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Arabìa e Spagnolo, domani gli interrogatori

 Arabìa e Spagnolo, domani gli interrogatori

Gli imputati sono ritenuti i responsabili del sanguinoso agguato a un camionista nel giugno scorso 

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REGGIO EMILIA. Si terranno domani mattina – in carcere per Giuseppe Arabìa e Salvatore Spagnolo, in tribunale per il figlio Salvatore Arabìa, essendo ai domiciliari – gli interrogatori di garanzia a carico dei tre cutresi accusati di lesioni aggravate, violenza privata e lesioni lievi aggravate (sulla fidanzata della vittima) nonché, il solo Giuseppe Arabìa, di minaccia di morte (“ti brucio”).

All’interrogatorio presenzieranno gli avvocati Nino Ruffini per padre e figlio e Alessandro Verona per Spagnolo.

Gli imputati sono stati arrestati venerdì all’alba dalla polizia perché ritenuti gli autori dell’agguato ad un camionista 38enne di origini siciliane.

Quest’ultimo il 24 giugno 2017 aveva ricevuto sotto casa la visita del gruppo che, a viso scoperto e a mani nude, lo aveva pestato selvaggiamente (90 i giorni di prognosi) e derubato di portafoglio, cellulare e orologio fino all’intervento della fidanzata accorsa in suo aiuto (per lei 3 giorni di prognosi).

La Squadra Mobile aveva iniziato a indagare per rapina, ma ben presto il contesto si era rivelato diverso: la “colpa” del camionista era stata di reclamare qualche migliaio di euro dalla società di cui era formalmente dipendente, nonostante gli ordini li ricevesse da Giuseppe Arabìa.

Secondo gli inquirenti, si era trattato di una spedizione punitiva nei confronti dell’autotrasportatore: un messaggio ribadito un mese dopo con minacce di morte da Giuseppe Arabìa in un bar – messaggio ricevuto dalla vittima, che difatti terrorizzato non ha fiatato né sporto denuncia – per rimetterlo a suo posto e fargli comprendere con chi aveva a che fare.

La caratura criminale di Giuseppe Arabìa – dal quale tramite intercettazioni si è risaliti agli altri due, il figlio incensurato e Spagnolo, pregiudicato per reati contro il patrimonio considerato l’autista del raid – ha fatto scattare un campanello d’allarme sull’episodio.

Del caso è stata informata la Dda (direzione distrettuale antimafia) di Bologna, che monitora il fascicolo, sebbene per ora proceda il tribunale ordinario reggiano.

Giuseppe Arabìa, nome noto alla Dda di Catanzaro, è stato uno dei principali imputati del processo “Grande Drago”, che dimostrò l’esistenza di una cosca cutrese dedita al racket sugli imprenditori emigrati in Emilia.

Uno dei numerosi episodi fu portato in aula da Carlo Rizzo: presidente della società edile Rizzo Spa, raccontò di essere stato costretto a cedere in subappalto alla Artedile di Arabìa lavori di ristrutturazione. Giuseppe Arabìa negò, ma nell’aprile 2013 fu condannato in via definitiva a 10 anni e 8 mesi per rapina, estorsione e associazione a delinquere di stampo mafioso. (am.p.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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