Gazzetta di Reggio

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Avvocato con il velo cacciata dall’udienza

di Francesco Dondi
Avvocato con il velo cacciata dall’udienza

La praticante dell’Università di Modena e Reggio, Asmae Belfakir, allontanata dal giudice. «Sono amareggiata, è illegale»

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REGGIO EMILIA . Una ragazza “tosta”, impegnata nella mediazione culturale dopo il servizio civile all’Unione Terre dei Castelli di Modena, precisa a scuola e con tanta voglia di affermarsi. È il ritratto di Asmae “Jasmin” Belfakir, la 25enne cacciata dall’aula del Tar di Bologna perché indossava l’hijab, il velo che lascia scoperto solo il volto di una donna. La praticante dell’ufficio legale dell’Università di Modena e Reggio, dove si è laureata e in cui è entrata vincendo un bando, ha saldi principi religiosi o quantomeno culturali: il velo lo porta per convinzione e non per costrizione come ha più volte spiegato agli amici e ai colleghi.

I fatti. La ragazza, che negli ultimi mesi aveva già partecipato a udienze al Tar, in tribunale penale, civile, Consiglio di Stato e commissione tributaria, va a Bologna. Nessuno ha mai contestato il suo hijab, neppure il presidente della sezione Giancarlo Mozzarelli. Eppure stavolta il giudice non accetta di buon grado la sua presenza tanto che le chiede di togliere il velo: altrimenti avrebbe dovuto lasciare l’aula. Jasmin Belfakir non accetta l’imposizione e se ne va. Esce e scoppia a piangere. Alcune colleghe le si avvicinano e cercano di confortarla, ascoltano la sua storia e si propongono anche di difenderla in un’eventuale causa. Intanto il giudice Mozzarelli prosegue la propria giornata lavorativa e sceglie di non rilasciare dichiarazioni.

Stando a quando raccontato dalla ragazza, il presidente avrebbe motivato la sua richiesta in quanto “si tratta del rispetto della nostra cultura e delle nostre tradizioni” senza neppure parlare di “legge”. In effetti c’è una norma che regola l’accesso al Tar, ma affonda le radici in un mondo non certo così globalizzato e dove le diverse culture convivono fianco a fianco.

Lo sfogo. Jasmin informa subito l’avvocato Lorenzo Canullo, responsabile dell’ufficio legale dell’Università. Poi torna a Modena dove parla di “amarezza”.

«Doveva essere un’udienza come tutte le altre – spiega in un colloquio con l’Agi – Ero lì insieme al nostro avvocato e a un’altra mia collega praticante per assistere al procedimento riguardante un ricorso e una contestuale istanza di sospensione cautelare in materia di appalti. Il 5 dicembre avevo partecipato a un’altra seduta con lo stesso giudice e non mi aveva detto nulla Ha invece subito puntato il mio velo e senza nemmeno nominarlo mi ha detto che avrei dovuto toglierlo per partecipare. Ovviamente mi sono rifiutata, anche perché la legge parla di volto coperto, non del capo. Nel mio caso, con il volto scoperto, l’identificazione era immediata e non vi era rischio per la sicurezza. Sono stata privata non solo di un diritto ma anche del mio dovere di praticante avvocato di seguire cosa succedeva in aula. Mi chiedo: se un giorno dovessi diventare avvocato o giudice, dovrò sempre difendere prima me stessa e poi i miei clienti?».

Belfakir ora chiede provvedimenti nei confronti del giudice ma si impegna, anche, a «portare avanti una campagna culturale per fare in modo che le ragazze come me non debbano scontrarsi con questi muri ogni giorno. È già estenuante farlo per strada, non lo possiamo fare anche nelle aule dei tribunali».



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