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LA DIFFERENZA? NON ABBIAMO ASSISTITI

di STEFANO SCANSANI

Un Osservatorio? Per osservare che cosa? Di questi piccoli gran giurì il nostro Paese è pieno: osservami tu che ti osservo io. Non staremo a questo gioco (che non è la mosca cieca, ma occhiuta). Il...

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Un Osservatorio? Per osservare che cosa? Di questi piccoli gran giurì il nostro Paese è pieno: osservami tu che ti osservo io. Non staremo a questo gioco (che non è la mosca cieca, ma occhiuta). Il gioco ci viene proposto pacatamente, gentilmente, nazionalmente dalla Camera Penale di Reggio Emilia che ne fa un passamano dalla Camera Penale di Modena. Il nostro rifiuto (altrettanto garbato) di assecondare un Osservatorio Locale sull’Informazione Giudiziaria si fonda su quattro motivi che spiego ai lettori. Perché il diritto all’informazione – che per noi è un dovere - non deve essere materia ostica o per addetti. È il diritto di sapere come e perché la Gazzetta propone le sue cronache. Credetemi, è analogo al diritto di conoscere le materie prime e la loro provenienza.

1.La proposta di istituire un Osservatorio arriva in prossimità delle sentenze del processo Aemilia. Non prima e non dopo. Non per altri dibattimenti, casi e fenomeni. Arriva ora. La Camera Penale è infatti preoccupata per la “inaccettabile identificazione del difensore con il proprio assistito”, e invoca i principi “del giusto processo, del diritto di difesa e della presunzione di innocenza”. Cioè gli avvocati penalisti sono impensieriti dal “processo mediatico”. Queste due parole sono ormai un intercalare.

La Camera Penale non ha lo scatto di concludere il fraseggio, di esibire il suo timore: che il “processo mediatico” possa addirittura influenzare la Giustizia, la Corte che presto emanerà i verdetti.

Lo pensano ma non lo scrivono, pur proclamando fiducia nella Giustizia. La Camera Penale bacchetta i giornalisti per evocare il collegio giudicante, senza mai citarlo. Cioè ne fa un omissis. Anzi, no, una reverentia.

2.L’Osservatorio Locale sull’Informazione Giudiziaria servirà a redigere decaloghi, punteggi ed editti. Non parteciperemo a un “pubblico convegno” perché ci affidiamo ad altre bussole. Le nostre sono le leggi sulla Stampa, il Testo Unico dei doveri del giornalista, l’Ordine professionale, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, la libertà e l’etica di ciascuno.

3.Se dovessimo sbagliare e – come loro credono – perseverare nell’errore, gli avvocati penalisti che invocano l’Osservatorio possono ricorrere a mezzi e strumenti per perseguirci. Ne valga uno per tutti: la querela per diffamazione aggravata a mezzo stampa per la quale esistono avvocati brillantissimi. Ancor più brillanti per la querela temeraria che ha la finalità di pressare con richieste di risarcimenti ingentissimi e quindi intimorire. Obiettivo: fare smettere di scrivere quei colleghi che non hanno risorse e un editore che permettano loro di procedere nell’informazione e nella loro difesa.

4.La differenza tra giornalisti e avvocati sta esattamente nel fatto che noi non abbiamo assistiti.

s.scansani@gazzettadireggio.it. ©RIPRODUZIONE RISERVATA



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