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«Oratorio, dove è finita la pala?»

«Oratorio, dove è finita la pala?»

Il maestro Dosi sul “chiesolino” di Lentigione: «Dopo la piena, non è più tornata»

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BRESCELLO. A circa un mese dall’alluvione che ha colpito Lentigione, con le case e le attività produttive che stanno gradualmente ritornando alla normalità, torna alla ribalta anche il destino dell’oratorio lateranense Bacchi Mellini, che sorge in via Imperiale.

A riportare l’attenzione sullo storico edificio di culto della frazione brescellese è il maestro Giuseppe Dosi, lentigionese che da alcuni anni ha riunito diversi volontari in un comitato che segue proprio le sorti dell’oratorio, al quale è molto legato. Dosi pone un interrogativo legato in particolare a una pala raffigurante la Natività di Santa Maria Santissima. A seguito dello sgombero avvenuto in occasione della piena dell’Enza – anche se l’edificio non è poi stato raggiunto dall’acqua – la pala è stata messa in salvo dai vigili del fuoco, e dopo oltre un mese non ha fatto ancora ritorno “a casa”.

«Vorremmo sapere – spiega Dosi – dov’è finita la pala, e confidiamo che venga presto riportata al suo posto, perché ha un importante valore storico e artistico, oltre che affettivo. Quella pala venne già rimossa in occasione del terremoto del 2012 e rimase a lungo “in esilio”. Lanciamo un appello affinché chi sa dove si trova la pala si adoperi per farla ritornare presto a Lentigione».

L’oratorio è anche conosciuto a Lentigione con il nome di “chiesolino della signora Giulia” dal nome di Giulia Morelli, moglie del proprietario Abele Bacchi Mellini. Sorge in via Imperiale inferiore, a mezzo chilometro dalla piazza. Fu l’oratorio privato dei conti Soliani Raschini e divenne, poi, proprietà della famiglia Bacchi Mellini, che vi tumulò i propri defunti. Con testamento del 16 gennaio 1911, Abele Bacchi Mellini dispose che tutte le rendite dei suoi beni, tra cui l’oratorio, dopo la morte della moglie e dei nipoti venissero in eterno erogate in beneficenza ai poveri più bisognosi di Lentigione. La “Siora Giulia”, come era rispettosamente chiamata in paese, fece poi murare, all’interno dell’oratorio (riaperto al culto nel 1933) quattro lapidi per rendere edotti i posteri sulle ultime volontà sue e di suo marito. (a.v.)

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