Pestaggio a un camionista, tre arrestati
di Ambra Prati
Il raid punitivo risale al giugno scorso: gli aggressori sono Giuseppe Arabìa, il figlio Salvatore e Salvatore Spagnolo
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REGGIO EMILIA. Non è stata una rapina, bensì di una spedizione punitiva, con la finalità di “rimettere al suo posto” la vittima che chiedeva di essere pagata per un credito pregresso.
Dopo sette mesi di indagine, la polizia ha risolto il caso del camionista massacrato sotto casa nel giugno scorso e derubato da tre individui. Un episodio che, visto lo spessore criminale degli aggressori, potrebbe prefigurare molto di più: perciò il caso è stato segnalato alla Dda (direzione distrettuale antimafia) di Bologna, che è stata informata e sta monitorando il fascicolo.
Tre ordinanze di custodia cautelare a carico di altrettante persone di origine cutrese – ordinanze firmate dal gip Giovanni Ghini su richiesta del pm Giacomo Forte, che ha coordinato l’indagine – sono state eseguite la scorsa notte dalla Squadra Mobile di Reggio. In carcere sono finiti Giuseppe Arabìa, 51 anni, il figlio Salvatore Arabìa, 24 anni (quest’ultimo ai domiciliari in quanto incensurato) e Salvatore Spagnolo, 26 anni. I tre sono stati prelevati dalla polizia nelle rispettive abitazioni (padre e figlio a Ghiardo di Bibbiano, Spagnolo in città dov’è domiciliato, seppur residente a Cutro). I capi d’imputazione sono lesioni aggravate, violenza privata e, per il solo Giuseppe Arabia, minaccia aggravata, oltre alle lesioni lievi (per tutti e tre) nei confronti della fidanzata della vittima, accorsa in suo aiuto e colpita a sua volta.
La vicenda risale al 24 giugno 2017, quando i tre si presentano a casa di un autotrasportatore siciliano di 38 anni, residente in via Fratelli Cervi, nel tratto di via Emilia verso Parma. Il gruppo suona al campanello e “invita” il camionista a uscire: lo attendono di sotto e, appena il malcapitato arriva, lo riempiono di botte. Un pestaggio, a mani nude e a volto scoperto, ai danni del 38enne che, caduto a terra, continua a essere picchiato con calci e pugni, tre contro uno. Finché la fidanzata, sentendo le urla del compagno, accorre in suo aiuto, cercando di difenderlo: viene strattonata e colpita (per lei tre giorni di prognosi).
Alla fine gli assalitori se ne vanno, non prima di aver derubato la vittima di portafoglio, cellulare e orologio: il 38enne viene lasciato in una maschera di sangue. Trasportato al pronto soccorso del Santa Maria, il camionista rimedia una prognosi di 90 giorni, per fratture multiple e trauma toracico: non riesce nemmeno a parlare, la polizia deve aspettare due giorni per interrogarlo.
Quando gli uomini di Guglielmo Battisti gli pongono le prime domande, la vittima precisa che non sporgerà denuncia. Per fortuna a collaborare con la polizia, che indaga per rapina, è stata la fidanzata polacca. Ed è emersa una lettura diversa dell’accaduto.
Gli inquirenti sono partiti dall’aggressore sul quale avevano elementi, Giuseppe Arabìa: le intercettazioni hanno fatto il resto, consentendo di ricostruire il quadro e risalire al figlio e a Spagnolo, il presunto autista la sera del raid punitivo. Si scopre così che il camionista, formalmente dipendente di un’altra società, di fatto prendeva disposizioni da Giuseppe Arabìa: quando erano sorti dissidi tra il datore di lavoro effettivo e il camionista, che reclamava un credito di qualche migliaio di euro, Arabìa era intervenuto. Secondo gli inquirenti, il pestaggio aveva come obiettivo quello di far capire alla vittima con chi avesse a che fare e di “persuaderlo” a lasciar perdere: un messaggio – tra l’altro ribadito un mese dopo con minacce di morte – ben recepito dalla vittima, che terrorizzata non aveva fiatato.
Dopo sette mesi di indagine, la polizia ha risolto il caso del camionista massacrato sotto casa nel giugno scorso e derubato da tre individui. Un episodio che, visto lo spessore criminale degli aggressori, potrebbe prefigurare molto di più: perciò il caso è stato segnalato alla Dda (direzione distrettuale antimafia) di Bologna, che è stata informata e sta monitorando il fascicolo.
Tre ordinanze di custodia cautelare a carico di altrettante persone di origine cutrese – ordinanze firmate dal gip Giovanni Ghini su richiesta del pm Giacomo Forte, che ha coordinato l’indagine – sono state eseguite la scorsa notte dalla Squadra Mobile di Reggio. In carcere sono finiti Giuseppe Arabìa, 51 anni, il figlio Salvatore Arabìa, 24 anni (quest’ultimo ai domiciliari in quanto incensurato) e Salvatore Spagnolo, 26 anni. I tre sono stati prelevati dalla polizia nelle rispettive abitazioni (padre e figlio a Ghiardo di Bibbiano, Spagnolo in città dov’è domiciliato, seppur residente a Cutro). I capi d’imputazione sono lesioni aggravate, violenza privata e, per il solo Giuseppe Arabia, minaccia aggravata, oltre alle lesioni lievi (per tutti e tre) nei confronti della fidanzata della vittima, accorsa in suo aiuto e colpita a sua volta.
La vicenda risale al 24 giugno 2017, quando i tre si presentano a casa di un autotrasportatore siciliano di 38 anni, residente in via Fratelli Cervi, nel tratto di via Emilia verso Parma. Il gruppo suona al campanello e “invita” il camionista a uscire: lo attendono di sotto e, appena il malcapitato arriva, lo riempiono di botte. Un pestaggio, a mani nude e a volto scoperto, ai danni del 38enne che, caduto a terra, continua a essere picchiato con calci e pugni, tre contro uno. Finché la fidanzata, sentendo le urla del compagno, accorre in suo aiuto, cercando di difenderlo: viene strattonata e colpita (per lei tre giorni di prognosi).
Alla fine gli assalitori se ne vanno, non prima di aver derubato la vittima di portafoglio, cellulare e orologio: il 38enne viene lasciato in una maschera di sangue. Trasportato al pronto soccorso del Santa Maria, il camionista rimedia una prognosi di 90 giorni, per fratture multiple e trauma toracico: non riesce nemmeno a parlare, la polizia deve aspettare due giorni per interrogarlo.
Quando gli uomini di Guglielmo Battisti gli pongono le prime domande, la vittima precisa che non sporgerà denuncia. Per fortuna a collaborare con la polizia, che indaga per rapina, è stata la fidanzata polacca. Ed è emersa una lettura diversa dell’accaduto.
Gli inquirenti sono partiti dall’aggressore sul quale avevano elementi, Giuseppe Arabìa: le intercettazioni hanno fatto il resto, consentendo di ricostruire il quadro e risalire al figlio e a Spagnolo, il presunto autista la sera del raid punitivo. Si scopre così che il camionista, formalmente dipendente di un’altra società, di fatto prendeva disposizioni da Giuseppe Arabìa: quando erano sorti dissidi tra il datore di lavoro effettivo e il camionista, che reclamava un credito di qualche migliaio di euro, Arabìa era intervenuto. Secondo gli inquirenti, il pestaggio aveva come obiettivo quello di far capire alla vittima con chi avesse a che fare e di “persuaderlo” a lasciar perdere: un messaggio – tra l’altro ribadito un mese dopo con minacce di morte – ben recepito dalla vittima, che terrorizzata non aveva fiatato.
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