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Reggio Emilia, lo youtuber in Corea che inventa da casa il nuovo smartphone Google

di Carlotta Curti
Reggio Emilia, lo youtuber in Corea che inventa da casa il nuovo smartphone Google

Riccardo Cambò, in arte “Breccia”, è un giovane talento reggiano. E tramite il suo canale ha un obiettivo: «Cambiare il mondo»

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REGGIO EMILIA. Barbetta, occhiali grandi, calzini spaiati, l’immancabile collana buddista ricevuta presso un tempio coreano e un sorriso che è contagioso. È Riccardo Cambò, in arte “Breccia”. Ventisette anni, studente all’ultimo anno di Design al Politecnico di Milano, creativo, viaggiatore e… reggiano. Il suo obiettivo: cambiare il mondo.

Stiamo parlando di un ragazzo italiano che ha deciso di investire nelle sue idee (ne ha tantissime) e lo fa grazie al suo sito (www.riccardo.website) e al suo canale Youtube “brecciaDESIGN”, dove ama riprogettare prodotti già presenti sul mercato, apportando delle migliorie.

Riccardo, ci spieghi in breve di che cosa si occupa un designer?

«È colui che risolve dei problemi tramite degli oggetti. È a tutti gli effetti un inventore. Per fare un esempio: l’automobile è stata progettata da un designer che si era reso conto che per andare da A a B il cavallo era un sistema veramente troppo lento. Diciamo che è l’inventore di una volta, però designer fa un po’ più figo, a me piace definirmi così».

Si è spinto fino alla progettazione dello smartphone Google Ultra Pixel e il video in cui lo spiega è diventato virale. Ci racconti come ha fatto.

«La strategia è importantissima per quello che faccio io. Ad esempio se mi chiama una ditta per riprogettare il suo prodotto, io non creo solo qualcosa di bello ma faccio in modo che permetta di vendere di più rispetto agli altri. Quindi la strategia connessa al design ti permette di fare cose grandiose. Nel caso dello smartphone ho progettato tutta la strategia per farlo arrivare all’attenzione di Google anche se non mi aspettavo che il video arrivasse davvero fino a loro. La storia è questa: io ho presentato un’anteprima di un progetto che non è mai stato realizzato. Sapendo che il tal giorno ci sarebbe stata una conferenza, una settimana prima decido di far uscire in rete delle notizie false (le cosiddette fake news) facendo credere che il prodotto sia originale. Il materiale era fortunatamente di qualità così alta che era credibile».

Non ha pensato che qualcuno la potesse denunciare?

«È stato rischioso, lo so, ma ho sempre pensato che fosse una perdita inutile per loro. Alla fine avrebbero potuto pure assumermi. L’idea che c’è dietro è: “Io voglio lavorare con voi”, non “io so fare meglio di voi”, ecco».

Definisce il suo canale Youtube come “il diario di uno squattrinato sognatore che adesso non è nulla, ma che aspira a cambiare il mondo”. È possibile dunque tentare di realizzare i propri sogni?

«Io ci credo profondamente e ingenuamente, se vuoi, ma con molta razionalità, perché le persone che non riescono a realizzare i propri sogni secondo me sono persone che rinunciano presto. Io voglio continuare a spingere sotto questo punto di vista, penso di riuscire ad arrivare».

È vero che anni fa aveva progettato un’applicazione per smartphone per un nuovo social, ma che poi l’idea le è stata anticipata da Snapchat?

«È vero. Diciamo che Snapchat, presentando quelle che sono diventate le “storie” anche per Instagram, è diventato il concorrente principale della mia creazione e se tu hai un competitor così grosso, non hai scampo. Non è stata una copiatura da parte loro, perché alla fine facevamo cose un po’ diverse, ma quando si presentano degli investitori e ti chiedono: “Ma Snapchat non fa la stessa cosa?” e tu rispondi “Sì, ma…”, quel sì ti ha già tagliato le gambe».

Ha viaggiato parecchio negli ultimi anni: ha vissuto a Londra, poi in Corea, ha lavorato in Giappone ed è arrivato in America, dove è stato chiamato da Google. Ne è valsa la pena?

«Varrà sempre la pena di fare questi azzardi. Perché io dico: quando tu ti trovi in situazioni scomode, è lì che impari. È proprio quando fai cose che non faresti mai che cresci».

Si sente di appartenere all’Italia o si sente più cittadino del mondo?

«Sono italianissimo e quando vai all’estero e ti approcci con persone straniere lo capisci ancora di più perché noi siamo il risultato genetico di questa cultura italiana che è formata dall’arte, la sensibilità, il romanticismo, tutte cose che non possiamo nascondere. E loro lo notano ancora di più in noi».

È un vantaggio quindi essere italiani all’estero?

«Assolutamente, una caratteristica formidabile. Quando ero in Corea a presentare i miei lavori ad esempio, davanti a delle schermate di un mio progetto dicevano: “Questo è proprio italiano”, perché magari avevo scelto una luce particolare e questo fa proprio parte del risultato della nostra cultura artistica, non lo possiamo nascondere e all’estero lo apprezzano molto».

Che ne pensa la sua famiglia delle scelte che ha fatto finora?

«Se avessi ascoltato loro probabilmente sarei rimasto a Reggio Emilia. Ho dei genitori che mi supportano molto però mi avrebbero voluto sempre vicino a casa. Sanno che probabilmente il mio futuro è all’estero però, sai com’è: hai un figlio che è a un giorno di distanza d’aereo e con fusi orari diversi, effettivamente lo vedi poco».

Tra dieci anni come si immagina?

«Devo aver cambiato il mondo, per forza – spiega sorridendo dopo averci pensato un po’ – dieci anni sono tanti…avrò creato un’azienda, in un qualche modo».

Prima però è bene trovare un lavoro. Perché le grandi aziende dovrebbero assumere qualcuno come lei?

«Se posso dare un consiglio, inviterei i dirigenti a dare possibilità non solo a me ma a tutti perché ognuno ha un background diverso. Può essere anche un ragazzo che non ha fatto l’università, magari perché non ha avuto la possibilità o perché semplicemente non è interessato. Però sono ragazzi che magari possono crescere tantissimo nell’ambito professionale. Perché alla fine quello che conta è questo, se tu vedi che un ragazzo è sveglio e gli dai la carica giusta, quel ragazzo cresce. A 18 anni, quando cercavo già di lavorare come designer, avevo la stessa identica voglia e motivazione, però nessuno era in grado di vedere oltre il mio curriculum. Se qualcuno mi avesse dato fiducia all’epoca, magari avrei velocizzato la mia carriera, solo adesso che sono più grande e ho in mano una laurea si rendono conto di quello che posso fare».

Dov’è diretto adesso?

«A Milano, farò uno stage di tre mesi presso lo studio Volpi. Hanno clienti internazionali e là voglio spingere un sacco. Nel colloquio hanno capito con chi hanno a che fare. Non vedo l’ora di realizzare dei bei progetti».
 

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