Per il crac del Mercatone Uno si avvicina l’ora del processo
Il collasso del grande gruppo di arredamento mette a rischio il futuro di 40 dipendenti a Rubiera La Procura di Imola ha notificato gli avvisi di fine indagini: l’accusa è bancarotta fraudolenta
RUBIERA. Si avvicina il processo per gli ex soci del Mercatone Uno, indagati dalla Guardia di finanza dopo il collasso del grande gruppo dell’arredamento con una storica e radicata sede anche a Rubiera, dove lavorano oltre quaranta persone. Da quasi tre anni il gruppo è affidato a tre commissari straordinari di nomina ministeriale che, dopo una fase di ristrutturazione e riorganizzazione, stanno lavorando alle offerte giunte per acquisire l’intero complesso, comprensivo di marchio e rete di negozi, o porzioni dello stesso.
Anche la Guardia di finanza ha lavorato parecchio, con lunghe indagini nei confronti di ex soci ed ex dirigenti di punta. L’accusa è pesante: bancarotta fraudolenta per distrazione, per aver impoverito l’azienda tramite il passaggio di oltre 300 milioni di euro dalle casse societarie a conti e casseforti estere nella loro diretta disponibilità. Una manovra di “alleggerimento” che ha lasciato debiti e risorse limitate al gruppo, e consentito di accumulare agli indagati una notevole riserva personale.
Ad inizio 2017 la Procura di Imola ha iscritto nel registro degli indagati otto persone, e nei giorni scorsi ha notificato gli avvisi di fine indagine, un atto che spesso anticipa la richiesta di un rinvio a giudizio. I soggetti coinvolti sono Elisabetta, Micaela e Susanna Cenni, figlie del fondatore del gruppo, Romano Cenni, morto pochi mesi fa. Con loro, Luigi e Gianluca Valentini, storici soci del gruppo, gli ex amministratori delegati Giovanni Beccari ed Ettore Bandieri e l’ex consigliere di amministrazione Ilaro Ghiselli. Sono state invece stralciate le posizioni di Giuseppina Bosi, moglie di Romano Cenni, e di Cristina Valentini, figlia di Luigi.
La vicenda, come spesso nelle questioni legate alla finanza, è intricata. Gli indagati avrebbero venduto i centri commerciali del gruppo a un fondo immobiliare, gestito da due società del Lussemburgo riferibili – dopo lunghi passaggi – a Cenni e Valentini. Il fondo è stato poi venduto nel 2012 a una società milanese, già proprietaria dei punti vendita del Mercatone Uno e sempre controllata da Cenni e Valentini. In questo modo le risorse del gruppo sono uscite dalle disponibilità aziendali per passare a quelle dei singoli proprietari e, nel frattempo, sono stati aumentati fortemente gli affitti dei punti vendita: in pratica, la società pagava canoni più alti agli stessi proprietari. Questa manovra avrebbe generato un trasferimento illecito di oltre 100 milioni di euro, cui aggiungere i 170 milioni di euro del valore degli immobili. Una scelta deliberata, che ha finito per indebolire parecchio il gruppo, già provato dalla crisi globale, sino al collasso del 2015 e al commissariamento.
Questo cosa comporta per l’oggi? I destini aziendali e quelli degli ex soci sono ormai distanti, ma si potrebbero aprire diverse partite legate alle richieste di risarcimento danni da parte dei debitori e delle maestranze, con inevitabili conseguenze anche sugli attuali assetti. (adr.ar.)
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