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«Arrivai in gommone su sacchetti di coca e qualcuno annegò»

di Adriano Arati
«Arrivai in gommone su sacchetti di coca e qualcuno annegò»

Scandiano: la testimonianza di Ndoja, capitano della Virtus davanti agli studenti per la giornata mondiale del migrante

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SCANDIANO. Storie che sembrano di un altro mondo o di un'altra vita, vissute invece in mezzo a noi, in Italia. Le ha raccontate ieri mattina a Scandiano un migrante “speciale”, il giocatore di basket italo-albanese Klaudio Ndoja, in un incontro con le scuole locali andato in scena al teatro Boiardo in occasione della giornata mondiale del migrante.

Ndoja ha una vicenda davvero particolare alle spalle. Oggi 33enne, è arrivato in Italia nel 1998 a 13 anni su un gommone assieme alla propria famiglia ed è diventato col tempo un giocatore professionista, oggi capitano della Virtus Bologna in serie A, la squadra che sabato scorso ha giocato contro Pallacanestro Reggiana.

Dalla sua esperienza, di cui ha parlato anche alcuni anni fa in piazza San Pietro davanti al Papa, è stato realizzato un libro, "La morte è certa, la vita no”, scritto assieme a Michele Pettene. Proprio questo volume è stata la base di partenza: nelle scorse settimane diverse classi di terza media e di prima superiore di Scandiano lo hanno letto e studiato, per prepararsi all'incontro con Ndoja in un teatro Boiardo bello pieno.

Dopo la proiezione dell'intervento in piazza San Pietro e i saluti dell'assessore ai giovani Elisa Davoli, Ndoja ha parlato della sua vicenda, rispondendo a tante domande e concludendo con un piccolo appello, toccante e di grande positività, rivolto al pubblico. Le sue parole sono state apprezzate dai ragazzi, che lo hanno assediato per venti minuti buoni per chiedere autografi e dediche al termine della discussione. Prima non erano mancati i momenti ad alto tasso emotivo, a partire dal ricordo dell'arrivo in Italia.

«Mio padre era l'unico di sette fratelli rimasto in Albania. Ci ha provato, ma la situazione era insostenibile, la gente si ammazzava per strada; prendendo l'autobus ho visto gente uccisa. Quando una pallottola ha ferito mia sorella di otto anni, abbiamo deciso, vendendo il poco che avevamo per pagarci la traversata illegale», ha spiegato Ndoja.

Un viaggio durissimo: «Il furgone che ci portava al mare è stato fermato, io sono stato arrestato e, in carcere, mi hanno anche spaccato la mascella. In barca ero seduto sopra due sacchetti di cocaina, ed è quello il traffico che porta guadagno. Quando siamo arrivati alla spiaggia italiana ci hanno buttati in mare, alcuni sono morti». La famiglia Ndoja per un anno e mezzo ha vissuto praticamente in clandestinità, in condizioni da incubo, prima di imbattersi in un sacerdote generoso che ha avviato Klaudio al suo cammino sportivo. «Le mie scarpe erano cucite, la tuta una sola. Mangiavo pane, acqua e zucchero e dormivamo in quattro in un divano letto in uno sgabuzzino», ha aggiunto. Oggi è un altro mondo: «Se potessi rinascere, vorrei rivivere la stessa vita? No, mentirei; però tutto quello che ho vissuto mi ha formato e ho capito che nessuno può impedire a una persona di dedicarsi al proprio sogno. Una cosa voglio dirla ai ragazzi che come me sono “migranti”: non chiudetevi in gruppi vostri, apritevi al vostro nuovo paese».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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