Gazzetta di Reggio

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«Così Reggio combatte la radicalizzazione»

di Gabriele Farina
«Così Reggio combatte la radicalizzazione»

Terrorismo ed estremismo, le relazioni della ricercatrice Manuela Tagliani e di Claudia Wildner

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REGGIO EMILIA. I giovani in prima linea contro potenziali terroristi ed estremisti. La sfida è stata lanciata ieri a Modena, alla facoltà di Giurisprudenza, alla conferenza internazionale “La prevenzione della radicalizzazione nelle giovani generazioni”.

«Esiste un filo conduttore nella radicalizzazione: la ricerca di un’identità, il sentirsi marginalizzato dalla società, il non riconoscersi più nei suoi valori, l’allontanarsene cercando da un’altra parte», ha analizzato Manuela Tagliani. La ricercatrice reggiana ha curato un rapporto nazionale per il progetto europeo Yeip, acronimo che indica la presa di coscienza e l’innovazione tra i giovani. Tagliani ha preso in esame la realtà italiana, riscontrando «nelle reti e nelle carceri un luogo di forte pericolo per la radicalizzazione». I suoi studi hanno fatto emergere come «non esista un unico fattore» a condurre una persona verso gli estremismi di carattere jihadista o politico, religioso o settario. Al contrario, «ne esistono tanti che agiscono in modo diverso, quali il contesto familiare, la frequentazione di gruppi di pari, le congregazioni religiosi, i traumi, i disturbi psicologici». La ricerca affidata a Tagliani è condotta per conto della cooperativa sociale carpigiana “Anziani e non solo”, in collaborazione con la Regione Liguria e il supporto del Centro di ricerca interdipartimentale su discriminazioni e vulnerabilità (Crid) dell’università di Modena e Reggio. Ultimata la parte teorica, scatterà la formazione nelle scuole e all’università. Il riferimento è il modello delle buone vite (Good lives model), «che consente ai giovani di reagire alle situazioni in modo positivo», come spiegato dalla ricercatrice. Tagliani ha aggiunto che «verranno formati quattro giovani ricercatori tra gli studenti e gli universitari che aiuteranno noi professionisti a formare gli altri coinvolti nel progetto».

La prevenzione della radicalizzazione non è una novità assoluta. «In realtà come Reggio sono già stati attivati percorsi nelle scuole, nelle associazioni e tra le forze dell’ordine – ha illustrato Tagliani – e poi esistono esperienze a livello locale. A Modena ne è partita una nell’ultimo periodo, affidata a una cooperativa, che entrerà nel vivo nei prossimi mesi e riguarda la prevenzione della radicalizzazione nei confronti dei migranti».

L’esperienza reggiana è stata descritta da Claudia Wildner, volontaria della Fondazione Mondinsieme. «È importante reagire immediatamente per evitare la radicalizzazione – ha garantito la giovane – e serve soprattutto il dialogo per dare spazio a tutti e creare un pensiero critico».

Gli indizi da valutare in potenziali terroristi sono «l’isolamento, il non coltivare le amicizie, lo smettere di fare attività sportive». I volontari reggiani sono stati formati in temi quali storia e geopolitica da esperti, come Luca Guglielminetti, ricercatore della rete europea Ran contro le radicalizzazioni. Poi sono scesi in campo «per disseminare nel territorio reggiano quanto imparato durante la formazione».

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