«Colon retto, aumenta la sopravvivenza»
Carmine Pinto, direttore dell’Oncologia Medica: «Ma nel 20% dei casi la malattia si scopre tardi»
REGGIO EMILIA . «Trent’anni fa la sopravvivenza a un tumore del colon retto (che con 53 mila casi l’anno è la neoplasia più diffusa in Italia) era mediamente di soli sei mesi e oggi si superano i 30 mesi. E se nel 2013 erano circa 300 mila gli italiani in vita dopo aver affrontato questo tumore, alla fine del 2017 sono stati 464 mila, il 14% di tutti i pazienti oncologici residenti nel Paese». Lo rileva Carmine Pinto, direttore dell’Oncologia Medica al Clinical Cancer Centre di Reggio Emilia. Il merito, secondo Pinto, è dei progressi della ricerca, che ha portato a nuove e sempre più efficaci terapie, come quella rappresentata dalla combinazione di trifluridina e tipiracil. Ma anche del programma nazionale di screening con la ricerca del sangue occulto nelle feci. Infatti, per i casi risultati positivi al test è prevista subito la colonscopia, con la possibilità di una diagnosi precoce e interventi tempestivi, che danno i migliori risultati in termini di guarigione. «Attualmente – afferma Pinto – il 65% dei pazienti che accettano lo screening riesce a sconfiggere la malattia. Tuttavia nel 20% dei casi il tumore viene scoperto quando ormai si sono già sviluppate delle metastasi». Per Pinto ci sono però due problemi alla pratica dello screening: «Il primo è la copertura nazionale tuttora carente, soprattutto al sud e nelle isole; il secondo è che anche in presenza dell'offerta del servizio, la risposta del cittadino è spesso negativa. Deve crescere la cultura della prevenzione».
Nell’era dei farmaci biologici e dell’immuno-oncologia torna inoltre un farmaco che appartiene alla terapia classica, un chemioterapico che l'Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ha avviato alla rimborsabilità come terapia di 3/a linea, per il trattamento dei pazienti adulti con tumore del colon retto in stadio avanzato (metastatico) precedentemente trattati con chemioterapia o farmaci biologici. È basato sulla combinazione di due molecole, trifluridina e tipiracil, ed è «un chemioterapico diverso dai precedenti – spiega Alberto Sobrero, responsabile dell'Oncologia Medica dell’Ospedale San Martino di Genova – perché ha la peculiarità di entrare nel Dna e di spaccarlo, prevenendo così la proliferazione e la crescita delle cellule tumoral».
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