Tante le opportunità sprecate
Il parco sorge nel cuore della cultura e dell’istruzione reggiana, ma non basta
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REGGIO EMILIA. A raccontare a qualcuno che non conosce Reggio Emilia quello che circonda il Parco del Popolo, sembra di descrivere il cuore di una metropoli nordeuropea.
Teatri, musei, un asilo nido all’avanguardia, la sede di un’università, un moderno albergo a quattro stelle. Il tutto immerso nel verde, fra statue, panchine e passeggiate. La stessa impressione che si ha guardando la cartina dei Giardini: in un perimetro di appena un chilometro e mezzo – contando anche gli edifici – sono concentrate molte delle eccellenze storiche e culturali della città, i simboli della Resistenza, l’identità dei reggiani.
Quando però si sente l’opinione dei residenti, o si visita di persona l’area verde, l’effetto è straniante. Quello che potrebbe essere un paradiso per studenti e famiglie, di fatto non è altro che una grande opportunità sprecata. La maggioranza delle persone che vivono i Giardini sono in realtà stranieri perché, i reggiani, in quel posto preferiscono non metterci piede. E non si tratta solo di percezione o pregiudizi accumulati negli anni.
Anche se oggi la situazione è migliore rispetto alla fine del secolo scorso, siamo ancora ben lontani dalla vivibilità. E non si tratta solamente del giro di spaccio, che nel tempo ha saputo adattarsi alle necessità del centro storico diventando molto più discreto e nascosto.
Gli “arredi urbani”, come piace chiamarli oggi, sono del tutto insufficienti. Molte delle panchine sono rovinate e logore, l’erba non viene tagliata con la necessaria frequenza e anche le statue che raffigurano storici personaggi reggiani come l’Ariosto sono mangiate dal muschio. Per non parlare della scarsa illuminazione interna ai Giardini.
Certo gli interventi sono tanti, indubbiamente costosi e toccano più competenze. Ma le potenzialità sono enormi. Il parco è circondato dall’università, da ben due teatri, dalla sede dei Musei Civici e ospita addirittura “l’asilo più bello del mondo”, completamente nascosto dalle piante per non essere costretto a guardare ciò che lo circonda.
Per non parlare dei simboli della Resistenza o di quelli in memoria di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Ridotti a dei sedili per sbandati e tossicodipendenti. (l.g.)
Teatri, musei, un asilo nido all’avanguardia, la sede di un’università, un moderno albergo a quattro stelle. Il tutto immerso nel verde, fra statue, panchine e passeggiate. La stessa impressione che si ha guardando la cartina dei Giardini: in un perimetro di appena un chilometro e mezzo – contando anche gli edifici – sono concentrate molte delle eccellenze storiche e culturali della città, i simboli della Resistenza, l’identità dei reggiani.
Quando però si sente l’opinione dei residenti, o si visita di persona l’area verde, l’effetto è straniante. Quello che potrebbe essere un paradiso per studenti e famiglie, di fatto non è altro che una grande opportunità sprecata. La maggioranza delle persone che vivono i Giardini sono in realtà stranieri perché, i reggiani, in quel posto preferiscono non metterci piede. E non si tratta solo di percezione o pregiudizi accumulati negli anni.
Anche se oggi la situazione è migliore rispetto alla fine del secolo scorso, siamo ancora ben lontani dalla vivibilità. E non si tratta solamente del giro di spaccio, che nel tempo ha saputo adattarsi alle necessità del centro storico diventando molto più discreto e nascosto.
Gli “arredi urbani”, come piace chiamarli oggi, sono del tutto insufficienti. Molte delle panchine sono rovinate e logore, l’erba non viene tagliata con la necessaria frequenza e anche le statue che raffigurano storici personaggi reggiani come l’Ariosto sono mangiate dal muschio. Per non parlare della scarsa illuminazione interna ai Giardini.
Certo gli interventi sono tanti, indubbiamente costosi e toccano più competenze. Ma le potenzialità sono enormi. Il parco è circondato dall’università, da ben due teatri, dalla sede dei Musei Civici e ospita addirittura “l’asilo più bello del mondo”, completamente nascosto dalle piante per non essere costretto a guardare ciò che lo circonda.
Per non parlare dei simboli della Resistenza o di quelli in memoria di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli. Ridotti a dei sedili per sbandati e tossicodipendenti. (l.g.)
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