Lamanna si rifiuta di rispondere in aula
di Tiziano Soresina
Aemilia: salta l’attesa deposizione di un capo della cosca. In silenzio anche Carmine Muto, fratello del pentito Salvatore
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REGGIO EMILIA. Bocche cucite in aula e quindi si materializza l’udienza più rapida – circa un’ora – del maxi processo Aemilia.
Ieri mattina si sono infatti avvalsi della facoltà di non rispondere sia il 32enne Carmine Muto (fratello del pentito Salvatore Muto), sia il 56enne Francesco Lamanna (in carcere dal blitz antimafia del gennaio 2015 perché accusato di essere il referente nel Cremonese e nel Piacentino della cosca ’ndranghetista marchiata Grande Aracri e radicatasi in Emilia e Lombardia). Un “mutismo” davanti alla Corte per motivi solo in parte coincidenti. Il primo a comparire nell’aula-bunker è Carmine Muto: dalla settimana scorsa è sotto pressione perché finito nella maxi operazione “Stige” della Dda di Catanzaro (ben 169 arresti). Gli inquirenti lo ritengono promotore di movimenti societari (con prestanomi) come sodale del clan Farao-Marincola di Cirò Marina. Chiarisce subito che non intende parlare. Sia lui che la 37enne Maria Aiello (moglie del pentito Muto) sono stati tirati in ballo alcune udienze fa proprio da Salvatore Muto perché a suo dire gli avrebbero portato al colloquio in carcere a Reggio Emilia un piccolo registratore (usato poi per preparare le domande ed “indottrinare” alcuni testimoni del maxi processo) illegalmente introdotto in cella grazie alle “entrature” di Pasquale Brescia con alcune guardie carcerarie. Circostanza su cui la difesa di Brescia vuole confrontarsi con i due familiari del pentito, ma il fratello si è già negato, mentre la moglie (agli arresti domiciliari sempre nell’ambito dell’inchiesta “Stige” come intestataria di ditte ma per l’accusa solo come prestanome) verrà sentita nella prossima udienza.
Sarà poi la volta di Francesco Lamanna, collegato in videoconferenza dal carcere di Spoleto. La sua poteva essere una deposizione-fiume, perché il pentito Muto nelle scorse udienze ha più volte specificato di essere stato per anni il braccio destro di Lamanna, indicando poi il “capo” come coinvolto in vicende scottanti che tirano in ballo anche diversi imputati di Aemilia. Anche la Corte stessa avrebbe voluto fare delle domande a Lamanna perché «principale fonte di conoscenza – scrivono i giudici nell’ordinanza – di molte delle circostanze riferite da Salvatore Muto». Una figura apicale per le Dda di Bologna e Brescia (già condannato a 12 anni di reclusione nell’appello di Aemilia e nel processo di primo grado di Pesci), oltre ai 6 anni e 4 mesi di carcere rifilatigli dai giudici catanzaresi di Kyterion .
Ma sono sentenze non definitive e il fatto che Lamanna si sia avvalso della facoltà di non rispondere può collegarsi ad una precisa strategia difensiva (l’assiste l’avvocato Luigi Colacino), mirata a non esporsi a domande insidiose (dei giudici, dei due pm, delle difese) le cui risposte verbalizzate possono essere utilizzabili nei gradi processuali ancora non affrontati. Meglio tacere. E qui l’udienza si chiude.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ieri mattina si sono infatti avvalsi della facoltà di non rispondere sia il 32enne Carmine Muto (fratello del pentito Salvatore Muto), sia il 56enne Francesco Lamanna (in carcere dal blitz antimafia del gennaio 2015 perché accusato di essere il referente nel Cremonese e nel Piacentino della cosca ’ndranghetista marchiata Grande Aracri e radicatasi in Emilia e Lombardia). Un “mutismo” davanti alla Corte per motivi solo in parte coincidenti. Il primo a comparire nell’aula-bunker è Carmine Muto: dalla settimana scorsa è sotto pressione perché finito nella maxi operazione “Stige” della Dda di Catanzaro (ben 169 arresti). Gli inquirenti lo ritengono promotore di movimenti societari (con prestanomi) come sodale del clan Farao-Marincola di Cirò Marina. Chiarisce subito che non intende parlare. Sia lui che la 37enne Maria Aiello (moglie del pentito Muto) sono stati tirati in ballo alcune udienze fa proprio da Salvatore Muto perché a suo dire gli avrebbero portato al colloquio in carcere a Reggio Emilia un piccolo registratore (usato poi per preparare le domande ed “indottrinare” alcuni testimoni del maxi processo) illegalmente introdotto in cella grazie alle “entrature” di Pasquale Brescia con alcune guardie carcerarie. Circostanza su cui la difesa di Brescia vuole confrontarsi con i due familiari del pentito, ma il fratello si è già negato, mentre la moglie (agli arresti domiciliari sempre nell’ambito dell’inchiesta “Stige” come intestataria di ditte ma per l’accusa solo come prestanome) verrà sentita nella prossima udienza.
Sarà poi la volta di Francesco Lamanna, collegato in videoconferenza dal carcere di Spoleto. La sua poteva essere una deposizione-fiume, perché il pentito Muto nelle scorse udienze ha più volte specificato di essere stato per anni il braccio destro di Lamanna, indicando poi il “capo” come coinvolto in vicende scottanti che tirano in ballo anche diversi imputati di Aemilia. Anche la Corte stessa avrebbe voluto fare delle domande a Lamanna perché «principale fonte di conoscenza – scrivono i giudici nell’ordinanza – di molte delle circostanze riferite da Salvatore Muto». Una figura apicale per le Dda di Bologna e Brescia (già condannato a 12 anni di reclusione nell’appello di Aemilia e nel processo di primo grado di Pesci), oltre ai 6 anni e 4 mesi di carcere rifilatigli dai giudici catanzaresi di Kyterion .
Ma sono sentenze non definitive e il fatto che Lamanna si sia avvalso della facoltà di non rispondere può collegarsi ad una precisa strategia difensiva (l’assiste l’avvocato Luigi Colacino), mirata a non esporsi a domande insidiose (dei giudici, dei due pm, delle difese) le cui risposte verbalizzate possono essere utilizzabili nei gradi processuali ancora non affrontati. Meglio tacere. E qui l’udienza si chiude.
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