnazione le venne tolta, senza molti preamboli, perché non poteva più garantire il lavoro della terra e la cura degli animali. I quattro uomini sono stati omaggiati nel lungo tour di ieri pomeriggio, con Demnig accompagnato dai parenti delle vittime, dagli abitanti della zona, dagli alpini, dal sindaco di Toano Vincenzo Volpi e dall’assessore Vittorina Canovi, dal vicesindaco di Castelnovo Emanuele Ferrari con l’assessore Giorgio Severi e dal primo cittadino di Carpineti, Tiziano Borghi. (adr.ar.)

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