Salvano Methis dal crac Coopsette e riassumono i colleghi
A Campegine ventotto ex dipendenti hanno rilevato il ramo dalla capogruppo in liquidazione. Il presidente Bolondi: «Pareggio dal 2019 e altri tre lavoratori sono stati riassorbiti»
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CAMPEGINE. Al secondo piano dell’immensa sede della Methis l’orologio sembra essersi fermato al 2015. È stato lasciato tutto lì, carte, progetti, come se fosse scoppiato un terremoto e tutti fossero scappati per salvarsi. Il terremoto in effetti c’è stato ma è stato industriale e finanziario, causato dal crollo fragoroso di Coopsette, il colosso cooperativo delle costruzioni – ora in liquidazione – del quale Methis faceva parte.
Era la divisione che progettava e costruiva pareti per uffici, travolta da quel crac da 790 milioni di euro della coop di Castelnovo Sotto.
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Rispetto ad oggi la Methis di Campegine era infatti un formicaio: 18mila metri quadrati racchiusi tra muri di cemento dentro i quali lavoravano 190 persone nel 2007, anno da incorniciare con 35 milioni di fatturato. Oggi sono in 28 i cooperatori ancora con una tastiera o un banco di lavoro davanti, dipendenti “sopravvissuti” nella grande fabbrica che non pagava nemmeno più l’Imu al piccolo comune della Bassa reggiana, costretto ad alzare l’Irpef ai residenti per far fronte a quel credito monstre da 180mila euro.
«Noi invece quest’anno l’Imu l’abbiamo già pagata tutta» dice Paolo Bolondi, ex direttore acquisti di Coopsette, poi entrato in Methis e ora presidente al timone della scialuppa che sta tentanto di salvare il posto di lavoro a una trentina di ex dipendenti: impiegati e operai, passati ora a dirigere l’azienda che stava per naufragare. Il grosso dei lavoratori di Methis è stato stritolato dalla crisi di Coopsette, crac epocale per la cooperazione italiana.
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Methis era la divisione che si occupava di progettare e produrre interni per uffici di alta gamma. Il ramo non è morto solo perché un primo gruppo di 6 lavoratori ha deciso di passare dal ricevere il salario a capire come generare profitti in prima persona sfruttando un workers buy out. Lavoratori sull’orlo della disoccupazione che hanno chiesto allo Stato l’anticipo sulla Naspi – 15mila euro a testa – per racimolare un capitale di 400mila euro investito poi per rilevare Methis. Il tutto sotto l’egida di Legacoop, che tenta di risalire la china della fiducia dando sostegno ai progetti di buy out. «Senza di loro non ce l’avremmo fatta – dice Bolondi – oltre ad aver raddoppiato il nostro capitale sociale portandolo a 800mila euro tramite Coopfondi, Cfi e Boorea, ci hanno aiutato a mettere insieme un piano di rilancio. Il resto, oltre ai soldi della Naspi, ce lo stiamo mettendo noi. Rischi compresi».
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La continuità aziendale c’è sempre stata grazie agli esercizi provvisori assicurati dal commissario che gestisce lo smembramento in chiave liquidatoria di Coopsette. Poi, nel luglio del 2017 è finita la cassa integrazione per tutti i dipendenti di Coopsette. In pochi giorni alcuni soci hanno costituito una nuova cooperativa, Methis Office Lab, «perché crediamo fortemente nella cooperazione. E devo dire che siamo tornati a vivere lo spirito della cooperazione originaria».
Ma, dice Bolondi, «oltre al cuore ci voleva la sostenibilità economica. Sapevamo a malapena cosa fosse un worker buy out. Abbiamo messo soldi certi in un rischio tutto da decifrare. Noi ci abbiamo creduto e lo Stato in questo ci guadagna perché se vai in cassa integrazione sei un costo. Se torni ad essere dipendente invece paghi le tasse. Posso dire col senno di poi che è stato complicato, ci è voluto del coraggio ma è stato molto bello».
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Dal primo piano dell’azienda, occupato da fabbrica e uffici, hanno riallacciato i fili con la clientela creando un piano economico e finanziario. «Sapevamo che il 2017 sarebbe stato un anno in perdita: abbiamo avuto un ricavo di 600mila euro a partire da luglio. Anche il 2018 sarà un anno in perdita con ricavi a 3,5 milioni ma il pareggio arriverà nel 2019 con un fatturato di 4,4 milioni con una perdita zero».
A soli sei mesi dall’inizio della nuova avventura imprenditoriale in proprio, i lavoratori stanno tirando le prime somme. «La parte più difficile è stato sapere che eravamo in 50 mentre il piano diceva che c’era posto per 28 dipendenti – racconta Bolondi – Non è più la Methis di prima dove c’erano 10 persone che facevano i preventivi. Adesso sono rimasti in due. È tutto riproporzionato». La differenza sta anche nei ruoli: gli impiegati così come gli operai sono ora parte del consiglio di amministrazione o partecipano direttamente alla gestione dell’azienda. Sono 21 i colleghi in cassa integrazione ma tre sono già stati riassorbiti in azienda».
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